Appena letta questa lettera, Pinotto corse a prendere il suo Volar di fiori, che era già diligentemente copiato, un bel manoscrittone, che ridotto in istampa avrebbe occupato per lo meno cento colonne del Guastatore. Cento colonne! 250 lire! Che bazza!
Il povero giovane nel rivolgere il suo scartafaccio fra le mani, ebbe malauguratamente una sensazione complessa, più che quadernaria, una di quelle sensazioni, che costituiscono il pensare velocissimo dei genii e dei pazzi. Egli sentì nello stesso punto la sua alterezza e la sua impotenza artistica, il suo sovrano disprezzo per il pubblico e la sua vergogna di divertire per paga con la penna, chicchessia: il ladro, il prete, il porco, il commendatore, la marchesa, la cortigiana, la tabaccaja, la signorina, la fame e l’indigestione, insomma qualsiasi galantuomo o malandrino possessore di un soldo.... A un tempo sentì echeggiare caninamente nelle orecchie la voce di sua sorella che abbaiava smascellando dalla risa: Bo..jno! Bo..jno! — e sentì scolpitamente la voce secca di sua madre, che aggiungeva: faresti meglio a studiare d’aritmetica e a imparare a servire la messa. Più che tutto vide stampata davanti a sè l’ultima lettera di lei...
Alzò sulla testa il manoscritto, e poi lo sfracellò per terra, rovesciandogli sopra il motto di Cambronne con una grossa bestemmia contro alla Divinità innocente. Quindi, raccattatolo, fece fare la fine più turpe al suo povero ed eccelso Volar di fiori.
Così distrutto ignominiosamente il suo ultimo lavoro letterario, quello che gli aveva dato maggiori contentezze e maggiori speranze, egli si credette più grande di Dante — si credette un glorioso Vergine e Martire dell’Arte, degno di sedere in paradiso più vicino di tutti al trono di Dio, perchè riporterebbe intatti all’Eterno i fiori del suo genio.
XXXIII.
Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristrettezza pecuniaria — egli, dopo avere rifiutato la retribuzione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si facevano giuochi di società e si tagliavano i fogli al Guastatore, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera circolare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Nuovamente piombato...