«Le assolute disgrazie in famiglia sono: — cani e letteratura inedita.»
XXXVIII.
Non meno feroce di quello che fosse verso l’uman genere in genere mostravasi Pinotto verso i suoi creditori in particolare, ai quali non si sentiva legato da niun vincolo di riconoscenza. Anzi, per uso e consumo della sua beffa, se ne era formata in mente una gerarchia feudale, o meglio un cielo astronomico: c’erano i vassalli o meglio i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c’erano quelli da cinquecento, quelli da cento; ce n’era una lunghissima tratta da venti a cinquanta; quelli da cinque, da dieci e da due lire, erano numerosi come i pulcini; e fra essi c’erano persino gli uscieri del suo ufficio.
Quando egli era sovrappreso dal malumore, si consolava tosto, immaginandosi di convocare tutti i suoi creditori in un meeting al Colosseo. Quivi avrebbe voluto farli svenire tutti recitando loro un’orazione di sette ore, e poi bagnarli persino nelle tasche manovrando una immane tromba da giardiniere.
In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli passeggiava vigoroso fra la folla di Roma come un robusto e nero serpentello. Allora si doleva di essere piccino di statura; onde avrebbe voluto salire sopra un alto cavallo e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da raschiare le muraglie dalle due parti della via o per lo meno forbire con la punta degli stivali il naso dei passanti, precisamente come faceva quel cavaliere Adimari, a cui Dante fece rincarare la condanna per contravvenzione al Regolamento di edilizia municipale.
O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della posta di quel gonfiagote, spauracchio dei bambini e delle signore torinesi, che sotto l’ala tremenda di un cappellone calabrese, svolgendo al vento un nastro d’occhialino largo mezzo metro, camminava normalmente a passi da tiranno di teatro diurno, — colla giubba superbamente spaccata e le rivolte spedite indietro, — ora col pollice uncinato all’imboccattra della sottoveste, agitando il ventaglio delle altre dita, ora affondando le falangi dell’indice e del medio nel taschino dello stesso panciotto, — spingendo alternativamente le spalle, quasi tragiche catapulte, come avesse voluto con l’una far indietreggiare un popolo di calessi e con l’altra crollare un muro maestro, — sornacchiando fragorosamente all’appressarsi di qualcheduno, — ed esalava da tutta la persona la più sublime prepotenza e il più profondo disprezzo verso l’umanità restante, a cui sbuffava in faccia il fumo del suo sigaro, facendone poi cascare a grammi la cenere sul cappello dei cittadini più umili.
Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di monomania orgogliosa; o avrebbe voluto giullarescamente demolirlo, forandolo con l’ago del nano Papiol.
Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente dei suoi amici e benefattori, questi finirono collo stufarsi definitivamente delle sue continue richieste, a cui risposero da ultimo con quella congiura, di cui si lagnano ordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.
Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il gran rifiuto scrisse più a lui.
Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovvenzioni, Pinotto ritrovandosi con il corto da piede, si degnò di andare a ricercare il Capitano.