Per quanto la veste sia la carne, di che nel gran dì sarà rivestita l'anima, (Pur. 14, 43) pure, in virtù dello stile pregnante del nostro Poeta, ella ricorda la lunga veste del sacerdote Tracio, che non è Museo, ma figlio di una Musa, di Calliopea, e sembra aver la stessa autorità di Museo, se non forse (per Dante, come per antichi comentatori), essere una persona con esso. Tracio in vero era anche Museo. La ricorda. Dante leggeva in Servio questo dubbio: “o parla dell'abito di citaredo, o della lunga barba„. “Lunga la barba„ è del suo Catone.[385] Ma sia comunque; in che modo sarà chiara la veste di Catone nel gran dì? Quale accrescimento di gloria o di gioia avrà ella? Nel gran dì, i suoi sette regni, ove noi vediamo

inclusas animas superumque ad lumen ituras,

saranno vuoti. Sarà egli re senza sudditi? In ciò sarà la chiarità della sua veste? No: allora noi dobbiamo prevedere la fusione di quei due luoghi che abbiamo veduti così simili, della selva del limbo e della foresta del paradiso terreno, tutti e due esemplati dall'Elisio Virgiliano;

secretosque pios, his dantem iura Catonem.

Ciò è evidente. Ai comentatori riuscì ostico sempre quel verso, la veste che al gran dì. Come mai quello scongiuro per il rivestimento della carne a tale che dovrebbe, nel gran dì, appunto andare per le sue spoglie, ma non però che se ne rivestisse? (Inf. 13, 103) C'è un'antitesi pensata, tra questo e gli altri suicidi, pensata e che deve far pensare. Dante usa, fuor di rima, la parola veste per farla notare, codesta antitesi violentissima. Il fatto è che il chiaro rivestimento deve aver che fare con la qualità di custode del purgatorio, cioè di balivo dell'anime che, sospese, sono purificate col vento col fuoco e con l'acqua. Ora queste anime sono per andare al lume supero e per rivedere le supere convessità. Ma con questo, un altro effetto è nella purificazione. Le anime tornano ai corpi. (Aen. VI 713, 720, 751) Al balivo dell'anime che si purificano, si ricorda il suo futuro ritorno alla carne, perchè il ritorno alla carne è nell'Eneide menzionato sempre vicino all'altro effetto della purificazione. Ora poichè, secondo il dogma cristiano, tutti risorgeranno con i loro corpi, non i soli sudditi di Catone, e sono eccettuati, secondo Dante, appunto i suicidi come Catone stesso, noi dobbiamo pensare qui a una risurrezione speciale, notevole, impreveduta. S'è detto della somiglianza dei sospesi nel limbo coi penitenti del purgatorio. Ebbene leggiamo nell'Eneide dell'inconsapevole profeta mantovano; leggiamo: (ib. 719)

o pater, anne aliquas ad caelum hinc ire putandum est
sublimis animas, iterumque ad tarda roverti
corpora? quae lucis miseris tam dira cupido?

Si parla qui, secondo Servio, di alcune, non tutte, anime di sublimi: gli spiriti magni. Il che è reso visibile, come da un lampo, da quell'ultimo emistichio. Quali sono in Dante quelli che hanno “desio inadempibile„ di luce? Chè Dante, è assai facile così traducesse la dira cupido. Invero nell'episodio di Palinuro, esemplato in quello di Filippo Argenti, (ib. 373) torna questa dira cupido, che è tradotta col Rimani di Dante e col Via costà di Virgilio; (Inf. 8, 38) e nel dramma del Messo del cielo è ritradotta con “oltracotanza„ che significa “pensare o desiderare oltre le proprie forze„. Quali sono dunque quelli che desiderano ciò che non è dato sperare? Quelli del Limbo. E desiderano la luce, l'alto sole, come quelli che sono nelle tenebre, e le tenebre sono il lor solo martirio insieme con questo desiderio che è dato loro per lutto “eternalmente„. Sì che patiscono, sopra ogni altro, gli effetti della “miseria„ originale, e “miseri„ sopra tutti hanno a chiamarsi, essi spiriti magni, essi parvoli innocenti. Or bene solo di questi miseri si dice nel tempo stesso che andranno al cielo e torneranno ai loro corpi, ossia, pensò Dante, quando torneranno ai loro corpi, andranno al cielo. Al cielo? Altrove Virgilio dice superum ad lumen (ib. 680) dell'anime chiuse in una verde valle, altrove dice supera convexa (ib. 750) di quest'anime immemores (come Virgilio, pensava Dante, che porta il lume dietro sè), e che tornano ai corpi. Il cielo, il lume, la convessità sarà quel largior aether, quel lumen purpureum, (ib. 640) che scende da proprio sole e da proprie stelle; da quel sole che riluce in fronte a Dante, (Pur. 27, 133) da quelle stelle e più chiare e maggiori, che Dante mira nel paradiso terrestre. (Pur. 27, 90) Sarà questo lume e questa convessità superna, quella “del grado superno„; (Pur. 27, 125) sarà l'altezza tutta disciolta nell'aer vivo. (ib. 28, 106) Ecco dunque, che quando ritorneranno ai loro corpi, i pii saranno in disparte avendo Catone a loro giudice. Saranno nell'Elisio veramente. Dalle tenebre saranno saliti alla luce; dalla selva oscura alla divina foresta. Essi che onorarono ogni scienza ed arte, non avranno più comune la sede con quelli che non ebbero vita di scienza e d'arte, ma saranno nelle sedi beate, nel lieto luogo dei boschi fortunati, dove ora canta soletta la bella Donna che è appunto arte o scienza, scienza e arte, l'arte nepote di Dio, figlia della natura, utile e facile e lieta. Il Veglio solo, che è il più sospeso dei sospesi, perchè è a mezza strada tra il limbo cieco e paradiso luminoso, sarà tra gli eroi, i filosofi e i vati. Tarda ha detto i loro corpi l'immemore Vate. Oh! si sa, come si possa o si debba interpretare quella tardità del corpo rispetto alla velocità dell'anima; ma Dante può anche averla ritratta in quelli occhi tardi e gravi, in quei sembianti pieni di grande autorità, in quel parlar rado, con voci soavi, che già hanno nel carcere cieco le ombre di coloro che verranno nel luogo veramente “luminoso e alto„. Intanto di ciò hanno la promessa, nè se ne accorgono; come non s'accorgono del lume che là li illustra e che a loro sembra tenebre. Essi desiderano l'alto sole: lo vedranno. E presso loro, per la foresta, lungo il fiume, s'udrà il murmure dei parvoli innocenti, che sembreranno api sui fiori dell'eterna verzura.

A quel luogo, ancor viventi, giunsero sensibilmente due di quelle genti: uno della schiera degli eroi, l'altro del sinedrio dei poeti: Enea e Dante. Erano tutti e due pii: pietate insignis l'uno, dei pii vates l'altro, i quali, come esso afferma di sè (Par. 1, 27), “parlarono cose degne di Febo„; erano tutti e due dis geniti, e li portò su, a quell'etere più largo, l'ardente virtù. Chè tali, afferma Dante, sono anche quelli che poetarono con vigor d'ingegno, con assiduità d'arte, con abito di scienze. (VE. 2, 4)

Tutti e due dis geniti, tutti e due accompagnati da un vate; dalla Sibilla il primo, dal poeta della Sibilla, dal poeta sibillino e profetico il secondo. E quest'ultimo è il narratore della discesa del primo, e seppe prima i colloqui della Sibilla con Enea, e poi, morto, da sè fece la via medesima. Quando il secondo Enea, ode da Virgilio la proposta del grande viaggio, dice: Io non sono Enea; poi acconsente al viaggio, pensando, dunque: Io sono Enea: alter ab illo. Basterebbe, io credo, questa affinità e congiunzione tra il secondo e il primo viaggio, e tra il secondo e il primo viatore, e tra il secondo duce e i primi duce ed eroe, a convincere che a un certo punto, quando il viatore poeta si trova avanti una porta chiusa, che il viatore eroe trovò aperta, la ianua Ditis, fosse il viatore eroe a disserrarla al viatore poeta. L'Enea Virgiliano dice alla sua vate: doceas iter et sacra ostia pandas: (ib. 109) ricordiamo! Al secondo Enea il suo vate si offre per queste due operazioni distinte del viaggio e della porta. Ed è intuitivo che le operazioni e' le compia tutte e due, col suo volume, con le sue inspirazioni poetiche o mistiche. Dunque la porta l'apre esso, che ha detto, Vincerò; l'apre esso col mezzo d'una sua imaginata verghetta in mano a un suo creato eroe.

Che il poeta fosse allora aiutato dall'eroe sarebbe, io credo, di per sè probabile molto; se non fosse assolutamente certo, perchè il Messo del cielo viene da di qua della porta dell'inferno,[386] dunque dal limbo, perchè soli quelli del limbo non son legati da Minos; ed è perciò Enea, perchè a Virgilio l'innominato Messo si era offerto, e non gli si poteva offrire se non uno del Limbo, non essendo Virgilio uscito dal Limbo,[387] o, a ogni modo, non essendo detto che altrove si recasse; e non doveva Virgilio, cercando ciò che, oltre la parola ornata, era mestieri al campar di Dante, rivolgersi ad altri che a guerrieri o eroi, e tra questi, non ad altri che al guerriero ed eroe suo; è Enea, perchè, senza scorta (esso che l'ebbe altra volta) scende i cerchi dell'incontinenza di concupiscibile, e Dante l'ha nel Convivio (4, 26) recato a modello e tipo di stringitore di freno; e perchè passa come terra dura la palude dell'incontinenza d'irascibile o di manco di fortezza e magnanimità, ed esso è nel Convivio recato a modello e tipo di movitor di sprone; perchè è insomma temperante e forte, tipicamente; è Enea, perchè non altri che uno dotato di virtù eroica, in grado supremo, poteva aprir la porta che conduce alla bestialità, che è, secondo Aristotile, il perfetto opposto di detta virtù; perchè non altri che un sommamente giusto, poteva schiudere il varco che la malizia o ingiustizia aveva chiuso; è Enea perchè è Messo del cielo, e Dante se ne avvede e vuol parlarne a Virgilio cantore o, vorrei dire, evangelista di lui; ed Enea appunto fu eletto da Dio per padre di Roma e dell'Impero; è Enea, perchè mostra qui quegli animi e quel fermo petto, che ad ammonimento della Sibilla, usò nella sua prima discesa; è Enea, perchè parla ai diavoli di fata e di Cerbero, e usa altre frasi, udite nella prima discesa; è Enea perchè lo spettacolo delle mura rosse e delle Furie è quel medesimo che vide nella sua prima discesa; è Enea perchè si ritrova avanti alla reggia di Proserpina o moglie di Dite o regina dell'eterno pianto, personaggio che in nessun altro luogo dell'inferno è ricordato, e che è ricordato qui per suggerir il nome di lui che “occupò l'adito„ di quella reggia nella sua prima discesa; è Enea, perchè appunto ha una verghetta in mano, come nella sua prima discesa, e l'usa, con qualche divario ma l'usa ora alla soglia di Dite o della sua moglie, come allora, e con l'effetto di passare[388] sino all'Elisio o purgatorio, come nella prima discesa; è Enea, perchè d'Enea la Tragedia che non falla, racconta come l'infallibile Sibilla dicesse che due volte sarebbe galleggiato sullo Stige e due volte avrebbe veduto il Tartaro, il che, secondo l'interpretazione Dantesca, a dar retta all'Eneide, non era successo che una volta, quella volta.[389] Catone, nel Convivio è introdotto a simboleggiare, con la sua Marzia, che or di là del mal fiume dimora, il passaggio della nobile anima per tutte le virtù di tutte le età, sinchè l'anima nel senio torna a Dio. (4, 28) Nella Comedia l'anima che torna a Dio, trova Catone alle radici del monte, per il quale si torna a Dio. Enea nel Convivio esprime le virtù, principalmente, giovanili, la temperanza e la fortezza, per le quali si lasciano i piaceri e si entra magari nell'inferno. (4, 26) Nella Comedia, come ha luogo Catone, ha luogo Enea che lascia il suo limbo riposato, e apre l'entrata al vero inferno, a Dite. E nella Comedia mostra, questo Messo del cielo, anche l'amore che si dice nel Convivio, e la cortesia, e la lealtà: perchè ama con quel fatto dello scendere, un maggiore, a cui si offre, e un minore, da cui è inchinato; e si degna, cortesemente, non di prender “la scure ad aiutare tagliare le legna per lo fuoco„, ma di riprendere la verga delle fata ad aiutare aprir la porta di Dite; e, quanto a lealtà, “ciò che promise„ a Virgilio, “lealmente poi diede„, sebbene questi un poco ne avesse dubitate. (4, 26) Ed è, sopra tutto, “il giusto figliuol d'Anchise„, come quest'altro Enea è l'amico di Beatrice, è colui che scampò a stento dall'ingiustizia, è il cantor della rettitudine, è un dei due giusti di Fiorenza; al modo che Enea è uno de' due di Pergamo.