— Fido, ne vuoi?

Fido gli fece cenno di no.

— Come sono debole!...

Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?

Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?

Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare gran cosa.

Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre, che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero buon pro’!

Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.

Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi, non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —

Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli ospedali.