AP. Tu mi dici cose maravigliose.
FR. Sì, ma vere. Perciocchè quel principe mandò a cercare del detto uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mandò egli? E poi che il maestro andò in malora, un suo scolare capitò in questa terra, che ci lasciò il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo mio si sono mantenuti. Imperocchè chi fusse ito a lui per ritrovare un furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre vada macchinando contra l'umana generazione, così in tutte l'altre cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi gli nega come ostinato, è contrario a tanti uomini, che dicono non avergli già provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi n'ha fatto l'esperienza, è chiamato sfacciato da Agustino (testimonio famoso) al quindicesimo libro della città di Dio, dicendo che i Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi Dusi) del continuo vanno cercando tal disonestà, e mettonla ad effetto.
AP. Seguita di grazia.
FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la setta Pittagorica.]
AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico.
FR. Se ti ricordi così bene di queste cose, facilmente concederai il resto, perciocchè dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare ancora i poeti latini, imperocchè Scipione similmente è introdotto a cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma d'Orfeo molto più antico, il quale è certissimo che fu imitato da Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo d'Orfeo, che invocava Cerere; e benchè usassino varie cerimonie, nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocchè si dicesse che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de' Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocchè non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cioè dalla astuzia del demonio.
AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che con suo danno tentò l'andare per l'aria.
FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso nell'arbitrio di chi legge, acciocchè non pensassi che io ti voglia porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non è cosa finta, si può riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed incubi, perchè non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri? provandosi con tante autorità e tanti testimonj, che se vuoi gli racconterò. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne scrisseno sì Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti bossoli, e l'olio.
AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio, rivoltandosi di quà, e di là?
FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de' piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al piede, subito si trasformò in uccello volatile: ed aggiugne poco di sotto che non era altro che corvo notturno. Così a tutti quelli che lo guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo notturno; perciocchè io non credo che con unguenti nè con incanti, cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro medesime o ad altri essersi tramutate, nè avere più la forma che avevano prima. E benchè questo retorico falso ed astuto fingesse d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostrò variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora più chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la mente, e lo ingegno di Lucio: e non è da credere che gli fusse venuto per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di Tessaglia. Affermò dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che imitò Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io mi ricordo bene delle sue parole) un poco più unto che non dovea, e fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma.