— Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia sorella, dove ci teneva le sue l’onorevole, il venerabile Pietro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente, anch’io, dico, (facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sarei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappello... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! —

E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.

— Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su, io lo sfido, sopra una gamba sola. —

E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall’asma, dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. —

— Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. —

Spalancò la finestra.

— Auff! Non c’è più aria..... Io soffoco.... Chi l’ha mangiata?... Io vado a cercarla..... —

Uscì furiosamente sbatacchiando l’uscio con fracasso. Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un cavallo, e si arrotò contro l’uscio guaendo lamentosamente per seguire quel forsennato.

XXIX.

L’aria fresca di fuori gli smorzò l’incandescenza del cervello; egli pensò tosto: — Se non uscivo, correvo rischio di diventar matto!... Ah, stupido!... e per una cosa, che è poi prestissimo spiegata.... Voglio dirla subito al capitano e a Fido che mi sono venuti dietro. Mia madre non mi capisce e io non posso farla capire. Non c’è vocabolario, non c’è crittografo fra noi. In questo squilibrio della società moderna ci sono membri in una stessa famiglia più distanti fra loro e più incapaci di comprendersi vicendevolmente che non siano una tartaruga e un elefante. Che farci? La colpa non è di nessuno; mia madre mi crede uno scappa di casa ordinario, di quelli di una volta, che fuggivano dal collegio o derubavano dell’orologio la serva del professore, per andare a suonare l’organino nelle vie o per fare il trombetta in un reggimento spiantato. Essa ignora completamente la nuova varietà del mio tipo. Essa non ha torto.... Che farci?