i quali tutti Dante direbbe aver l'abito dell'arte. Chè egli conosce un'arte di Dio, (Inf. 11, 100 al.) degli angeli, (Par. 29, 52 al.) dell'imperatore (Co. 4, 9) dei guerrieri, (Inf. 13, 145) dei sacerdoti, (Pur. 1, 126) dei filosofi, degli altri scienziati, (Par. 13, 123, Pur. 4, 80 al.) dei meccanici, (Co. 4, 9 al.) e la sua, l'arte dei poeti; (Inf. 4, 73 al.) la quale, prima di veder Matelda, sentiva usare agli uccelli della foresta, (Pur. 28, 15) e dopo che l'ebbe veduta e n'ebbe avuti i benefizi, sentì in sè stesso, che lo frenava. (ib. 33, 141) Tra le quali artes dell'Elisio Virgiliano noi possiamo discernere quale il Poeta pregiasse più. Chè nell'Elisio suo proprio Dante vede, esaltandosi in sè, degli spiriti magni prima il gruppo degli eroi; poi, inalzando un poco più le ciglia, il gruppo dei filosofi. Ora, se questo del sedersi più su, è certo indizio di superiorità, superiore è al gruppo dei filosofi il gruppo dei poeti che rimira li altri da luogo luminoso ed alto. (Inf. 4, 116) La poesia è l'arte che il Poeta pregia più, e Matelda è più propriamente come Musa così poesia. Ella è quella che apparisce in sogno a Dante, e fa confusa la fetida Sirena; e chi non si commuove pensando a questa confession di Dante, ch'egli con la divina poesia vinceva l'inerzia forzata dell'esilio, e per il conforto di quella sapeva far a meno de' ben vani, degli agi della vita, dei diletti della mensa e del talamo? O arte consolatrice che fai sì macro e sì puro! Matelda, la Musa eterna, come allora si volge con antica familiarità al Mantovano, dicendogli O Virgilio, Virgilio; (Pur. 19, 28) così, parlando poi dell'età dell'oro e de' sogni de' poeti, sembra a Virgilio più specialmente alludere, col garbo di chi voglia ricordarsi a un presente cui debba nascondersi. (Pur 28, 139) Il fatto è che Virgilio resta avanti a Matelda che è donna di lui come donna si mostra dell'altro antico poeta; (Pur. 33, 135) resta avanti all'arte o alla Musa, e sparisce avanti Beatrice. Sparisce, e ciò non è senza perchè. Beatrice, è vero si reca a lui, chiamandolo attraverso il fuoco purificatore. Virgilio ne vide lucere gli occhi. (Inf 2, 55) Anche passando con i suoi due discepoli il muro di fiamme, gli pareva vedere quelli occhi. (Pur. 27, 54) Gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni. (Co. 3, 15) Ora in tale distinzione, che la sapienza si mostra, o mostra i suoi occhi, a Virgilio, e perciò a quelli del limbo, e in genere agli antichi savi e poeti, e questi non giungono a veder lei, o appena appena la intravedono; è il concetto che fa rimaner turbato Virgilio nel pensare a sè e ai savi del limbo che desiano senza frutto. Desiano essi invano l'alto sole, come a dire il lume supero, differente da quel lume che non è lume nel loro luogo luminoso e alto. E sospirano. Sospirano come “gli altri miseri che ciò mirano„ i quali “ripensando il loro difetto, dopo il desiderio della perfezione caggiono in fatica di sospiri„. (Co. 3, 13) E sono quelli che la sapienza amarono più ardentemente e amano, perchè amarono e amano invano, non giungendo essi mai al proprio possesso di quella per cui sospirano, ma ottenendo, tutto al più, ciò che è espresso in queste dubbiose parole: “per le... tre virtù si sale a filosofare a quella Atene celestiale, dove gli Stoici e Peripatetici ed Epicurei, per l'arte della verità eterna, in un volere concordevolmente concorrono„. (Co. 3, 14) Concorrono nel volere e non giungono: vedono, per l'arte del vero, (Par. 13, 123) e trovano lucide dimostrazioni, ma posseder la sapienza che amano e sospirano, non possono. L'arte non è la sapienza: con Matelda si trovano; avanti a Beatrice, che pur li va a trovare nella loro sede tenebrosa, e mostra loro gli occhi suoi attraverso il fuoco della loro mondizia, avanti a Beatrice, a cui pur concorrono, spariscono.[411]
A loro è negato salire all'Atene celestiale. A loro è interdetta quella verace filosofia che è la contemplazione. Essi restano, con tutto il fuoco che li ha purificati, puri sì, ma non disposti a salire alle stelle, per quanto lo desiino e sospirino; sicchè, per quanto grandi e veggenti, oltre la vita attiva non vanno, sebbene siano o siano per essere all'estremo limite di essa, dove, passando il Letè, potrebbero, sì, dalla loro Matelda essere offerte alla danza delle quattro ninfe che furono già con loro viventi (elle erano in terra, prima che vi scendesse Beatrice); ma non potrebbero aver gli occhi acuti dalle altre che miran più profondo.
[XXXIV.]
MISENO
Dante, come Enea, va per altro viaggio a cercare il suo Anchise, e trova prima il suo Museo che lo conduce a lui; come Giacobbe, serve, nel tempo e modo stesso, a Laban che è la Grazia della remission de' peccati; per avere la sua Rachele. Ma è Dante, non Enea e non Giacobbe: egli va a cercare e vuol avere la sua inveterata, in cui è la vecchiezza sapiente di Anchise e la giovane e bella femminilità di Rachele. E alla sua antica ed eternamente giovane Beatrice è addotto non dal vecchio Museo, ma dall'eternamente giovane e antica Musa, Matelda.
Enea ha, per iscendere, un ammonimento dal suo vate, cioè dalla Sibilla: “hunc... conde sepulcro!„ (Aen. VI 122) “T'hai il corpo esanime d'un amico, e non lo sai. Portalo al luogo suo: seppelliscilo: soltanto così vedrai le selve Stigie e i regni dove i vivi non possono penetrare„.[412] Il novello Enea non può fare il viaggio dell'antico se non al medesimo patto: seppellire il corpo d'un amico: soltanto così. L'esattezza è mirabile: soltanto così, Dante vedrà la selva Stigia, sarà nei regni invii ai viventi. E il corpo deve essere esanime.
D'un amico, del primo amico, come Dante poteva intendere che fosse Miseno Eolide a Enea, da quei versi che ricordò nella Monarchia: “Si ha da ascoltare il medesimo (Virgilio) nel sesto, quando parlando di Miseno morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra, e dopo la morte di Ettore s'era fatto ministro d'Enea, dice Miseno non inferiora sequutum etc.„. Del primo amico, e ministro suo in guerra. Perchè, chi è colui che Dante deve seppellire? Il proprio corpo, sè stesso. Invero l'uomo “dal principio sè stesso ama„. (Co. 4, 22) Ecco il primo amico. Vero è che poi “conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama„, e poichè “più nobile parte dell'uomo sia l'animo che il corpo, quello più ama„. (ib.) Ma lì si dice “ama„ per dire “deve amare„; nel fatto, ama più ciò che deve amar meno: il corpo. E qui si tratta di uomo che ritorna a essere ciò che dovrebbe essere e non è; d'uomo che ha da seppellire, dunque, quello che ama più e deve amar meno: il corpo. Chè qui si parla di battesimo.[413]
S. Paolo (Dante dopo essere stato Enea, diverrà Paolo) ha del battesimo queste due gradazioni del medesimo concetto che è “quicumque baptizati sumus in Christo Iesu, in morte ipsius baptizati sumus„:[414] la prima: “mortui sumus cum Christo„;[415] la seconda: “consepulti sumus[416] cum illo per baptismum in mortem, o complantati facti sumus similitudini mortis eius„. La somiglianza nella morte e nella sepoltura o nel nascondimento sotterra come d'un seme, porta poi la somiglianza nell'effetto. Questa somiglianza è espressa o col vivere o risorgere dai morti o col “camminare in novitate vitae„.[417] Dico subito che Dante, dopo essere uscito dal passo della selva ed aver riposato il corpo lasso, “cammina„. E aggiungo che nella selva era quasi morte, e che il corpo uscendo da quella quasi morte mediante una specie di morte (quasi morte anch'essa), è non altro che lasso e non ha bisogno che d'un po' di riposo, e poi si trova “mortificato„ solo ex parte: zoppica da un piede. Nel passare, invece, la vera fiumana, il suo corpo è “esamine„ esattamente, come quello del Miseno, poichè ne era stato vinto ciascun sentimento; e poi il suo occhio è a dirittura “riposato„. Ma sopra tutto occorre notare che questa volta Dante non muore soltanto, non cade soltanto, come uomo cui sonno piglia, ma si trova di là, nella proda d'abisso, sotterra, nella tomba: è sepolto.[418] Ora è evidente che con quella prima quasi morte o mezza morte, non seguìta da seppellimento, in confronto dell'altra morte e sepoltura, Dante vuol esprimere la necessità che dice S. Agostino, di conformarsi con la volontà, cum primum sapere coeperit, al battesimo ricevuto da parvolo; la qual necessità è di tutti, di quelli ancora che si danno alla vita attiva. La qual sentenza generica di S. Agostino è trascritta in questo passo di S. Bernardo: “Il fatto d'avervi prima generati (il battesimo è morte, cioè nascita o rinascita) col sacramento della pietà, sebbene fosse volontario per chi generava, non potè essere volontario per chi era generato; chè questi non avevano alcun uso della volontà, nessun esercizio della ragione; e perciò non vi fu alcun riconoscimento della generazione stessa, nessun conoscimento di tanto genitore. Solo ora la generazione volontaria fa un sacrifizio volontario, secondo quel detto (Ps. 53, 8): volontariamente a te sacrificherò e confesserò il tuo nome, poichè è bene„.[419] Ma già S. Bernardo, sebbene pronunzi una verità generale, non l'applica qui a tutti, ma a soli quelli che si danno alla vita contemplativa. Per questi, per questi, succede tal rinnovazione (non ripetizione) del battesimo. E perciò succede a Dante, se è vero, come è vero, che il passaggio dell'Acheronte è il suo entrare nella vita contemplativa. E succede la rinnovazione spirituale e volontaria d'un vero battesimo, con la morte e la sepoltura.
Il passaggio dell'Acheronte ha tutte le note del battesimo, come era significato misticamente.[420] Non possiamo dire il modo proprio con cui Dante passò, perchè egli, nella sua alta finzion poetica, essendo addormito, essendo anzi morto, non lo può dire. Egli finge di non saperlo nemmen esso. Ma passò mediante quella croce, che si segna sul neofito, mediante quel legno della croce, che è il più lieve legno, indicato da Caron, che è l'arca in cui si galleggia sul diluvio della perdizione. Passò o sulle acque come Gesù e Pietro, o tra le acque che si scostarono per lui, come già per gli ebrei fuggenti dall'Egitto. Passò tra il rimbombo della tempesta, quale era quella che minacciò la navicella degli apostoli. Ma in che modo proprio, non è dato sapere, se non se forse ci dà qualche indizio, come vedremo, di ciò che fu la propria imaginazione di Dante in questo passaggio, l'altro passaggio del fiume che equivale misticamente all'Acheronte, e che è il Letè nel quale fu tuffato, e così passò. Comunque sia, dobbiamo tener per certo che Dante in sì fatto passaggio adombrò la rinnovazione del battesimo, del perfetto battesimo, che lo liberava dal languor naturae conseguenza dell'umana colpa. Ora noi vedremo che “altro battesimo, secondo battesimo„ è ciò per cui si entra nella vita contemplativa; e potremo esser certi sì, che battesimo fu il passaggio dell'Acheronte, e sì, che ingresso alla vita contemplativa fu quel passaggio; e che il poema di Dante ha, dunque, tale argomento, di rinunzia alla vita attiva, e che perciò non fu potuto cominciare se non dopo la morte d'Arrigo imperatore; e che la selva oscura è il peccato originale, come il vestibolo e il limbo, e che perciò le tre fiere sono il peccato attuale ossia le tre disposizioni; e che son vere tante illazioni e tanti corollari che ho esposti nei miei libri danteschi, e che è certo che io, aiutato certo nella mia umiltà dalla grande anima di colui che morì nella mia terra, ho veduto attraverso il velame e ho contemplata la mirabile visione.
Vita contemplativa è per eccellenza di coloro che fanno la professione religiosa. Ebbene la professione religiosa è detta e considerata un “secondo battesimo„. Primo fu, credo, S. Girolamo a usare questa espressione. Egli dice, scrivendo a Paula, sulla morte della figlia di lei: “In vero se immaturamente la morte l'avesse rapita mentre era in desiderii secolari e pensava (Dio ne tenga lontani i suoi!) alle delizie di questa vita, sarebbe ella stata da piangere. Ma poichè invece, col favore del Cristo, già da quattro mesi s'è lavata col secondo, per così dire battesimo del proposito (cioè della profession religiosa), e quindi ella è vissuta così che, spregiato il mondo, ha sempre avuto in cuore il monastero...„ non c'è da piangere.[421] Questo concetto ricorre più volte nel fedele di Maria, maestro di Dante.[422] Egli dice: “Agl'immondi principalmente il Cristo aprì questa via, egli che venne a cercare e a salvare ciò ch'era perito nelle vie del secolo„. Lasciamo star gli immondi; ma certo Dante era per essere ucciso nelle vie del secolo, e si mise per un altro cammino. “Che dunque?„ continua l'Abate “passerà uno macchiato per la via santa? No. Venga quanto si voglia macchiato a quella, e tuttavia non passerà macchiato per quella: perchè quando passerà, non sarà macchiato. La via santa lo ammette macchiato, ma, ammessolo, subito lo lava; che lava ogni reità quasi fosse un secondo battesimo di penitenza...„[423] Altrove S. Bernardo dichiara il perchè di questo nome: secondo battesimo. “Voi volete saper da me, donde, tra gli altri istituti di penitenza, la disciplina monastica abbia meritata codesta prerogativa di chiamarsi secondo battesimo. Credo, per la perfetta rinunzia al mondo e per la singolare eccellenza della vita spirituale per cui una così fatta conversazione essendo superiore a tutti i generi di vita umana, fa chi la professa e ama, simile agli angeli, dissimile dagli uomini; anzi torna a formare nell'uomo l'imagine divina, configurandoci al Cristo, a mo' del battesimo. E infine siamo battezzati con una specie di secondo battesimo, mentre, per ciò che mortifichiamo le nostre membra che sono sulla terra, ci rivestiamo di nuovo del Cristo, piantati sotterra di nuovo a somiglianza della morte di lui.„[424] Anche: “Vieni o Signore Gesù... Noi saremo veramente liberi, se tu ci libererai. Facemmo vano il primo patto... sottomettendoci a una misera schiavitù, (Dante nella selva era servo). Pertanto, o fratelli, conviene ci ribattezziamo; ci è necessario stringere un secondo patto; ci è mestieri una seconda professione; nè più basta rinunziare al diavolo e alle opere di lui; bisogna rinunziare, sì al mondo, sì alla propria volontà. (Dante in vero, fa suo il volere di Virgilio, e così giunge a libertate). Il mondo ci sedusse, la volontà ci travia. Nel primo battesimo, quando la nostra volontà non ci aveva ancora punto nociuto, bastò rinunziare al diavolo, per la cui invidia il peccato insieme e la morte entrando per l'entrata medesima, passarono a tutti gli uomini. Dopo che manifestamente provammo le blandizie del mondo fallace e l'infedeltà del nostro volere, in questo secondo, per così dire, battesimo della nostra conversione dobbiamo non solo risarcire il primo patto, ma rinunziare alle passioni stesse„.[425] Noi vediamo che S. Bernardo questo secondo battesimo, che è la profession religiosa o il rinunziare al mondo o secolo e mettersi nella via santa, nella via di Dio, nella vita spirituale, lo dice uguale, non alla semplice morte, ma al nascondimento sotterra, alla sepoltura. Il che più chiaro dice, parlando d'un fra' Natale: “Fu di nuovo sepolto col Cristo mediante il battesimo dell'eremo: io starò a metter fuori i vizi di lui, già seppelliti?„[426]
Così il novello Enea obbedisce al precetto del vate, cui aveva gridato il suo Miserere. Il vate gli dice: A te conviene altro viaggio; gli dice: ti trarrò per loco eterno; gli viene a dire: Andrai a immortale secolo, e vi sarai sensibilmente: il che tutto torna a rinnovare l'ammonimento: Hunc conde sepulcro. Il Miseno ch'egli ha da seppellire è lui stesso, suo primo amico esanime. Dopo, vedrà lucos stygios e sarà nella tomba. E nella tomba si trova, dopo il passaggio dell'Acheronte, e non sa dove si trovi. E vede lucos stygios; boschi o selve, per mo' di dire (questo attenuamento per così dire bisogna ripeterlo a ogni tratto interpretando il Poeta mistico, come lo vediamo ripetuto in S. Bernardo e in tutti gli scrittori così fatti): vede una selva: la selva, dico, di spiriti spessi. (Inf. 4, 66) E selva Stigia, sì: passato l'Acheronte, sottentra lo Stige, che si mostra solo al quarto cerchio, ma che continua subito l'Acheronte sin dal cerchio superno.