Ora è quì notabile che la parola Neritini in tutte le altre edizioni di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta si vede unita ai Rubustini, ed ai Silvini. La seconda è allogata ne’ Salentini. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città di questo stesso nome, e la città denominata Neritum, o Neretum trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si vede riunito ai Rubustini ed ai Silvini, e ritenerlo nel luogo che sussiegue, ove si vede allogato ne’ Salentini ai quali realmente apparteneva, come appartiene anche oggi la città di Nardò ch’è l’antico Neritum.

Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per dare esistenza a quel Netium che niuno ha saputo vedere ove sia stato, ha troncata e mutilata la parola Neritini che si legge in tutte l’edizioni di Plinio unita ai Rubustini ed ai Silvini, e ne ha formata la parola Netini di sua assoluta creazione. Quindi nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente osservazione: Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque, Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit, reddantur.

Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta. Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione della parola Neritini di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone da un errore degli amanuensi.

In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente un’ambiguità. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul preteso Netium, quanto sull’antica città di Celia. Passa a rassegna le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione di tanti Uomini per altro dottissimi.

Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam, Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi, quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit, quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie via publica ducit[19]. Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum Ael. Munic. Coel. Ant., quasi Ælium Municipium Cælium Antoninianum. Sed Νήτιον Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat. Strabonis verba sunt έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, et Canusium, et Herdonia. Casaubono videntur expungendæ voces καί Νήτιον, tanquam ex una Κανύσιον bis perperam exscripta natæ, quod violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum quidem ad Natiolum Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit Νήτιον Strabonis esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet[21]. Harduinus Plinii lib. III cap. XI Netinos inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non ostendit, ubi priores Neretinos legerunt, qui paulo post repetuntur, et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur. Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et Netinos reliquit tanquam lectionem genuinam[22].

Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero che il preteso Netium di Strabone sia lo stesso che l’attuale città di Andria sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat Surita. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit Surita ad Antonini Itinerarium[24].

Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che non ebbe mai alterando, e mutilando la parola Neritinos che si legge nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva divergenza, la quale non può non destar meraviglia.

Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere allogata tra Celia e Canosa.

Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non fosse mancata, ed era questa la città di Ruvo. Quindi quel Νήτιον altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto Rubi. A confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada suddetta da lui descritta.

Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada suddetta da lui indicate sarebbero Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare a Celia andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a poche miglia di distanza dall’antica Celia.