Tra la mossa e la meta l'Averno Virgiliano è seguito nell'Inferno Dantesco, con tanti accorgimenti e con tante, direi così, rettifiche dottrinali. Due sono i viatori dell'Eneide, Enea e la Sibilla; due quelli della Comedia, Dante e Virgilio. All'ultimo s'unisce, nell'uno e nell'altro poema, un terzo: Anchise e Stazio, che ambedue dichiarano l'infusione dell'anima nel corpo umano. Nel bosco di Trivia Enea trova la Sibilla (ib. 13); in una selva Dante trova Virgilio. Ed Enea alla Sibilla (ib. 117) e Dante a Virgilio (Inf. 1, 65) gridano: Miserere. Prima d'entrare, la Sibilla dice a Enea che è d'uopo animis e pectore firmo. (ib. 261) E Virgilio rimprovera Dante di non avere ardire e franchezza, e, proprio sulla soglia, lo esorta e conforta. (Inf. 2, 121; 3, 13) L'uno e l'altro seguono, rinfrancati, haud timidis... passibus, la guida. L'invocazione di Virgilio (ib. 264) ha il suo riscontro nella scritta morta, di colore oscuro. (ib. 3, 1) Da una selva muove Dante per cammino silvestre si avvia verso il suo Averno: (ib. 2, 142) così Enea va, come si può tra selve. (ib. 271) La luna incerta getta una luce maligna su queste selve. Sulla selva di Dante splendeva la luna piena, ma così incerta che Dante non ne vedeva la luce, quanto si vuol benigna. Il viaggio di Dante comincia con l'aer bruno: e Dante è solo: (ib. 2, 1) lo stesso effetto d'oscurità e solitudine è al principio del viaggio d'Enea, sola sub nocte per umbram. (ib. 268) Luctus è nel vestibolo Virgiliano; sospiri e pianti nel vestibolo Dantesco. I mosconi e le vespe degli ignavi possono corrispondere alle ultrices curae (ib. 274) di Virgilio, interpretate male o liberamente; così il metus e il labos e il sopor possono trovarsi negli ignavi, o viventi o morti. Il grand'albero dei sogni piove le sue foglie nell'atrio. (ib. 282, Inf. 3, 112) Non ci sono nell'atrio cristiano i mostri, i Centauri e le Scille biformi, e Briareo e l'Idra, la Chimera, le Gorgoni, le Arpie e il fantasma tricorpore, ossia Gerione. Non ci sono: vale a dire, non ci sono più. La Comedia non rinnega la Tragedia, ma la conferma. Quando Enea discese agli inferi, i mostri che Dante trovò qua e là come simboli di peccato, non erano dove Dante poi li trovò; chè allora non c'era distinzione di peccati, c'era il peccato. I piovuti del cielo erano alla porta dell'inferno; Dite dominava anche oltre l'Acheronte.[360]
Enea e Dante trovano l'Acheronte, che, per l'uno e per l'altro, finisce in Cocito. Vedono Charon l'uno e l'altro, ed è quel medesimo. Vedono i morti desiderosi di passare, e alcuni vedono passare, altri desiderare invano. Lo stesso effetto di foglie caduche è nell'un luogo e nell'altro. Enea e Dante chiedono spiegazione alla guida, e l'hanno. Riconoscono ivi tutti e due qualcuno.[361] S'avvicinano al fiume. (ib. 384, Inf. 3, 81) Caron si diniega all'uno e all'altro. Rispondono i duci: absiste moveri (ib. 399); non ti crucciare. (ib. 94) La pietas merita a Enea tal passaggio; (ib. 403, 5) la pietas, interpretata religiosamente, lo darà a Dante (ib. 95). E qui la Sibilla mostra il ramo o la fatale verga (che indica, cioè, se fata vocant), la quale Enea nascondeva nella veste. Nell'inferno Dantesco c'è pure una verghetta che mostra che nelle fata è vano dar di cozzo; ma non si usa qui. Ed è ben naturale: l'Acheronte, dopo che Gesù lo valicò (non certo sulla barca del nocchiero Caron), non è più il confine del regno di Dite e della sua moglie, che è regina dell'eterno pianto; alla quale la verghetta è destinata. La verga fa sì, nell'Eneide, che Enea sia accolto nella barca di Caron; Dante sulla barca di Caron non passa, ma su più lieve legno: ciò, perchè di mezzo c'è stata la redenzione, e il disserrarsi della porta e il crollo delle tre rovine,[362] e la fuga dei diavoli e di Dite da di qua l'Acheronte a di là lo Stige, oltre la porta men segreta. Una verghetta delle fata è usata nella Comedia a questa porta più segreta: non è la stessa? La stessissima.
Enea e Dante passano l'Acheronte, l'uno al modo precristiano, l'altro al modo cristiano. Di là Caron sbarca vatemque virumque. Si sa quel che vuol dire vates qui; pure queste due parole indicano forse la scintilla prima dell'ispirazione di Dante a prendersi per guida un vate; tanto più che questo vate è appunto tale ne' due sensi, di poeta e profeta; ed è poeta della Sibilla, e profeta del Cristo, per mezzo della Sibilla, nell'ecloga quarta. Dunque è molto utile considerare che di là di Acheronte si trovano, nell'un poema e nell'altro, un vate e un uomo, un uomo certo. E subito, appena accenna a Virgilio, Dante dice: il Poeta. (Inf. 4, 14) Enea sente subito il latrato di Cerbero; Dante, no; eppur non contradice a Virgilio; chè il Cerbero Virgiliano assorda col latrato di tre gole haec regna; e Dante distingue il regno dell'incontinenza da quello della malizia. Ma che dico, che Dante non sente? Dante sente un tuono d'infiniti guai, cioè guaiti. Non poteva esser tra quelli il latrato di Cerbero? Il fatto è che, al suo luogo, introna le anime, come a dire, si fa sentir più, più da presso. E poi questo luogo è quel di mezzo della concupiscenza; il cane tricipite è un po' l'imperadore di questo regno, a cui sta nel mezzo; sì che, se i peccatori che introna sono, più che gli altri, simili a lui, cioè cani, (Inf 6, 19) pur si sente dolor che punge a guaio (ib. 5, 3) e si sente voce che abbaia (ib. 7, 43) anche nei due cerchi contermini. E i guai del primo cerchio, no, non sono di anime del primo cerchio dove i lamenti sono sospiri e non suonan come guai. (Pur. 7, 30) Il che è confermato quivi stesso. (Inf 4, 26) Or quel tuono di guai proviene dai peccatori canini, per dir così, e, idealmente o realmente, da Cerbero. Vedremo meglio, perchè.
Ecco vagiti nella Tragedia (ib. 426) e nella Comedia. (ib. 4, 25) Non sono in quella le femmine e i viri di questa. Naturalmente: la redenzione mise un po' d'ordine negl'inferi, e riservò questo lembo o limbo di essi, oltre che agl'infanti, anche a viri e femmine. E Virgilio con una premura quasi insolita, poichè qui parla esso per primo e dice, Tu non dimandi?, spiega la cosa, che lo riguarda molto, perchè esso medesmo è di quelli. (ib. 31) Eppure dopo gl'infanti, Enea vede i condannati innocenti. (ib. 430) O non sono condannato innocente anch'io? sembra dire Virgilio a Dante: non per altro rio! (ib. 40) Minos è in Virgilio principalmente per raddrizzare (secondo un'ispirazione dell'Apologia Platonica) le sentenze ingiuste; ma assegna anche le sedi, può parere, a tutti. Pare, anche se non è. (ib. 431) Il fatto è che Dante lo trova come a lui pare che lo trovasse Enea, nell'atto di cotanto uffizio. (ib. 5, 4) Vicini a lui sono i suicidi insontes, nell'Eneide; (ib. 434) nec procul hinc i morti per amore, suicidi o uccisi. Insontes non possono essere i peccatori di Dante; eppure i peccatori carnali, che Dante trova come li trovò Enea, prossimi a Minos o agli infanti che dir si voglia, hanno molto l'aria di insontes; chè, o rotti a vizio o vinti da amore e da un punto, sono trascinati da un vento irresistibile. E Francesca non viene a dire di non averci colpa nella sua sventura? Non pare anche a Dante ch'ella sia offensa? E come Erifile mostra le ferite crudelis nati, non mostra anche Francesca in certo modo, come ho già detto, il sangue di che tinse il mondo? E sono colpevoli tutte due, sì; ma crudele il figlio, e degno di Caina il marito dell'una e fratello dell'altro, perchè non dovevano uccidere! E trovano, sì Enea e sì Dante, Dido; e Dante nella schiera di lei, vede in Francesca una vittima d'amore, recens, in certo modo a vulnere anch'essa, e che fa a lui l'effetto che Elissa a Enea.[363]
Dopo loro, Dante si trova in faccia a Cerbero, e il suo duca fa ciò che il duca d'Enea. Ma Virgilio gli getta terra e la Sibilla un'offa. Anche in ciò è uno di quei divari coi quali Dante sembra ammonire che l'inferno è sempre quello, salvo l'effetto della redenzione e del cristianesimo. Mi limito a una delle ragioni del cambiamento. Servio dà l'etimo di Cerbero: divoratore di carne, consuntore di corpi. Non senza ricordo di quest'etimo Virgilio, anche questa volta da sè, senza essere dimandato (si tratta di cose sue), spiega il destino ulteriore della carne e dei corpi; (Inf. 6, 97) tanto più, che l'antico comento dice ancora: “le anime ricuperano (recipiunt) il luogo loro, quando il corpo sia consunto„. Ora il medesimo annota che nell'offa è miele, perchè di miele si coprivano i corpi de' morti. Bene: sembra dir Dante: al tempo che si seppelliva a quel modo, ci voleva l'offa col miele; ora che, cristianamente, i corpi si sotterrano, ci vuol la terra.
Dante trova i golosi dopo gli uccisi o suicidi d'amore (che amor di questa vita dipartille), coi quali sono i rotti a vizio di lussuria, pur distinti. Enea trova i nemici in guerra e i compagni d'arme, tra cui Deifobo mozzicato. (ib. 477, 494) Non così fatti Dante; eppur vedendo un cittadino suo, pur poco nobile di vita, tanto che laggiù non riesce a riconoscerlo da sè, sembra avere il pensiero ad altro che al vizio della gola. Domanda a Ciacco il futuro delle grandi lotte civili di cui si vedeva allora il principio. Si tratta d'una discordia (ib. 63) anche qui, accesa da tre faville; d'una discordia come quella che inimicò Asia e Europa, d'un incendio, come quello che è narrato da Deifobo. E due giusti (risponde Ciacco a Dante) sono in Fiorenza; e così due giusti erano in Ilio, quando la fatale Erinni di cui si parla nell'Eneide, la converse in cenere: Enea, di cui nessuno fu più giusto, e Rifeo, iustissimus, che Dante trovò nel paradiso. (Par. 20, 67) Ma lasciando questo, ecco Dante per ultimo domandare a Ciacco, all'ignobile Ciacco, notizie di uomini degni: di Farinata, del Tegghiaio, del Rusticucci, di Arrigo, del Mosca. Egli desidera sapere dove sono, se nel cielo o nell'inferno. Sono morti, sono concittadini e avversari, in uno. Non si direbbe che Dante s'aspettasse di trovarli, dove trova Ciacco? Cioè, egli vuol mostrare, che se li aspettava dopo i morti d'amore, come avrebbero dovuto essere, secondo la Tragedia; ma la Tragedia non fa testo se non salva la redenzione, che fu dopo. Or dunque altrove è il suo duce di Agamemnonie falangi, che è Farinata; altrove leva i moncherini il suo Deifobo mutilato, che è il Mosca. E pur qui ne ragiona. Del resto anche Ciacco ha qualcosa di Deifobo. Enea vix... agnovit il suo concittadino; e Ciacco dice a Dante: Riconoscimi se sai. Egli è invero messo a pena spiacente, diremmo vituperosa, come inhonesta (ib. 497) sono le ferite di Deifobo. E l'incontro, che risuona notis vocibus, (ib. 499) è con molta pietà. Chi volle trarre di te così crudele vendetta? dice Enea. Chi sei, che sei messo a sì fatta pena? dice Dante. E si piange. Ciacco, il tuo affanno m'invita a lagrimare: dice Dante. Noi consumiamo il tempo a piangere: ammonisce la Sibilla. E qui la Sibilla a Enea mostra il bivio dei malvagi e dei pii, del Tartaro e dell'Elisio; e qui Dante a Ciacco chiede di quei degni, “se il ciel gli addolcia o l'inferno gli attosca„.
Le mura dell'empio Tartaro (ib. 541, '3) a Enea appariscono qui a sinistra; l'Elisio è a destra. Il vate e l'uomo si mettono per la destra. Dante nell'inferno va sempre[364] a sinistra, nel Purgatorio che è il suo Elisio, sempre a destra. Ma Dante non vede la città ch'ha nome Dite, qui subito. Egli deve ancora scendere a un'altro cerchio, quello degli avari, e poi passare la palude Stige: allora soltanto vede le meschite di ferro infocato. Gli avari hanno voci di cani; cani sono quelli che stanno nel brago. (Inf. 8, 42) È sempre il dominio del cane dalle tre gole che è veramente il Lucifero tricipite del regno dell'incontinenza, e che ringhia in persona di Minos, ed è lupo maledetto in persona di Pluto. Chè Servio viene a dichiarare la natura simbolica di Cerbero così: omnes cupiditates et vitia terrena: l'incontinenza, interpreta Dante. Nel cerchio dell'avarizia c'è gente che volta pesi; e questi sono quelli che dentro il Tartaro, di là delle mura di Dite, in Virgilio, saxum ingens volvunt, (ib. 616) come racconta la Sibilla. È contradizione in ciò tra i due poemi e i due inferni? No. Anche qui Dante giustifica la mutazione dell'inferno, al modo solito, con la mutazione dei tempi. Invero gli avari, come risponde Virgilio a una domanda molto meravigliata del suo discepolo, furono “cherci... e papi e cardinali„. (Inf. 7, 46) Potevano esserci, al tempo d'Enea?
Appariscono anche a Dante le mura rosse del Tartaro, ch'egli chiama Dite, giovandosi d'un ravvicinamento di Virgilio, cioè, della Sibilla; ch'egli non sembra aver bene interpretato. Le moenia a destra (ib. 541) non sono le stesse moenia lata che si vedono sub rupe sinistra. (ib. 550) Ma d'altra parte, la Sibilla dopo aver parlato delle pene del Tartaro, mostra le moenia (ib. 630) di ferro, battuto dai Ciclopi. E Dante ha creduto che fossero le medesime, le moenia del Tartaro e le moenia di Dite. Ciò è confermato dal fatto che Dante riesce al Purgatorio o Elisio suo, attraverso il suo inferno dei mali; ma nell'Eneide leggeva, hac iter Elysium (ib. 542) ossia per Ditis moenia: dunque il suo Tartaro, dove sono puniti i felli, è identico al Dite Virgiliano, per il quale si va all'Elisio. Quanto alla destra e sinistra, vedete! Il Dite Virgiliano è a destra, il Tartaro a sinistra. Ebbene, Dante, entrato in Dite, piega a destra. (Inf. 9, 132) Il che prova l'intenzione del nostro Poeta di far credere il suo inferno simile all'antico, sia che lo credesse egli, o no. Il che non esclude che in quell'essere di Dite a sinistra e a destra, non sia altra intenzione dottrinale.[365]
Nel Tartaro Virgiliano non entra Enea: è la Sibilla che narra ciò che c'è dentro. (Aen. VI 56, 2) Dante c'entra e vede; pur la sua Sibilla, il suo vates sibillino, Virgilio, sugli spaldi, prima di scendere nel vero Tartaro, gliene descrive l'ordinamento e gliene enumera i peccatori. (Inf. 11, 16) Nel Tartaro Virgiliano, è fuori Tisifone con agmina saeva sororum (ib. 572), che Dante avrà prese per le due sorelle in mezzo a cui pone la sua Tisifone. Dentro, nell'Eneide, è un mostro peggiore, un'Idra delle cinquanta bocche: Dante, che ha veduto, narra che c'è dentro un'Idra o serpente che è Gerione, e un mostro di più bocche, che è Lucifero. Son tre le bocche di Lucifero; ma Dante leggeva in Servio che c'era chi all'Idra attribuiva tre bocche.[366] Sono nominati dalla Sibilla, de' rei, primi quelli che son costretti a confessare a Radamanti la colpa che crederono nascondere sino alla morte. Si usa la frase: furto inani. (ib. 568) Dante, abbia o no interpretato rettamente furto, dà di questi peccatori un esempio evidente (e non il solo) in Vanni Fucci, costretto a confessare il suo furto, del quale è punito dopo morte, mentre prima era apposto altrui: (Inf. 24, 136) Io non posso negare!
C'è anche nella Comedia questo secondo giudice infernale: è la coscienza che empie di vergogna i peccatori che usarono l'intelletto a fin di male. C'è, ma spiritualizzato; sebbene anche la persona non manchi. Chi è Flegias, il barcaiolo dello Stige? È colui che nel Tartaro, miserrimus ammonisce e testifica, che si deve osservar iustitiam, e riverir gli dei, il che è pietas: dunque: osservate la giustizia e la pietà o religione. Ma di ciò egli ammonisce i morti; e i morti di Dante, in Dite, hanno infatti, più e meno, vergogna della lor colpa, secondo che furono colpevoli contro la giustizia o contro la religione.[367] È la coscienza della loro reità, ossia l'aver commesso coscientemente il lor fallo, in cui ebbe parte o la volontà, o la volontà e intelletto insieme, con, più o meno, l'irresistibile predominio dell'appetito, che tragitta i felli dall'inferno superiore all'abisso inferiore. E tal coscienza l'hanno, per pena, anche laggiù. Dante ce ne mostra un esempio in Capaneo che, non maturato dalla pioggia di fuoco, è però straziato dalla mala volontà impotente; e un altro in Vanni Fucci, anch'esso acerbo, che è martoriato dalla vergogna. Ma oltre la vergogna, corre a maturarlo il Centauro pien di rabbia, che è dunque simbolo visibile di quell'intellettual coscienza. Così sono gli altri punitori: centauri, arpie, cagne, Malebranche. Tutti hanno, o strali o rostri o denti o sferze o raffi o maciulle, equivalenti a ciò con cui Radamanti subigit fateri i suoi rei, il che Dante può aver creduto essere il flagello della Furia. (ib. 570)