Principio caelum ac terram camposque liquentes.
Lucentemque globum Lunae Titaniaque astra...„[402]
Beatrice non è Dio, bensì la sapienza, che nella Trinità di Dio è la seconda persona. Ma si veda a ogni modo che Beatrice mostra al visitatore dell'oltremondo “il globo della luna e le stelle„, come Anchise, e che Matelda adduce prima il medesimo viatore a Beatrice, e gli parla, e prima e dopo, del fiume Leteo. E si può aggiungere che Fulgenzio aveva rilevati in Anchise il suo insegnamento intorno ai misteri della natura e la sua dimostrazione circa il ritornar dell'anima alla vita e le sue predizioni del futuro.
Dante è Enea e Giacobbe in uno. Già nello errar per la selva oscura egli vuol assomigliare tanto a Enea che cammini per incertam lunam in silvis, (Aen. VI 270) il che non impedisce che il cammino sia sola sub nocte per umbram; (ib. 268) quanto a Giacobbe che lotta con l'angelo. Muove sul mattino a pie' zoppo, per la via del mondo, come Giacobbe dopo la lotta: grida in quel giorno Miserere a un vate, come Enea alla Sibilla.[403] Quando poi il vate acconsente ad aiutarlo, ecco veramente che Giacobbe si fonde in Enea. L'altro viaggio che il vate propone all'uomo, è sì il cammino d'Enea agli inferi per ritrovare il vecchio Anchise, e sì il servaggio di sette e sette anni per congiungersi a Rachele; e sì quel cammino e sì questo servaggio hanno un fine che è di là di Anchise e di Rachele. Enea vuol l'Italia, Giacobbe vuole il cielo; e l'Italia, interpretata mentis excessus,[404] è la stessa cosa del cielo; chè l'una e l'altro riescono a “contemplazione di Dio„. Sicchè e il cammino e il servaggio sono verso la contemplazione, ma non sono la contemplazione propria; sono ciò senza cui non si giunge a quella, non sono quella. Sono la contemplazione, ma dispositivamente.[405] Ora, codesta dispositività è data dall'esercizio delle quattro virtù cardinali;[406] o, secondo l'autore nostro Aurelio Agostino, dall'osservanza dei sette comandamenti che pertengono a giustizia, e dei sette precetti di virtù impliciti nelle sette beatitudini, per i quali si ottiene Rachele, cioè la facoltà di contemplare, e perciò la beatitudine superiore. Ora Dante, come Enea, che è l'eroe della vita attiva in qualità di fondatore dello impero, esercita le quattro virtù cardinali; come Giacobbe, che è il patriarca della vita contemplativa in qualità di innamorato di Rachele, serve a Laban, cioè alla Grazia della remission dei peccati, che è una dealbatio dell'anima; cioè a Lucia, quanto a dire “bianca di luce„; serve o è “fedele„ di Lucia, mortificando sette peccati, sentendosi poi promettere le sette beatitudini, nelle quali sono impliciti sette precetti di virtù.
Questo esercizio delle quattro virtù, e questa mortificazione e cancellazione dei sette peccati che gli equivale, è proprio della vita attiva. In essa consiste l'uso operativo dell'animo. Dunque il viaggio e il servaggio di Enea e Giacobbe sarà la ripetizione del corto andare al bel colle. Infatti, è. La selva oscura è il vestibolo e il limbo dell'inferno, le tre fiere sono le tre disposizioni che il ciel non vuole. La selva oscura è il peccato originale, le tre fiere sono i sette peccati, di quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, che s'incontrano con voci discordi, di violenti, fraudolenti e traditori, ne' quali sette peccati si risolvono, a detta di Virgilio, le tre disposizioni. La selva oscura è la condizion vegetativa dell'anima; quindi è la stessa che la selva degli spiriti e che quell'altra selva semovente punta dagli insetti; le tre fiere sono il Cerbero, trifauce ma unicorpore, cane, vermo, fiera crudele e diversa; e il Minotauro, toro furioso per la ferita, bestia bicorpore, intorno a cui s'aggruppano i bimembri Centauri, le Arpie e le cagne biformi; e il Dite tricipite, o il vermo reo, o il tergemino Gerione, o la fiera che appuzza, o il maledetto lupo che è Pluto che comincia a regnare là dove mal si tiene: bestie tutte e tre anche queste, con la gradazione che è tra l'uomo che vive come bestia, e quello che vive peggio di bestia, e quello che molto peggio di bestia. Contro tali bestie Dante userà le medesime virtù, che contro le fiere della piaggia deserta: la temperanza e fortezza contro la doppia incontinenza di concupiscibile e d'irascibile; la giustizia contro ciò che nella malizia è il mal volere; la prudenza contro ciò che nella malizia è il mal pensare o mal vedere. E giungerà al vero inferno dal vestibolo e dal limbo in modo analogo e simile a quello per cui esce dalla selva. Dalla guerra contro le bestie degli abissi uscirà vincitore, come non contro le fiere della piaggia diserta, e allora salirà un monte in vetta al quale è la beatitudine. E questo è dunque il cammino della vita attiva, ma è dispositivo alla vita contemplativa, in quanto che su quella cima egli sogna, bensì, Lia, che è la vita attiva, e vede Matelda, che è di Lia la compagna come di Rachele è Beatrice; ma Lia non è laborans, e Matelda non è lippis oculis: l'una e l'altra colgono i fiori, che è una operazione sì, ma dilettevole, e Lia si specchia, sebben non come Rachele che siede tutto giorno, e Matelda ha gli occhi, quelli occhi che avrebbero a essere lippi, ardenti e lucenti come di Venere trafitta da Amore. “Contro il lor costume„ sono l'una e l'altra così; e differiscono da quel che dovrebbero essere, per ciò appunto per cui Lia, e dietro lei Matelda, sono simboli della vita attiva: non laborant, non hanno gli occhi lippi, contemplano. Lia dunque (per limitarci ad essa) è la vita attiva in quanto è disposta alla contemplativa. In vero su quella cima Dante trova Beatrice, che è la speranza della contemplazione di Dio, e si trova “puro e disposto a salire alle stelle„.
Ma il bel colle non potrebbe rappresentare questa beatitudine della vita attiva in quanto dispone all'altra? non sarebbe egli, il colle, lo esatto equivalente del monte? No.
Il viaggio per loco eterno è altro dall'andare al colle. Dante troppo insiste altra volta sui due cammini: buono e ottimo. E li distingue per la meta in questa vita. Se il viaggio proposto da Virgilio è altro, la sua meta non è il bel colle. L'andare al colle è corto, e s'intende che ciò è detto non riguardo al tempo sottinteso sotto il velo dell'allegoria che sarebbe di cinque anni, ma riguardo al tempo espresso nell'allegoria medesima. Un mattino o magari un giorno sarebbe bastato a Dante per salire; nell'altro viaggio gli occorsero più giorni e più notti. Ora questa proporzion di tempo, s'intuisce che significa la minore e maggior difficoltà. Agevole è raggiungere la beatitudine della vita attiva: lo andare al colle è corto. E sarà dunque della vita contemplativa l'altro viaggio che è tanto malagevole, a cui si richiede in Dante tanto coraggio, tanta perseveranza, tanta fatica, tanto tormento. Nell'andare al colle nessuno gli era scorta; nell'altro viaggio gli è duce, maestro, pedagogo, Virgilio che è lo studio: studio dell'arte, studio della sapienza o delle scienze, studio che fu lungo. Infine quell'andare fu su questa superficie terrestre; la lupa che lo impedì, era bensì un mostro dell'inferno, ma non era nell'inferno, dipartita come era di là, dall'invidia satanica: l'altro viaggio fu sotterra. Ora nascondersi sotterra vale “contemplare„. Fu, entrando col terremoto della redenzione la quale fece le tre rovine. Ora fare le rovine, o le macerie, significa contemplare. Fu, uscendo da un foro nel sasso. Ora andare per tali foramina petrae significa contemplare.[407] E poi ognun vede, ognun comprende che Dante salendo al colle, cammina e opera, che è lo stesso, e altro non fa; e che, scendendo negli abissi e risalendone sino al monte, cammina e opera, sì, e con fatica e con timore e con pietà e con ira, ma guarda, anche se guarda e passa, guarda, nota, chiede e riceve dichiarazioni e lezioni: studia, insomma, e contempla. E infine ognun sa che Dante medesimo chiama “visione„ tutto il suo altro viaggio.
Non avrebbe Dante in vetta al bel colle trovato nè Matelda nè Beatrice. E lo studio che adduce all'una e all'altra; e Virgilio che è lo studio, mandato da Beatrice a soccorrerlo, come gli dice sulle prime?
Perchè non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?
Per quanto, a rigore, lo studio sia utile e necessario anche nella vita attiva, e perciò a rigore, non si debba escludere che Virgilio potesse accompagnar Dante per il corto andare;[408] tuttavia, pur sembrando sulle prime incorarlo a salire, non gli propone già di salirlo con lui, il bel colle, non gli dice mica: Ti condurrò! Non è la sua via, quella; e d'altra parte egli non avrebbe potere contro la “bestia„. Con Virgilio egli diventa, come Stazio, poeta; con Virgilio egli diventa, come Stazio, vero cristiano, cioè sapiente e filosofo. Poeti e filosofi non son uomini di vita attiva. Perchè mi sembra inutile ripetere che Matelda è l'arte, in genere e in ispecie. Come Beatrice è la sapienza, Matelda è l'arte. Ella pertiene sì alla vita attiva e sì alla vita contemplativa: opera e sa o vede. Ebbene è l'arte, che è virtù intellettuale e abito operativo.[409] È l'operazione, ma gioconda, perchè è nel paradiso terrestre, dove l'operare sarebbe stato giocondo: dunque è l'arte, figlia veramente della natura e veramente nepote di Dio. Su ciò non è dubbio.[410] Ella è il Musaeus di Dante; e noi dobbiamo imaginare, invece del vecchio sacerdote, la gentile coglitrice di fiori e cantatrice e danzatrice, dagli occhi lucenti e ardenti d'amore, tra quei gruppi d'eroi, di guerrieri, di poeti, di sacerdoti, (Aen. VI 663)
inventas aut qui vitam excoluere per artis
quique sui memores aliquos fecere merendo,