[78]. Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ.
[79]. Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
[80]. Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate Isole di Tremiti e da Cornelio Tacito Trimetum lib. IV Annalium cap. 7. Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
[81]. Strabo lib. VI pag. 284.
[82]. Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome Venulo essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome Acmene di carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso fatta da Venulo ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel modo predetto.
Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,
Et socii amissi petierunt æthera pennis,
Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum
Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent.
[83]. Livii Histor. lib. XXV cap. 12.