Se invece camperà.... già non avrà un soldo di dote, perchè suo padre liquiderebbe in vino ed altri liquori la proprietà di sette chiese, e sua madre convertirebbe un globo terracqueo di beni parafernali in gale e cravatte vistose e in ghiottonerie di ascosaglia.

Dunque Elenuccia non avrà un soldo di dote. Ancora giovanissima, le faranno sposare un veterano delle patrie battaglie, che le metterà su un’osteria, oppure la faranno maestra o levatrice comunale; ben detto comunale. Quante persecuzioni a quella povera bella, dai professori della scuola all’assessore anziano, dall’enorme cappellano ai direttori del libello quotidiano o del gazzettino didattico! e niuno saprà, vorrà, o potrà innalzarla a quelle stelle, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Maria, e tutti la terranno con loro sulle spiaggie, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Pasifae.

Quando poi sarà divenuta vecchia prima del tempo, scipata, diroccata, sorda, tanto che per farla sentire bisognerà parlarle dentro un corno acustico, — allora, se mai la vedranno comparire da un capo all’altro di una strada, sprezzeranno i suoi adoratori e consumatori della sua gioventù. Niuno proteggerà il suo diritto alla pensione, le sue cartelle e le sue scritture di credito, se ne avrà. E quando essa sarà morta, per dieci anni farà ancora sghignazzare le tavolate col ricordo del suo corno acustico.

Elenuccia, senti: va via da questo brutto mondo; va via, nella tua primavera sacra, mentre hai tredici anni, mentre sei innocente, sei fiore, sei farfalla; va allo spolverio inzuccherato degli angeli che ti attendono; va sulle ginocchia sconfinate della Madonna consolatrix afflictorum.

Sei degna di morire. —

VI.

Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispettore, le preghiere del santo arcivescovo e il lungo soliloquio del cavaliere artista: e fu un personaggio coreografico che non parla, il Sole.

Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colorisce, sebbene di indole impassibile, qualche volta si degna fissare nel mare infinito degli esseri da lui dipendenti qualche pecorella prediletta, e specialmente qualche bella ragazza.

Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul ballatoio la biancheria di bucato; si levava sulla punta dei piedi, tendeva le braccia, si torceva, si spenzolava, come volesse sciorinare tutta la sua forma al sole: girava il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di raggi; gli si spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.

E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di calore crescente nel suo altoforno empireo: i suoi raggi cocenti fremitavano: e cremandola le artigliavano la testa come carezze di leone amoroso.