I rei della Sibilla sono, oltre i Giganti o Titani, alcuni puniti in modo singolare, altri in modo promiscuo o indeterminato. Dei primi Salmoneo (ib. 585) ha riscontro in Capaneo, che ha la crudel pena del riconoscere la sua impotenza e il trionfo di Giove che lo fulminò. Dante ha anche un suo Tityo in Caifas proteso nella bolgia sesta. Giuda infine e i due uccisori di Cesare sono, con pena singolare, maciullati dalle tre bocche di Lucifero: pendono se non radiis rotarum (ib. 616) o scopulo (VIII 669) a' ceffi (Inf. 4, 65) del primo superbo, districti anche loro e tementi la bocca di Dite, se non delle Furie (VIII 669); non hanno il tormento della fame loro inflitto dalla “massima delle Furie„ (VI 605), ma sono essi medesimi mangiati, come per fame, dal massimo dei mostri. C'è derivazione per analogia e contrasto e amplificazione. Delle pene generali di Dante alcune trovano riscontro in quelle di Virgilio. Ma in Malebolge e nella Ghiaccia Dante narra le pene, le quali, due volte, la Sibilla dice di non volere e poter narrare; (VI 614, 625); e sono accennate nell'ottavo libro nè dichiarate, se non per Catilina, che in certo modo è il modello della pena dei due uccisori di Cesare, pendendo dallo scoglio e temendo la bocca (ora, che però va interpretato diversamente) delle Furie. Dunque Dante con questo suo viaggio allarga e compie le notizie della Sibilla: sa ciò che Enea non potè sapere, pur avendolo chiesto. (ib. 560) Tuttavia, la prima delle bolgie (Inf. 18, 35) ha quel suon di sferze, che è precipuo nel Tartaro Virgiliano (ib. 558); la sesta, che è la bolgia capitale, ha quel Tityo che dissi; sono qua, nella settima, i serpenti, che non mancano là; (ib. 571) e la fame che vide la Sibilla, (ib. 604) ha qualche cosa della sete che vide Dante: là le mense, qua i ruscelli avanti gli occhi. (Inf. 30, 64) E infine tutti i dannati di Dante patiscono spiritualmente lo strazio dell'avvoltoio che cima il fegato immortale; (ib. 597) e ve n'ha chi patisce pur materialmente e visibilmente la lacerazione delle viscere fecunda poenis, (Inf. 28, 41) fecunda perchè le ferite si richiudono. Manca in Virgilio il gelo di Cocito; ma Cocito (Dante pensò) Enea non lo vide, nè sentì narrarne alla Sibilla, come del Flegetonte; chè si dice, sì, che l'Acheronte finisce in Cocito; (ib. 297) si afferma altrove, “tu vedi i profondi stagni di Cocito e la palude Stigia„; (ib. 323) ma quest'ultima affermazione contradirebbe il primo detto, e va quindi interpretato con discrezione. Senza far troppo forza alla lettera dell'Eneide, Dante poteva credere o far credere che lo stagno fosse nell'imo Tartaro, più giù del Flegetonte. Ed ecco balena a noi il pensiero di Dante. Egli fa narrare a Virgilio d'essere stato laggiù, dopo morto (Inf. 9, 22), e d'aver perciò veduto anche ciò che la Sibilla, l'altro vates, di cui egli aveva cantato, non aveva narrato: il più basso loco e il più oscuro: e perciò di sapere perfettamente il cammino anche delle parti d'Averno da lui non descritte. Quella volta vide da sè e meglio conobbe le scelerum facies e le pene, che Enea domandò alla Sibilla e seppe da lei imperfettamente. Ma era morto da poco, e alcunchè non vide: non vide Caifas confitto in terra, là nel Tartaro. (Inf. 23, 124) Per il resto tanto vide e seppe, da poterne ragionare a Dante, prima di scendere nel Tartaro. (Inf. 11)
Le scelerum species, vedute ivi dalla Sibilla, che si ritrovano nel ragionamento di Virgilio, sono l'empietà (che è inclusa nell'epiteto impia) (ib. 543), doli (ib. 567) specificati in chi credè invano di nascondere il furto. Si può trovare subito la divisione generale di violenza (contro Dio, che è tipica e più grave) e di frode. Vide poi Titani e Giganti, (ib. 580) i quali sono violenti e fraudolenti e traditori, per Dante, e con la loro alta statura, hanno come i piedi nella Ghiaccia, così il capo nel secondo cerchietto. Omettendo ora quelli di cui si è già parlato, troviamo i fratricidi e parricidi e rei di frode verso i clienti, a cui li univa un vincolo di fede speciale; (ib. 608) poi gli avari, rei di mal tenere (ib. 610), gli uccisi in adulterio (612), i seguaci d'armi empie (ib.) che Servio dice essere i combattenti contro Cesare; i traditori de' lor padroni, (613) che sono per Servio e Dante i medesimi di prima; i traditori e asservitori della patria per cupidigia d'oro, (621) di cui Servio cita Curio; i barattieri d'allora (622), gl'incestuosi. Dante non confondeva certo gli uccisi per adulterio con gli uccisi o suicidi per amore: erano pur distinti anche in Virgilio! Nè credeva i Lapiti (601) rei soltanto di gola! Sono dunque nel Tartaro, a detta della Sibilla, oltre a fraudolenti e a traditori, una specie, ma sol una di incontinenti: gli avari. Anche delle pene, una, sol una, quella di rotolar sassi, nell'inferno Dantesco è fuor di Dite. Tale contradizione tra la sua Comedia e l'alta Tragedia Dante si studiò di sanare in ogni modo; e tutti questi modi confermano lo studio di far l'una uguale all'altra. Cerca di sanar la contradizione, dicendo lupo il demone dell'avarizia, lupa l'avarizia stessa, mentre lupo e lupe sono, per lui medesimo, d'accordo anche qui con Virgilio che chiama raptores i lupi (II 356), ben altro che mali tenitori delle loro ricchezze; sono cercatori e rapitori delle altrui. Virgilio vide le reità e le pene, intorno alla morte di Gesù, poichè l'imo dell'abisso era già di Giuda; non molto dopo, perchè nel viaggio non vide Caifas. Si deve credere, dunque, che questo mutamento intorno al posto dell'avarizia avvenisse per effetto della redenzione. Furono, cioè, dopo la morte di Gesù, puniti della pena degli avari felli, pur fuori del Tartaro, certi ignavi di genere nuovo: gente che non operò, per questo amor soverchio delle ricchezze, nè ben nè male. Invece che nel vestibolo a correre punti da mosconi e vespe furono messi dentro l'inferno a rotolar massi, con pena più grave nè meno infame, pur sempre analoga, perchè anch'essi vanno continuamente. Perchè sceverarli dagli altri ignavi? Perchè la giustizia di Dio deve più gravare su loro, meno dovendo fissarsi alla terra essi, cherci e papi e cardinali.
Ma a meglio conoscere il pensiero di Dante ci conduce il considerare la palude Stigia. In essa è uno che stende ambe le mani alla barca di Flegias. Lo Stige, Dante sapeva da Servio, che prendeva l'arena e il fango di Acheronte per condurlo a Cocito: per Stygem, dice Servio. (ib. 257) Sull'Acheronte Enea vide gente che pregava di passare, tendebantque manus. (ib. 314) Enea vede alcuni de' suoi, Leucaspi e Oronte, maestos (333), un altro, Palinuro, maestum. (340) Sono tutti e tre mortis honore carentes. (333) Notiamo perchè si tenga conto dell'associazione dell'idee e delle imagini, precipua nel creare del poeta, che tutti e tre sono morti annegati: ce li figuriamo grondanti d'acqua. (361) Dante non traversa l'Acheronte in barca; sì in barca lo Stige che dall'Acheronte deriva. Non vede egli sulla riva di là dello Stige gente invidiosa d'altra sorte; sono nello Stige stesso i peccatori che a quella gente assomigliano. Or nello Stige a Dante si presenta un mesto, un che piange; che stende poi le mani; che è un fiorentino come lui, un da lui ben conosciuto, per quanto pien di fango. Non è un insepolto, come non sono insepolti, quelli, nella Comedia, che invidiano ogni altra sorte sulla riva d'Acheronte. Quelli sono però mortis honore carentes; e costui, che tende le mani ed è mesto, anch'esso, se mai altro, manca di quest'onor della morte; perchè la sua memoria non è fregiata di alcuna bontà. Filippo Argenti, innominabile anch'esso (il suo nome è pronunziato dagli altri peccatori), come i suoi compagni di pena, e come gli avari e come gli ignavi, vuol salire sulla barca, a cui stende mani; onde il Poeta lo ributta, gridandogli: Via costà! Ed è, perciò, una specie di Palinuro della Comedia, e sta a Palinuro, come la mancanza d'onor di morte in Dante sta alla medesima mancanza in Virgilio. Quest'onor della morte manca sì negl'ignavi, sì negli avari, e sì nei fangosi incontinenti d'ira, o dismisurati nell'irascibile, o rei de' vizi collaterali e fortezza e (come vedremo) magnanimità, o audaci e timidi, o orgogliosi e tristi, o accidiosi. Tutti questi ebbero battesimo; gli avari furono anzi tutti cherci, con una sola eccezione. Una sola, come fa chiaramente comprendere questo terribile Dante. Nella cornice del purgatorio, dove si impreca alla lupa, gli avari, tra cui è un papa, (conoscibile, ora, nella purgazione), piangono tutti, volti in giù, sospirando questo solo versetto: Adhaesit pavimento anima mea. (Pur. 19, 71) Fa eccezione un'anima che tra le altre che piangono e si lagnano, dice esempi di virtù opposta al vizio. Fa eccezione: Dante gli dice: perchè sola rinnovi queste laudi? Sola, dunque; e non è d'un chierco. Ma di chi? Del capostipite della casa di Francia, che aduggia la cristianità. (Pur. 20, 16) Di che si vede come nella lupa sia adombrata politicamente l'avarizia e della curia papale e della casa di Francia: l'avarizia che degenera, per innesto dell'amor del male, in cupidità; come, tra l'altro, si ricava da ciò che Ugo seguita a dire: (ib. 64) che i reali di Francia divennero rapaci, micidiali, traditori. E casa di Francia poi si volge contro curia di Roma, per una vendetta di Dio, che fa che la lupa veramente consumi “dentro sè con la sua rabbia„, come il maledetto lupo (Inf. 7, 9), e sbrani sè stessa.
Anche gl'inconoscibili del brago sono battezzati, che non rinverdirono in vita la grazia avuta, come dicono gli accidiosi pentiti. (Pur. 18, 105) L'accidia, che è un rattristarsi de spirituali bono, che è una tepidezza in ben fare (ben fare uno non battezzato non può, meritando) (ib. 108); l'accidia non è peccato da pagani. Quindi nell'Eneide non possono ritrovarsi anime rissose o gorgoglianti nello Stige. Vide invece sì gl'ignavi del vestibolo, sì gl'ignavi del quarto cerchio, sì gl'ignavi dello Stige, nel suo proprio viaggio, quando fu congiurato da Eritone, Virgilio, che di queste tre specie dà conto a Dante con parole quasi uguali. Li vide mortis honore carentes, come gl'insepolti che vide Enea ed esso cantò; ma con alcuna differenza tra loro. I primi erano nè morti nè vivi; come non ebbero vita, non hanno morte, come non ebbero morte, non hanno vita. Gli ultimi erano più veramente i suoi insepolti, checchè paia a bel principio. Invero i primi son fuori, gli ultimi son dentro la “gran tomba„ che è l'Inferno. I primi non hanno speranza di morte; gli ultimi la seconda morte l'ebbero, traversando l'Acheronte: dunque morirono e furono poi sepolti.[368] Come sono sempre ancor vivi, d'una vita cieca e bassa, quei primi, perchè furono, vivendo, come morti; così questi che sono sepolti, furono, vivendo, quasi insepolti. Se essere insepolti vuol dire misticamente “non dissolvere la compagine dei vincoli carnali„,[369] questi ultimi ignavi del brago non attutirono le passioni, parlando in genere; le passioni dell'irascibile, ira e timore, parlando in ispecie.
Sono essi più veramente gl'insepolti della Eneide; e invero hanno, come loro, del naufrago. Il mare li tranghiottì: un mare vischioso e putrido. Il mare, cioè una palude, li tiene in sè. Quel mare che si attraversa col legno della croce, il qual legno è simboleggiato nell'arca; quel mare, che si attraversa col battesimo che è simboleggiato nel camminar di Gesù sull'acque e nel passaggio degli Ebrei per il mar rosso; quel mare si è fatto brago per loro. Lo attraversavano, e cadder giù, e in eterno ora vi rimangono, o fitti o invano mobili. Passarono l'Acheronte, e rimasero nello Stige, sepolti nella belletta; nello Stige che deriva dall'Acheronte e che è l'Acheronte stesso nel suo corso ulteriore. E quest'ultimo fatto ci mostra nella sua perfetta lucidezza il pensier di Dante, che volle il suo inferno uguale a quello di Virgilio. Misticamente gli avari sono dove erano; sono nel Tartaro; perchè l'Acheronte Gesù lo passò invano per loro e ruppe invano la porta. Dunque la porta è come chiusa per loro, ed è perciò come quella di Dite; e l'Acheronte, invano passato, è perciò come uno Stige. Il che Dante conferma facendo che lo Stige appaia e gorgogli nel cerchio degli avari. (Inf. 7, 101) E ciò significa ancora che l'avarizia è il peccato che non è più di sola concupiscenza e non è ancora di cupidità: gli avari appetiscono il bene, ma un ben più vano, un ben più terreno che gli altri incontinenti; e sono facili a cercare aliena, a forza di mal tenere o anche di mal dare il proprio. Gli avari sono incontinenti, che cominciano a volgersi al male, come quelli più sotto loro, dove la fonte buia che da lor nasce si fa palude; come quelli, di cui si parla nel medesimo canto che parla di loro; come quelli che sono innominabili al par di loro, e formano con essi gl'ignavi della malizia o ingiustizia.
Il che si vede dagli esempi d'avarizia e di accidia nel purgatorio. Avari sono Acam, Eliodoro, Safira e suo marito, i quali son anche o ladri o rubatori e perciò frodatori; Pigmalion e Polinestor che son anche o perciò traditori; oltre Crasso. Accidiosi sono gli ebrei, i quali pur avendo passato il mar rosso, si rubellarono ai loro divini condottieri, e i Troiani, che pur essendo della setta d'Enea, bruciarono furibondi le navi per non andare in Italia. Il mar rosso che si fece brago per quelli Ebrei, è simbolo del battesimo o del libero volere, e lo Stige che invischia tante rane, è passato con le piante asciutte da Enea!
[XXXI.]
ENEA E CATONE
Io non Enea, io non Paolo sono;
dice Dante a Virgilio, nel disvolere ciò che volle. (Inf. 2, 32) Essi andarono a immortale secolo, ossia excesserunt, morirono rimanendo vivi, l'uno per dare inizio all'impero, l'altro per recar conforto alla fede. E l'impero essendo stabilito per la venuta del Cristo, come dice il Poeta anche qui (ib. 16), i due viaggi mistici, di Enea e di Paolo, sono come un sol viaggio: l'uno prepara, l'altro integra la fede. E Dante, per gli ammonimenti del suo vate sibillino, tornando a volere ciò che aveva disvoluto, diventa Enea e Paolo in uno, l'eroe dell'impero e l'apostolo delle genti, il precursore del Veltro e il predicatore del Cristo.
Enea, nel vangelo che scrisse Virgilio, trova aperta la porta di Dite: