Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse; gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo, gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i piedi, ma tutto inutilmente.

Pinotto guardava sempre in su.

Finalmente egli risolvette di tornare a casa.

Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja, egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato quel giallore!

XLV.

Si sedette; estrasse il pane di tasca; — tossì.

Aveva una fame che gli rodeva le viscere. Quel panetto lo fumerà in un flato. Si provò ad addentarlo, — Dio mio! Non ne aveva nè la forza, nè il coraggio. Ne esibì al cane: — Fido, prendi; anche tu avrai fame. —

E il cane aveva fame davvero; imperocchè, preoccupato in tutto quel giorno a tener d’occhio il padrone per l’inquietudine che gli destava il suo aspetto — esso aveva trascurato di fare la solita provvista delle ossa; pure temendo di recare il minimo torto a lui, rifiutò l’offerta.

Pinotto volle ficcargli forzatamente un boccone fra i denti; ma non riuscì ad aprire quella rastrelliera sprangata.

Allora estenuato lasciò andare le mani spossate; chiuse gli occhi, tossi più forte e si senti nella bocca il sapore plumbeo del sangue caldo, mentre gli girava addosso il senso di un freddo marmoreo.