Svoltò in una di quelle forme di torrioni, che sono i cortili torinesi; infilò una scaletta. Sembrava si arrampicasse a quattro gambe; sembrava avesse le ali; sembrava una rana; sembrava un’anitra; sembrava abboccasse con la testa curva l’orlo di ogni gradino; a momenti, che non sembrava quel poveretto? Finalmente eccolo sul suo pianerottolo. Oh quanta luce egli getterà fra i suoi cari con la notizia che finalmente è riuscito il secondo della scuola! Ma appena egli pose il piede nel tinello, si smorzò la sua luce; chè trovò nell’atmosfera della stanza e nei volti di sua mamma e di sua sorella quella mutezza plumbea, che assumono le famiglie nelle più rilevate calamità casalinghe, quando è giunto il telegramma della morte del nonno, o quando è venuto l’usciere per una esecuzione mobiliare.

Pinotto fece uno sforzo, e non riuscì.... ne fece un altro e riuscì a dire:

— Mamma! Carolina! Se sapeste! Finalmente sono andato il secondo della scuola, e il professore mi ha detto, che, se seguiterò così, piglierò l’accessit in fine dell’anno.

La mamma e la sorella, voltandosi dall’altra parte, risposero l’una con una spallucciata rabbiosa e l’altra con una spallucciata piagnucolosa. Pinotto affiochì, si avvicinò alle loro gonne fredde, e affisse i suoi occhi pavidi nei loro volti di una impenetrabilità profonda.

— Che cosa è stato? — egli domandò tremolando come una foglia.

La mamma si spiccò da lui, senza dargli retta di uno sguardo; e la sorella si mise a tirar su, e tirando su spiccicò fra la compressione delle lacrime: — c’è.... c’è.... c’è...; — quindi con una voce da vitella sgozzata: — c’è.... che Glafir ha la to...osse; — e giù uno scoppio di pianto.

Pinotto scaraventò contro la finestra la sua bisaccia, il cui bottone di acciaio ruppe un vetro; quindi scappò come un fulmine, senza il cappello in testa.

II.

Chi era Glafir?

Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe cortissime, grasso come una caciuola marzolina, pigro come una marmotta, che tossiva e starnutiva con mille stenti e putiva come un avello. Da un anno la mamma Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo profumavano, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano i riccioli con nastrini di seta molticolori; gli facevano dindindare una sonagliera intorno al collo; gli lasciavano fare tuttociò che voleva sulle sedie, lo rabbatuffolavano sopra il canapè e poi lo alzavano di peso, se lo accostavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo con baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul copripiede del letto; e il venerdì, il sabbato, e negli altri giorni, in cui Santa Madre Chiesa proibisce di mangiar di grasso, esse mandavano dal beccajo a comperare del manzo appositamente per il signor botolino.