Colà diritto sopra il verde smalto,
mi fur mostrati gli spiriti magni.

Anchise ha detto a Enea che vuol mostrargli quella prole (sono, in certa guisa, infanti nel tempo stesso che magni) “quo magis... laetere„ (ib. 717) Dante, di vedere quegli spiriti magni, che sono tra i parvoli, in sè stesso s'esalta. (ib. 120) Nè si deve tralasciare che di risurrezione parla qui Virgilio a Dante, (ib. 53) e Anchise a Virgilio. (ib. 750) Sono dunque gli spiriti magni e parvoli di Dante nell'Elisio di Virgilio? Certo, se ricorriamo all'altra figurazione degli inferi Virgiliani, dobbiamo dire che sono secreti anch'essi, questi pii di Dante. (Aen. VIII 670) E non occorrerebbe quella, e basterebbe questa; che tutto qui parla di appartato e separato.

Ma le anime di Virgilio, destinate a prendere altri corpi, le anime che bevono al Lete con grande ronzìo di sciami, quell'anime dice Anchise “superum... ad lumen ituras„. (VI 680) Ed Enea chiede se s'ha a credere che “aliquas„ vadano di lì al cielo “sublimis animas„. (ib. 719) Sublimis noi sappiamo che è complemento avverbiale di ire; ma lo sapeva Dante? Servio lo traeva in inganno, facendogli notare quell'aliquas e dicendo: non omnes, sed sublimium.[377] Da ciò gli “spiriti magni„. Ma dunque gli spiriti magni, e con loro tutto quello sciame ronzante, sono destinati ad ire al cielo, a vedere il lume del sole alto? a vedere altro lume, che quello che godono nel luogo dove sono, dove è pure un proprio sole? In vero Dante li dice “sospesi„. (Inf. 2, 52) E sospese sono le anime dell'Eneide, sia per questa loro condizione di destinate ad altra vita, ad altro luogo, ad altra luce; sia perchè proprio suspensas le afferma Anchise. (ib. 741) Chè egli dice che elleno panduntur inanes suspensae ad ventos. Inanes sono i venti, e suspensae va con panduntur; ma intende così Dante? Dante che “non sospende„, ne' suoi imaginati supplizi, mai le anime purganti? Dante che chiama “vane„ le ombre, (Pur. 2, 79) e “vanità„ quella dell'anima senza corpo? (Inf. 6, 36; Pur. 21, 135) Nè è da tralasciare un altro passo, che Dante può non aver inteso o voluto intendere. Dice Anchise di tutti i viventi (e Dante può avere inteso solo delle grandi anime), (ib. 730)

Igneus est ollis vigor et caelestis origo
seminibus, quantum non noxia corpora tardant
terrenique hebetant artus moribundaque membra.
Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque auras
dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco,
quin et supremo cum lumine vita reliquit,
non tamen omne malum miseris nec funditus omnes
corporeae excedunt pestes.

Ma con ollis non alludeva Virgilio specialmente od esclusivamente a quelle anime, cui era caelestis origo? Tutte, Dante pensava, hanno questa caelestis origo, in un certo senso; ma in un cert'altro, sole quelle dei dis geniti. E questi sono, secondo Aristotile e lui (è bell'e ora di dirlo), uomini “nobilissimi o divini„. Chè un detto d'Aristotile era ben fermo nella mente di Dante, sin dalla sua gioventù; un detto in cui si riportava un de' pochi versi d'Omero che Dante conoscesse. Si legge nella Vita Nova: “... nella mia puerizia molte fiate l'andai cercando (quest'Angiola giovanissima), e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: — Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di Dio — „. (VN. 2) E nel Convivio, comentando il suo proprio emistichio Ch'elli son quasi Dei, dice: “E ciò prova Aristotile nel settimo dell'Etica per lo testo d'Omero poeta...„ (Co. 4, 20) Il qual testo è “Nè pareva d'uomo mortale figlio essere, ma di Dio„.[378] Si legga ora nel citato capitolo e nei seguenti la teorica dell'Alighieri; e si mediti questo passo: “Puote adunque l'anima stare non bene nella persona per manco di complessione, e forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende„. (Co. ib.) Il manco di complessione traduce, a parer mio, la frase Virgiliana terreni hebetant artus; il manco di temporale o tempo, l'altra frase moribunda membra; che muoiono, cioè, troppo presto. Questo, fraintendendo, si capisce. E così mi pare d'intravedere l'interpretazione di Dante: “Vi sono semi d'origine celeste, in quanto che non li ritardano da produrre quel primo e più nobile rampollo che, per via teologica, consiste nei sette doni dello spirito santo: (Co. 4, 21) i corpi o le persone (puote adunque l'anima stare non bene nella persona) o, diremmo noi, le personalità o individualità o i soggetti, noxia, cioè dati al male, e quelli mancanti “di complessione„ o “di tempo,„ per svilupparsi; cioè destinati a morir troppo presto o a non vivere veramente mai: dei parvoli d'età e d'animo. Le anime di quelli che possono dirsi dis geniti, patiscono passioni contrarie tra loro: non sperano (metuunt) e desiderano; sono nè tristi nè liete (dolent gaudentque, nel tempo stesso, cioè non dolent propriamente e non propriamente gaudent). Non vedono l'aria pura, chiuse in luogo tristo di tenebre, nel primo cinghio del carcere cieco. (Pur. 22, 103) Eppure la vita li lasciò con un supremo lume. Il quale sarebbe il raggio divino, il lume, (Co. 4, 20) “la intellettuale virtù... bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea„; (ib. 21) il quale sarebbe quel lume o lumiera che con le tenebre ha nel limbo lo stesso ineffabile contrasto che la gioia col dolore e la presenza del desiderio con l'assenza della speme. E tuttavia, esse sono misere, con questo lume che è tenebra, sebbene non abbiano alcun martirio; perchè questo appunto è il loro martirio, d'avere un lume che è tenebra e un desiderio che non s'accompagna con la speranza. Ma esse sono “sospese„, queste anime sublimi, cioè come Dante intendeva, illustri; (ib. 758) di cui Dante vede Cesare e Bruto nel suo limbo. E “andranno al lume supero„. Esse sono anime di pii, che secondo l'Eneide, la quale rettamente interpretata, non falla mai,[379] sono sotto la balìa di Catone.[380] Dov'è Catone, secondo l'Eneide novella?

Dante in questa sua Eneida, è ammaestrato all'ultimo da una donna soletta. Questa gli dichiara prima in che modo sull'altezza disciolta tutta nell'aer vivo, si senta stormir la selva e si veda uscir di fontana salda e certa il doppio fiume del buono oblio e del buon volere. (Purg. 28, 88) Conclude dicendo che quel luogo è la realtà di quel sogno che i poeti antichi posero in Creta.[381] Ella è tanto la dichiaratrice della foresta, che quando Dante, privato della memoria da maggior cura, chiede a Beatrice che acqua sia quella de' due fiumi, Beatrice non risponde essa, ma gli dice: Prega Matelda che il ti dica. (Pur. 33, 118) Ed è l'unica volta che suoni il nome di Matelda. Chi è nell'antica Tragedia quello che è Matelda nella nuova Comedia? Non Anchise, sebben discorra dei due (a parer di Dante) fiumi Letei. Invero nella Comedia e nella Tragedia due sono le persone che parlano all'Enea antico e al nuovo, nelle “sedi beate„. La prima d'esse si rivolge tanto al vate quanto all'Enea. Dice: vos; (Aen. VI 675) dice: voi. (Pur. 28, 76) La seconda parla solo all'Enea e dice: Venisti tandem? (ib. 687); dice: O tu... (Pur. 31, 1) Questa seconda è quella che mostra all'Enea la visione del futuro; che gli dice: Huc geminas nunc flecte acies (ib. 788) o al carro tieni or gli occhi; (Pur. 32, 104) e gli rivela un gran lutto e un gran disastro (ib. 868, Pur. 32, 109), e gli memora le guerre da sostenere (ib. 890) “in pro del mondo che mal vive„. (Pur. 32, 103) Questa seconda è quella che parla dei grandi misteri;[382] la prima insegna all'Enea, anzi all'Enea e al Vate, come e' possa veder la seconda; (ib. 676) e loro è guida nei campi floridi e belli, (ib. sq. Pur. 29, 7) salendo. (ib. 676, Pur. ib.) La prima, Enea e il Vate trovano così casualmente, senz'averne prima saputo: ma la seconda è quella per cui hanno intrapreso il grande viaggio: è Anchise, che Enea va a rivedere per averne consiglio e conforto: è Anchise che aspettava il figlio; (ib. 687) che era tanto pensoso di lui (ib. 670); che lo revocò tante volte in sogno. (ib. 695) È Beatrice, che aspettava il suo amico, che di lui era tanto dolente, che in sogno o altrimenti tante volte lo revocò. (Pur. 30, 134) La prima invece è Matelda, è Musaeus. È Matelda, cioè l'arte in genere e l'arte del poeta in ispecie; quell'arte che si chiama ancora scienza, e arte e scienza, e che col nome mitologico è Musa, cioè la propria scienza del poetare.[383] Così il vecchio Museo, che sopravanza tutti dell'omero e che regna in mezzo alle anime felici e che dà contezza ad Enea e alla Sibilla del bosco ombroso e dei prati fatti sempre freschi dai rivi, e che li guida, salendo un giogo, sin dove trovano Anchise, si trasforma nella giovane Musa, la quale dice a Dante e a Virgilio che foresta e che fiumi son quelli che vedono, e che li guida risalendo il fiume, sin dove Dante vedrà Beatrice e Virgilio sparirà. Ma è soletta; non è intorno a lei plurima turba. (ib. 667)

La plurima turba, che coi parvoli fanno gli spiriti magni, che furono (ib. 662)

pii vates et Phoebo digna loculi,
inventas aut qui vitam excoluere per artis;

è ancora nel cerchio che somiglia tanto all'altra selva, dove sono gli uomini simili ad arbori, “che non hanno vita di scienza e d'arte„, simili a pietre, “che non hanno vita ragionevole di scienza alcuna„. (Co. 2, 1) Ma sono sospesi, e il loro luogo somiglia a quest'altra foresta “spessa„, dove è la Musa della poesia e di ogni altra arte.[384] Ella è soletta ora, lassù, come solo laggiù, alle falde del monte santo, è un veglio, degno di quella riverenza in cui la plurima turba sembra tenere quel Museo dell'Eneide. È solo anch'esso, a mezza via tra la selva del limbo o del peccato originale, e la foresta del paradiso terrestre o dell'originale innocenza. Dove sono i pii che lo circondano? È solo. Eppure ha in balìa spiriti: dunque è vero l'uffizio che gli assegna l'Eneide. Ma come esercita i suoi iura o la sua balìa? Non si vede. Non l'esercita. È solo, ripeto, sebbene i sette regni siano suoi. Ma ecco, Virgilio, che fa lume altrui e a sè no, c'illumina d'un tratto: (Pur. 1, 75)

la veste ch'al gran dì sarà sì chiara.