D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un cortese amico.

XLIII.

Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto, esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e protettore. —

E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità; — quando si riversava poco decentemente per terra e quando si acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; — quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe; — quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le orecchie in piegature metalliche davanti a qualche leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.

Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;

— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —

XLIV.

Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del prevosto.

Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità, impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso, e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in testa e dell’ultimo comunicato letto sui giornali, desiderava e si figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza prelatizia l’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.

Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e desolata realtà.