Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’ quali la Natura l’è stata prodiga[45].
Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. Jam vero tanta ei vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam partem ex ea appellando Græciam magnam[46].
Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un fondamento di ragione i Greci gli chiamavano Barbari.
Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].
Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.
Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di Magna Grecia, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual è Cicerone, lasciò scritto: Pythagoras, qui cum Superbo regnante in Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina, tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum nomen, ut nulli alii docti viderentur[49]. Ed in altro luogo: Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse[50]. Ed in vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].
Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare Locrese, Scillatico, e Tarantino[52], o pure sotto questo nome siano andate comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.
Pare ch’egli ammetta la così detta Magna Grecia nelle principali città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni. Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani spedirono i loro Legati per aver buone leggi partim ad Græcas urbes, quæ sunt in Italia, partim Athenas. Non alle sole città quindi della così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte della così detta Magna Grecia, sono una sicura testimonianza che pari in esse era anche la coltura.
L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa. Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della Italia.
Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti Aborigini, soggiunse ciò che siegue. Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira. Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium, unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti sunt Peucetii[55].