XIX.

Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli amici e dei parenti, e fece un abbondante bottino, però rilevando questo. La gente più lo credeva tuttavia ricco e capace di dare mance vistose alle serve, più gli dava volontieri da pranzo, restando persino di buon umore, se egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia, faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minacciava di romperle ad ogni movimento. Ma, come si accorgevano, che egli aveva veramente bisogno di soccorso, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo comparire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe facce da Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli semplicemente da sedere.

Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un taccuino, come materiali di un altro suo capolavoro, destinato a non essere mai pubblicato e intitolato: Al Verde!

Dapprima egli accettava i soccorsi e l’ospitalità altrui con franchezza, perchè egli era sicuro di diventare, quando che fosse, un milionario, un milionario, che avrebbe ammazzato i suoi pitocchi soccorritori con una profusione di doni e avrebbe restituito con pranzi all’albergo Trombetta le braciòle casalinghe, che egli aveva mangiato nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pesargli il sospetto di essere tenuto per uno scroccone, per un cavaliere del dente; in quei momenti i denari degli amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello sviato, riuscì persino ad addomesticarsi baldamente a quella vita.

Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i sigari, altri per altro; ed egli viveva completamente alle spalle del prossimo, come se fosse stato il Governo.

Ma un giorno, nell’avvicinarsi della fredda stagione, quando ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne di nuovo superbo e vergognosissimo, e disse amaramente a sè stesso: — Sono proprio un accattone! — Però riprese subito nella vigoria del suo animo: — Sono un accattone, ma mi infischio di tutti. —

E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascuno di loro il pastrano usato; così avutine tre, scappò a venderli nel Ghetto, per comperarsene uno nuovo da Bocconi.

Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un impiego quale si fosse e non lo trovava. Vedeva che riuscivano ad occuparsi vantaggiosamente ufficiali e bassi ufficiali smessi, cantanti, commedianti e suggeritori, i quali avevano perduto la voce, nobili spiantati e stangati d’ogni estrazione e che ne erano pieni i ministeri, i licei, e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo egli non poteva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano dall’aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa bizzarra, chi perchè non osava metterlo in un ufficio troppo misero, e chi perchè sentiva quella tendenza naturale di dare il tratto a chi rotola in giù.

Questi gli diceva: — Ah, se fosse ancora vivo il commendatore Caramella! Egli era un uomo veramente dalle braccia lunghe, e per far piacere a me e a mia moglie avrebbe fatto nominare vicario generale della diocesi anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel degno galantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è più. Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle essere utile presentemente.... Ma, se fosse vivo il commendatore Caramella.... avrebbe visto.... —

Quegli gli rispondeva: — Peccato non ci sia più quella cara madama Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dirlo tu, mia cara figlia, se quella buona signora non poteva quello che voleva. Ah! quanti emigrati abbiamo fatto impiegare da lei! Era così buona e ci voleva tanto bene.... Ma ora quella brava signora anche essa se n’è andata.... Fanno tutte così le persone che sono utili al mondo e rimangono solo i bisognosi.... Ah! buon signore, peccato che non ci sia più quella cara nostra madama Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera da nessun ministro, oh no! no! —