Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον fa la seguente osservazione. Netium nusquam in isto tractu nominatam reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce Κανυσιον orta sit illa και Νήτιον, quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent. Ma è una idea molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe tampoco a provare la non esistenza della città denominata Netium per la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore, come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione. Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata Netium nusquam in hoc tractu reperio nominatam.

Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che aveva detto Casaubono, ed osserva: Putat Casaubonus τό Νήτιον esse male repetitum ex Κανυσιον quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs, seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post Celiam Ehetium, puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone Νήτιον; sed vel corruptam esse ex Ehetium tabularum, vel Ehetium corruptum in Tabulis ex Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’Ehetium della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.

Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare ignotum per ignotum. Se sconosciuto agli antichi Scrittori è il Netium intruso nel testo di Strabone, ignoto è del pari l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.

In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane furono pubblicate da Marco Vesero. Nella sua prefazione alle stesse ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di Corrado Peutingero, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei le crede un Itinerario militare formato ai tempi di Teodosio, non già da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati nelle Armate di quel tempo che si chiamavano Metatores. Si adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di essi Vegezio nel lib. I cap. 7.

Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella sua prefazione alla Geografia antica. Nè sono queste osservazioni che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. Facendosi poi alle stesse attenzione, passim si scorge la corruzione de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.

Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica Peucezia quell’Ehetium del Palmerio si vede in essa situato tra Celia e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può aver che fare col preteso Netium di Strabone che verrebbe a ricadere nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.

Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor Millingen ha opinato che l’Ehetium della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica città della Peucezia denominata Azetium, le di cui monete portano la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo incerte. Egli crede che gli Azetini debbono essere lo stesso Popolo riportato da Plinio sotto il nome di Ægetini nel libro III cap. XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale di Rutigliano perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia verso Taranto come l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. Quindi la emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.

Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino, di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica ab Æquotutico Hydrunto ad Trajectum sulla parola Herdonia propone un’altra emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice delle altre che si son premesse. Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et Canusium, et Herdonia. Legendum enim Neritum arbitror, unde Plinius Neritinos, non Netium.

Ma il sostituire la parola Neritum al preteso Netium di Strabone è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare la città denominata Neritum da Tolomeo, e Neretum nella Tavola Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di Nardò formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P. Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una giustificazione della parola Netium intrusa nel testo di Strabone, la quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.

Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda Regione ha allogati Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos. Sotto il nome di Apulia vi ha compresa tanto la Daunia, che la Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e dice; Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses, Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14] Rubustini[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini, Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini, Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17], Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, Neretini, Valentini, Veretini.