Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città, e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo concludentemente dimostrare.

In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo ad aprirla.

Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile. Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri.

CAPO I. Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo.

Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al suo libercolo Geografico fu De situ Orbis. Non si occupò quindi di altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo libercolo, poichè disse: Dicam autem alias plura, et exactius: nunc autem ut quæque erunt clarissima, et strictim.

Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco. Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla Corografia, nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].

Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto nominata doveva per necessità parlarsi.

Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si andava a Roma, e dice: Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via urbes sunt Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia[3]. Descrive poi l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne: Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX[4].

Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava l’antica Peucezia, quel Netium che si vede situato tra Celia e Canosa ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto che Netium Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.

Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì Celia, soggiugne: De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium Plinii. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un forte per altro, non può aver luogo. L’Aletium di cui parla Plinio nel luogo che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.