Dante, entrato per opera d'un messo del cielo che l'apre misteriosamente con una verghetta, dalla porta di Dite, attraversa il Tartaro, esce dal Tartaro per un cammino ascoso, trova un'altra porta, entra anche da quella, si purifica di sue macchie prima con l'aria, anzi col vento, poi col fuoco, all'ultimo con l'acqua. C'è la trasposizione del fuoco e dell'acqua, in Dante, ma Dante, quel precedere in Virgilio dell'acqua, lo interpreta o finge d'interpretarlo come meramente stilistico. In verità la purificazione nell'acqua, egli pensa, vien dopo quella del fuoco, perchè essa è il bere al Lete, come quasi quasi corregge Virgilio istesso: (ib. 745)
donec longa dies . . .
concretam exemit labem purumque relinquit
aetherium sensum atque aurai simplicis ignem.
has omnis . . .
Lethaeum ad fluvium deus evocat.
Ma qui Virgilio, pensa Dante (oh! sublime gioia, pensare il pensier di Dante), ma qui, a dir meglio, Anchise parla d'una purificazione che si compie sub gurgite vasto, come è detto prima. (ib. 741) O non si contradice Anchise che prima ha mostrato al figlio le anime che all'onde del fiume Leteo (ib. 714)
securos latices et longa oblivia potant?
Ecco, pensa Dante, i fiumi hanno a essere due; uno, dove le anime son tuffate e dimenticano; l'altro dove elle bevono e incipiunt velle rivedere supera convexa. Questo fiume del velle deriva dalla fonte stessa onde sgorga il fiume dell'oblio; sicchè si potranno chiamare tutti e due Lethaei (ib. 714, 745), sebbene più propriamente l'uno, quel dell'oblio, sia Letè, l'altro, quel del volere, con parola greca anch'esso, abbia a chiamarsi Eunoè. Così l'alta Tragedia non è contradetta in nulla dalla Comedia.
In nulla; poichè la purificazione avviene dunque per pene e supplizi, e col vento e col fuoco. Ognun sa le pene e i supplizi; ognun può ricordare il vento. Sei dei P di sulla fronte di Dante sono rasi o spenti da un batter dell'ale (Pur. 12, 98), da un ventare, (17, 67) da un ventilare, (19, 49) da un vento, (24, 148) che vien dall'ale di un angelo. Servio, dichiarando questa specie di purificazione, usa appunto le parole: aere ventilantur.[374] Per la settima piaga, non si parla di ventilare. L'angelo intima a Dante, anzi a lui come alle due ombre di poeti, di entrar nel fuoco (27, 6) che morde e affina. E una voce di là li guida. A Virgilio sembra di veder gli occhi di Beatrice. Vento dunque, nel purgatorio di Dante, e fuoco, e Letè in cui le anime si tuffano e obliano, ed Eunoè, in cui elleno bevono e vogliono. Dopo questa purgazione in vento fuoco e acqua, l'uomo è puro e disposto a veder supera convexa.
Ma Enea, secondo Dante, avrebbe dunque subìto anch'esso questa purificazione? Certo, rispondo, ed Enea e Virgilio e quanti sono nel Limbo, pauci, sebbene moltissimi siano i loro innocenti compagni, sono nella condizione dei purificati dal vento e dal fuoco. Sì. Essi non vogliono propriamente andare a quelle eccelse convessità: essi desiano. Il desiderio non è ancora volere. Il primo piegar dell'anima è amore, il secondo moto è desiderio: donde poi il velle, in cui quel primo amore si liqua. Tutte le anime del purgatorio desiderano; solo quando il desio si fa volere, esse ascendono dalla cornice o dalle cornici, giungono al paradiso terrestre, si tuffano nel Letè e bevono all'Eunoè, e sono puri e disposti a salire alle stelle. Quelli del limbo desiderano, nè possono volere, perchè non isperano. Ma se differiscono dalle anime del purgatorio per questo, che in loro non si può formare il velle non essendoci la speranza, somigliano però alle medesime anime, quando siano purificate, in quest'altro punto che i sette P non li hanno nella fronte, essendo “innocenti„. Sono dunque di là del fuoco dell'ultima purgazione, il qual fuoco a Virgilio, esperto, non duole, in faccia al Letè che non possono varcare. Oh! sì: di là del fuoco: essi hanno la mondizia per cui l'occhio vede. Un lume misterioso raggia per loro. Essi hanno nome Virgilio, Aristotile, Plato. E quando a Virgilio si presenta Beatrice, questi era al suo luogo “tra color che son sospesi„, nel luogo che non ha altro supplizio e lutto, che il desio senza speranza; eppure Beatrice esclama: Fiamma d'esto incendio non m'assale.[375] E l'incendio è proprio di quel luogo, come la miseria che non la tange: la miseria originale.[376] Or qual è quest'incendio, se non il “grande ardore„ che ricuce la piaga dassezzo? (Pur. 25, 139) Il quale chi passa, è innocente e vede; di là del quale si vedono già gli occhi di Beatrice; di là canta una voce che guida e canta: Venite, benedicti patris mei; la voce di Beatrice, dell'angiola, se non di un angelo, della Sapienza che è la figlia di Dio, se ella nella Trinità è il figlio. È quel medesimo: e il fuoco che Dante vede nel cerchio superno, che vincia emisperio di tenebre, come un muro, è quel medesimo fuoco che affina nel grado superno, ed è un muro tra lui e Beatrice.
Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione dell'Eneide, quale dichiara Anchise, è l'Elisio, dove Enea si trova con suo padre. Ivi è etere più largo o abbondevole che veste i campi di luce purpurea e vi è un sole e stelle proprie, “congruenti al luogo„, spiega Servio. Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione della Comedia, si fa vedere un poco il sole e tramonta, e le stelle appariscono dalla fenditura della grotta, “di lor solere e più chiare e maggiori„. Allo stesso modo di qua del fuoco “ch'emisperio di tenebre vincia„, è la lumiera, (Inf. 4, 103) è “un loco aperto luminoso ed alto„. L'Elisio è di amoena virecta fortunatorum nemorum. Nel limbo è un prato di fresca verzura, è il verde smalto: virecta; nel paradiso terrestre è una divina foresta: nemora. Dante ha fatto a mezzo della frase Virgiliana, tra il limbo e il paradiso terrestre. Così quando Musaeus dice: “Abitiamo in sacri boschi opachi e stiamo sulle piote dei greppi e per prati sempre rinnovati dall'acqua dei ruscelli„; (ib. 673) non sappiamo, cercando in Dante i pii di Virgilio, se li dobbiamo trovare nella divina selva spessa, in cui serpeggia il rivo, o nel prato di verzura, cui fresca rende il fiumicello.
Così, altro. Anchise è in una valletta verde. Vede venir verso lui Enea e tende le mani e una voce gli cade dalle labbra: “Sei pur venuto: eri aspettato...„. (ib. 679) Par d'ascoltare la “voce„ che fu udita per Dante nel Limbo: “L'ombra sua torna...„. Enea vede una selva, piena come d'un rombo d'api, che fanno le anime che devono tornare ai corpi. (ib. 703) Par d'essere con Dante, che nel Limbo vede come una selva, una selva di spiriti spessi, che coi loro sospiri facevano tremar l'aria. (Inf. 4, 65) Le anime di Virgilio bevono al fiume Lete l'oblio; gli spiriti di Dante, come formano una selva, così possono insieme chiamarsi “il sonno„. (ib. 4, 68) Poi Anchise trae il figlio e la Sibilla su un colle, perchè veda di faccia le anime illustri. (ib. 752) Dante narra: (ib. 115)
Traemmoci così dell'un de' canti
in loco aperto luminoso ed alto
sì che veder poteansi tutti quanti.