noctes atque dies patet atri ianua Ditis.
(Aen. VI, 127)

Dante si vede che ha posta attenzione a questo verso. Egli fa che avanti la venuta del Cristo, Dite regnasse sino alla porta dell'inferno, mentre dopo, la sua particolare sovranità fu limitata a quella che nella Comedia è veramente la porta della città “ch'ha nome Dite„. Dice invero Dante che i patriarchi salvati dal Cristo erano preda di Dite; (Inf. 12, 38) e dice che i piovuti del cielo erano, quella volta, a difesa della porta men segreta, su cui è la scritta morta. (ib. 8, 125) Non c'era, prima del Redentore, alto e basso inferno; c'era l'inferno; non c'era questo e quel peccato: c'era il peccato.[370] Ora, come mai questa contradizione tra l'Eneide e i libri santi? come mai quella, per bocca della Sibilla, veridica profetessa del Cristo, afferma che la porta era aperta notte e giorno; questi asseverano ch'ella era chiusa, tanto che il Cristo dovè infrangerla?

Dante interpreta misticamente il suo autore. La Sibilla dice che discendere nell'inferno è facile; uscirne, hoc opus, hic labor est. (ib. 128) Avanti il Cristo, pensa Dante, tutti erano preda del peccato, e morendo morivano della seconda morte, cioè scendevano nell'inferno. In questo senso, la porta era aperta. Salvarsi, era impossibile: in questo senso la porta era chiusa. Nel suo essere aperta consisteva il suo essere chiusa. Chi potè, prima della redenzione, sensibilmente passar quella porta che era chiusa appunto perchè era aperta? Pochi, risponde la Sibilla, dis geniti: (ib. 131) per esempio, come poi Enea ode da Caron, Alcide e Teseo e Piritoo, (ib. 394)

dis quamquam geniti atque invicti viribus essent.

Solo Alcide è ricordato, di questi, nell'Eneide nuova, perchè non solo entrò, ma uscì. Nell'Eneide antica si dice ch'egli arraffò e dai piedi del trono del re, ossia di Dite, trasse il custode del Tartaro, Cerbero. Nella nuova il Messo del cielo grida ai diavoli di dentro Dite:

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.

Vostro? se ben vi ricorda? Già: Cerbero non l'hanno più sott'occhio quei diavoli: i quali perciò devono ricorrere alla loro memoria: esso è fuori della città loro, esso che un tempo era con loro. E questo è dunque un altro particolare sottolineato dal Poeta, della condizione ch'era dell'inferno prima del Cristo: la città di Dite si estendeva sino oltre Acheronte.[371] Se l'inferno era allora tutta una città di Dite, Enea trovò dunque chiusa la porta, perchè di Dite la porta è sempre chiusa, sia prima del Cristo il quale, in vero, l'infranse; sia dopo, come attesta Dante e provò Virgilio. Ma, secondo la Sibilla, questa medesima ianua Ditis era aperta allora. E, secondo il racconto di Virgilio nella alta sua tragedia, racconto male interpretato, o a bella posta o inconsapevolmente, da Dante nella sua Comedia, aperta era allora ai dis geniti anche l'altra porta del Tartaro, che è a sinistra, adversa ingens; (ib. 548) la quale per Dante è uguale a quella Ditis magni. (ib. 541) Ai dis geniti era aperta: infatti come entrò Alcide? Da quella entrò se potè arraffare e legare il custode del Tartaro, a' piedi del re Dite. E come entrò Enea? Virgilio non ne parla, si può dire. Narra che occupat aditum, che si purifica delle sozzure, e figge adverso in limine (della porta adversa, della medesima porta che è chiusa dagli avversari), che cosa? ramum, la verga fatale, la verga che è segno del chiamar delle fata, la verga che è il simbolo delle virtù;[372] e mirabilmente entrò. Riassumendo: avanti il Cristo, la porta dell'inferno tutto era chiusa, perchè esso l'infranse; la porta di Dite era aperta, come dice la Sibilla: dopo il Cristo, la porta dell'inferno tutto era aperta, come vide Dante, la porta di Dite, come vide Dante, era chiusa. Ma perchè, avanti il Redentore, Dite equivaleva a tutto l'inferno, la porta era chiusa, come d'inferno, aperta, come di Dite; chiusa e aperta nel tempo stesso, chiusa per il fatto che era aperta.

Pochi dis geniti poterono, non dico entrare, perchè tutti potevano entrare, essendo aperta la porta; ma superum evadere ad auras. Il che Dante vedeva che non avveniva per ritornar su' suoi passi. Enea non esce per là donde entrò. (ib. 898) Sulla porta del regno de' morti c'è scritto, Lasciate ogni speranza! Dante sapeva, dalla lettura dell'Eneide, che, se è difficile, e solo concesso a' dis geniti, tornare a riveder le stelle, impossibile è revocare gradum per quella porta che è pure spalancata noctes atque dies. (ib. 127) Enea infatti entra, come Dante volle travedere o travide, per la porta di Dite o del Tartaro, che sono per Dante tutt'una, col mezzo di quel ramo o verga; e dopo avere attraversato il Tartaro, arriva (ib. 638)

locos laetos et amoena virecta
fortunatorum nemorum sedesque beatas,

dove è aria buona e fine, e luce purpurea, e sole e stelle. A questo luogo non si giunge però (come Dante interpretava, male, secondo me, ma come quasi tutti) subito. Prima le anime devono passare per la purgazione. Sono punite, pagano il fio de' vecchi lor mali. (ib. 739) Sono sospese al vento, tuffate nell'acqua, bruciate nel fuoco. Dopo, tornano ad abitare in corpi terreni; solo poche subito arrivano senza bisogno di purgazione ai lieti campi dell'Elisio. (ib. 743) Così dice Virgilio; ma Dante intendeva (si può supporre) che le anime, almeno alcune, poche anzi, dopo avere mondato l'infectum scelus, andavano all'Elisio[373] e lì si fermavano; “tenevano„ i lieti campi; sentendo il velle di rivedere supera convexa.