Un’altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva letto Notre Dame di Vittor Hugo, allungò ancora di più il collo e rispose con grande pretesa di malignità: — Ah! egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso avrebbe paura di ammazzare un grand’uomo.

XXXIV.

Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne siano gli appunti ed aforismi, che egli scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:


«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne ottenni i seguenti risultati:

«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel lavoro; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un sentimento di felicità.

«Del resto, che razza di felicità è mai il lavoro?!

«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi di Glafir.»


«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera felicità umana.