Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà, ritraendone pochi centesimi.
Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.
Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane, finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:
— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi per pochi giorni cinque o sei lire?
— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.
E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per comperare la Capitale da basso.
— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò: Ah sì! comprerà la Capitale per involgervi dentro l’ultima camicia, che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!
Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore gli batteva forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.
Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una Madonna. Era sua madre.
— Viene, viene! — borbottava fra sè.