Parlando di Andria disse condidit hic Andrum. Passando a parlar di Corato soggiunse fabricavit et inde Coretum. Ma per Bisceglia e Barletta si valse del vocabolo ædificavit, e disse Buxiliam, Barolum maris ædificavit in oris. Le parole condidit e fabricavit fanno intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città fatte di pianta. La parola ædificavit di cui si valse per Bisceglia e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate, ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola ædificavit fa la seguente osservazione: Munisse puto hoc noster ædificare appellat[33].
Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto che le predette due città già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola Peutingeriana sotto il nome di Balulum, ed in altre edizioni di Bardulos, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di Barulum.
Nella stessa Tavola vi sono anche Turenum Trani, e Natiolum Giovinazzo. Non vi è Buxilia, detta da altri Vigiliæ, perchè questa nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia medii ævi colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che Sergius (alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus Vigiliarum[34].
Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali abbonda: Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas continebant[35]. Da tutt’altro quindi che dal Netium di Strabone, o dall’Isola denominata Andro si è ripetuta la etimologia del suo nome.
Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso Netium di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.
Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione sulla parola Netium di Strabone. Si è dimostrato concludentemente che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro de Coloniis. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da lui chiamate Provincia Apuliæ, e Provincia Calabriæ. Nella prima riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si vede allogato l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino etc. Nella seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro Ruvestino: Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, Orianus, Rubustinus, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas declaretur[36].
Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu Rubi. Non bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova Auctore N. Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo si vede la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome di Rubustum. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese questo nome dai Rubustini di Plinio, e dal Rubustinus ager di Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola Peutingeriana è la nostra città chiamata Rubi e non già Rubustum.
Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai più grave allora che sulla parola Rubi fece la seguente osservazione: Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia, seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94[37]. Fa veramente meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto Stefano giustamente redarguito da Baudrand nelle sue note al Lessico Geografico di Ferrario, ove sulla parola Rubi osserva: In Thesauro linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs Apuliæ.
Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. Rubi est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. Horat. in Serm. I sat. 5 etc. Ma oltre che una città di questo nome non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di Ruvo della Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.