Al quadrangolo aggiungiamo un altro canto: sarà pentagono. L'uomo è vero uomo, se ha, sopra le due anime vegetativa e sensitiva, l'anima razionale. Se questa è corrotta, ecco l'uomo, il vero uomo, peccatore. Ora è superfluo dire che nell'anima razionale sono due potenze, volontà e intelletto. Dante fa tale distinzione, per es. in questo terzetto: (Inf. 31, 55)[398]
l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa;
e in quest'altro: (Pur. 5, 112)
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento
per la virtù che sua natura diede.
Bene: Dante significò con due nature aggiunte alla prima nei simboli suoi, queste due parti della ragione nel peccato. S'induce, in modo indubitabile, dal fatto che a Caco, centauro a parer suo, che non sta e va cogli altri centauri per aver commesso frode oltre che violenza, egli aggiunge un drago sopra la groppa: uomo dunque è Caco, e cavallo e serpente. (Inf. 25, 23) Ora la frode è detta proprio male dell'uomo e perciò più punita della violenza. Perchè proprio male dell'uomo? Perchè eseguita con ciò che è proprio bene dell'uomo, ossia con la ragione. Ma la ragione è volontà e intelletto; e invero sì intelletto e sì volontà mancano negli animali bruti. Ora la frode, se ha da differire dalla violenza, differirà non per la volontà e l'intelletto che in essa siano e nella violenza manchino, ma per l'una di esse: per la volontà, chè l'intelletto è più specialmente proprio dell'uomo, essendoci nei bruti una parvenza, almeno, di volontà. E così l'uomo che commette il male con la volontà ma senza intelletto, non è bestia, chè le bestie volontà non hanno, ma a bestia assomiglia assai: è theroeides, bestiale, come dice Dante interpretando con somma esattezza l'espressione greca; sebbene, per abusione, si possa anche dir bestia e fiera. Questo peccato, in cui entra oltre il quadrangolo, oltre, cioè, l'anima sensitiva, anche la volontà, è rappresentato dal Poeta con simboli bicorpori o biformi o bimembri, che dir si voglia: il Minotauro, chiamato bestia, sebben sia anche uomo; i Centauri, chiamati fiere, sebbene siano anche uomini, le Arpie mezze donne e mezze uccelli, le cagne che corrispondono alle Scille biformi di Virgilio.[399] Ciò, ripeto, è indubitamente confermato dalla figura del centauro Caco che, per aver rubato, oltre le due nature, d'uomo e di bestia, ha anche la natura serpentina che figura l'intelletto.
Tricorpori e tricipiti e triformi sono, come Caco, i simboli dei peccati in cui oltre l'anima sensitiva entra la corruzione o il disordine dell'anima intellettiva nella sua interezza, di volere e mente. Ciò è perfettissimamente lucido per le apparenti eccezioni, che son tre: i diavoli, le furie, i giganti. Ebbene dei diavoli ha cura, quell'attentissimo artefice del pensiero, che è Dante, di dire che hanno mal volere, intelletto e la virtù lor naturale, corrispondente a ciò che è nell'uomo l'appetito sensitivo, proximus motui corporis nostri. Dei giganti il Poeta dice che oltre la possa e il mal volere, è in loro anche l'intelletto, che manca, per esempio, in Capaneo, violento com'essi, ma in cotal guisa bestiale e matta, contro Dio. Del resto tricorpore è Gerione, tricipite è Dite. E le furie? Le furie son tre, e sono unificate dall'unico Gorgon che mostrano per far di smalto i peccatori: il Gorgon che è l'accecamento e indurimento che consegue per lo più al peccato di malizia, sì che è ben difficile che uno se ne penta e risalga e si salvi.
Così la teorica dell'amore nel purgatorio ha la sua corrispondenza nei simboli. La macchia che si monda o la piaga che si ricuce nelle sette cornici, non è dell'anima intellettiva, sì della sensitiva. Il volere in quell'anime è volto a Dio, l'intelletto è rischiarato dalla luce del bene. Macchiata o ferita od offuscata è l'anima sensitiva in cui ha sede l'amore. L'amore erra per troppo o poco vigore o per mal obbietto, dando origine a sette peccati: quattro e tre. Ora nei quattro l'errore è semplice, consiste cioè in un piegare o soverchio o manchevole verso il bene: nei tre, l'errore è composto, per così dire, o duplice, a meglio dire. Il superbo spera eccellenza e perciò e con ciò ama la soppressione del vicino; l'invido teme di perdere il suo bene o i suoi beni, e perciò e con ciò ama il male d'altrui; l'iroso s'attrista per un'ingiuria ricevuta, e perciò e con ciò ama di renderla tal quale. Ora questi sette peccati chiamandosi capitali, Dante li rappresenta come capi; e poichè i primi quattro capi hanno un elemento solo, così “un sol corno avean per fronte„, e le altre teste avendone due, “eran cornute come bue„. (Pur. 32, 145).
L'inordinazione nella volontà e nell'intelletto, nella ragione, per dirla con una parola sola, non ha luogo nel monte santo di Dio; dove le anime salgono e pregano volte a Dio. Quindi nella citata figurazione i peccati si considerano per quel solo inizio loro che solo di loro si purga per le sette cornici: inizio che ha la sua sede nell'appetito sensitivo e non nella ragione. In vero chi mai è ragionevole peccando? Però nello antipurgatorio, di là della porta ove è l'angelo a cui si grida, Misericordia!, là, sì, si deve ancora scontare la malizia, di cui è fonte la “cupidità„ che si liqua in mal volere. Nel fatto, là, c'è un serpe, il serpe, il peccato proprio dell'uomo, l'avversario, il diavolo. Ma gli astori celestiali mettono subito in fuga la biscia. (Pur. 8, 95).
[XXXIII.]
LIA E RACHELE
Il nuovo Enea è anche un Giacobbe novello. Egli ama Beatrice che siede “con l'antica Rachele„. (Inf. 2, 102, Par. 32, 8) Rachele ebbe un'ancella, Bala, che s'interpreta “inveterata„, come Lia un'altra, Zelfa, che s'interpreta “os hians„.[400] Poichè in Dante anche Lia è idealmente insieme con una donna, la quale sta a lei, come Beatrice a Rachele, senza difficoltà possiamo ammettere che il Poeta s'ispirasse al fatto di queste ancelle, per dare a Rachele una compagna di nome Beatrice, alla quale egli appartenne “tostamente dalla sua puerizia„, (VN. 12) e che rivede, dopo una decenne sete, provando nel cuore “i segni dell'antica (veteris) fiamma„; (Pur. 30, 48) e per dare a Lia una compagna, o quel ch'ella sia, di nome Matelda, che oltre cantare e ammaestrare,[401] è quella, nel suo significato di arte, o scienza e arte, o Musa, che rende atto Dante ad “aprir la bocca„ per far manifesta la sua visione. E Beatrice è “inveterata„ anche per un'altra ragione: ell'è, per l'Enea novello, quello che per l'antico è Anchise, il vecchio Anchise, cui, per dirne una, il re Anio veterem... agnoscit amicum. (Aen. III 83) Due vecchioni del poema Virgiliano trasforma il Poeta della nuova Italia in due donne bellissime; ciò in qualche modo ispirato dagli interpreti mistici di Virgilio. Fulgenzio non manca di ricordare che nei campi Elisii Enea “vede primo Museo, che è più eccelso di tutti per il dono delle Muse, il quale gli mostra Anchise e il fiume Leteo: il padre per tenere la gravità de' costumi, il Leteo per dimenticare la levità della puerizia (puerizia di animo, in Dante, non molto differente da quella d'età in fatto e in ispecie)„. Ma fermiamoci un poco. Può riluttare alcuno alle mie dimostrazioni che Beatrice rimproveri l'amico di puerizia d'animo; può riluttare non ostante che Dante figuri sè, a quei rimproveri, come un fanciullo che si sente dire a un tratto, Alza la barba. Ebbene, Enea era un fanciullo, che aveva, secondo Fulgenzio, a dimenticare la levità della puerizia? “E poi considera„ aggiunge Fulgenzio “il nome di Anchise. Anchise, quasi ainoiscenon (parola indecifrabile per ora), vuol dire abitante la patria. E il solo Dio è padre, re di tutti, solo abitante negli eccelsi, il quale si vede per il dono della scienza (sapientia). Vedi infatti, che cosa insegna al figlio: