Quand'egli passò la selva oscura, che era anch'essa una specie di fiumana, un Acheronte anch'essa che si valica a nuoto, fu aiutato da un lume, che egli non vedeva e non narra: dal lume di grazia, dal lume della luna piena, da Lucia. Nell'Acheronte, da chi se non dalla medesima grazia o Lucia? Il Letè attraversò tenuto da Matelda; l'Acheronte, aiutato, in modo misterioso, da Lucia, la quale in modo pur misterioso lo recherà poi all'ingresso del Purgatorio. In qual forma venisse, ella che è donna, luna, aquila, folgore, non vuol Dante che si sappia; e tuttavia possiamo imaginarcelo con un'imaginazione di Dante: e con qual altra? La croce nel passaggio che è un battesimo, ci ha da essere: ell'è il più lieve legno. E ci ha da essere la grazia, nel battesimo; la grazia che poi nella lunga via fa meravigliare tutti (per es. Pur. 14, 14); la grazia o Lucia. Lucia è figurata, nel sogno che Dante sognò con la mente divinatrice, in un'aquila con penne d'oro: l'aquila imperiale. (Pur. 9, 20) Questa scende come folgore. Ora un lampo vermiglio è quello che vince i sentimenti di Dante, avanti l'Acheronte. Dorme qui Dante, e dorme là: la grazia opera senza che ce n'accorgiamo e oltre il merito nostro. Venne anche questa volta l'aquila? E allora, la croce? Ecco: Dante nel paradiso contempla la croce di spiriti beati del ciel di Marte. Nel tempo in cui una donna da rossa per vergogna si rifà bianca, egli vede il rosso di Marte cambiarsi nel bianco di Giove: e invece degli spiriti nella croce, vede altri spiriti, volitanti nella grande frase della Giustizia, formare all'ultimo “la testa e il collo d'un'aquila„. (Pur. 18, 107) Ma qui manca possa alla nostra fantasia. A noi, dove Dante non disse, basti dire che egli passò l'Acheronte mediante la croce che è aquila.
Così entriamo nel grande significato della divina Comedia. Dante è l'uomo o gli uomini, nella via del mondo o nella via di Deo. Il ribattezzatore dell'umana volontà è il potere imperiale. È questa luna piena che trae l'umanità dalla selva oscura, è questo altro sole, anzi, che impedisce che il mondo disvii, è questa luce o Lucia che fa varcare al genere umano il fiume che è morte e vita, vita e morte; è questo “governo„ che deve fare sì che il frutto venga dopo il fiore del volere, ossia che il battesimo non sia invano: (Par. 27, 147)
sì che la classe correrà diretta.
Gli ammiratori d'un Dante astratto da' suoi tempi e dalla sua scolastica, che cosa hanno a dire a codesto passo del Paradiso in cui dopo le onde della cupidigia vengono i bozzacchioni dei susini, e poi la pelle bianca che si fa nera della luna, e poi la classe che vira di bordo, e poi il fiore che dà frutto vero? Hanno a dir male, per certo, essi che in Dante non vogliono considerare se non la parte formale. Ebbene io spero che ne penseranno meno peggio per quello che, con l'aiuto della scolastica, io ho mostrato e sono per mostrare intorno al legame di codeste imagini svariate e disformi, tenute insieme però dall'unica idea della rigenerazione del volere, prodotta dalla grazia del battesimo rinnovellata dall'autorità imperiale. Ne penseranno meno peggio, quando vedranno che Beatrice, in quel suo discorso, riassume la divina Comedia nelle sue prime ed essenziali concezioni e figurazioni, facendo riapparire la fiumana su cui il mar non ha vanto, e la selva che si passa per virtù della luna che c'è e non c'è, per incertam lunam; richiamando al nostro pensiero quei motivi iniziali d'acqua e vegetazione; d'acqua Acherontea che se non si varca su più lieve legno, ci invischia poi nel brago, ci bolle nel fuoco, ci serra nel gelo; di vegetazione selvatica, che se non è favorita da convenevole temperie, o tale resta, o ci trasforma poi in bestie o in semiferi peggiori o in diavoli pessimi.[427] Ne penseranno meno peggio, quando vedranno dove ci conduce la classe (latinismo fuor di rima), la classe così stranamente comparsa dopo i bozzacchioni e la luna bianca nera[428] (si noti anche come è bella questa bruttezza, quando s'intenda!), e che è così stranamente seguìta dal fiore che allega, come causa da effetto: una classe diretta che fa sì che le susine non si convertano in bozzacchioni! Ma quella classe ci conduce all'Acheronte, e perciò al battesimo, e perciò alla pianta che fiorisce e al fiore che allega, e perciò alla grazia, e perciò alla luna che c'è e non si vede, bianca nera, e perciò a Lucia. Quella classe in vero ci porta a Miseno: hunc conde sepulcro! Sì: la classe andrà bene, sol quando l'umanità, per opera dell'impero strumento della grazia, seppellirà Miseno; il quale così insepolto, cioè battezzato invano, come i più degli uomini insepolti misticamente, nel vestibolo infernale, insepolti perchè ebbero in vano quel battesimo che è un conseppellirsi col Cristo; insepolto; ed ehu nescis! non lo sapete! e perciò lo dico io e lo figuro in tanti modi e lo faccio dire da Marco e da Beatrice! il qual Miseno, che è il primo amico d'ognuno (l'appetito sensitivo, il tallo, la pianta che ha non solo da fiorire ma da allegare e fruttare); il qual Miseno (Aen. VI 150)
totam... incestat funere classem.[429]
Questo battesimo figurato, che dissolve la tenebra e che è iterato per l'ombra e il veleno della carne,[430] imprime ciò che il sacramento vero: il character, per cui Dante è riconosciuto, alle parole di Virgilio, dai fantasmi e dai diavoli, e lasciato passare e portato sui fiumi dell'inferno, derivati dall'Acheronte che spiccia dalla colpa originale.[431] Nè mancano nell'immensa Visione le imagini degli altri sacramenti. Il del ciel messo viene come lo Spirito Santo agli Apostoli: “Dal cielo si produsse d'un tratto un suono, come d'un vento (spiritus) forte che venisse, e riempì la casa tutta...„[432]
E già venìa...
un fracasso d'un suon pien di spavento...
non altrimenti fatto che d'un vento
impetuoso... (Inf. 9, 64).
E un cenno a quel che segue negli Atti, “che apparvero lingue spartite, come fuoco„, può essere in quella ragione naturale data dell'impeto del vento, impetuoso per gli avversi ardori. Ora la confermazione o cresima, si sa in che rapporto sia con quella narrazione evangelica. E si veda: non è figurata l'imposizion delle mani nell'atto di Virgilio che chiude con le sue mani gli occhi a Dante, atto che è seguìto dall'ammonimento di mirar la dottrina ascosta sotto il velame? non è adombrato nel vento che viene sull'onde, sull'onde dello Stige che è la continuazione d'Acheronte, d'Acheronte o Letè, il fiume battesimale che Dante aveva passato poco prima, non è adombrato, in quel vento sull'acqua, quel versetto: “Giovanni battezzò con acqua: voi sarete battezzati con lo Spirito Santo tra non molti giorni„?[433] Il fatto è che dopo quel vento impetuoso (vehementis, ha il testo sacro), tanto gli Apostoli quanto il Poeta sono corroborati nell'anima: Dante, che non mai aveva temuto come avanti Dite, entra sicuro appresso le parole sante. Il luogo è una fortezza, egli che v'entra, è un milite; ed entra senza guerra, perchè la guerra era vinta. (Inf. 9, 104) Chi l'aveva vinta, è Enea, doppiamente connesso allo Spirito Santo, e perchè eletto nel cielo padre di Roma e perchè dotato della virtù eroica.[434] Anche: a principio e al fine della missione di Virgilio nel purgatorio, a piedi e in cima al monte santo, Virgilio compie due riti che hanno l'aria di sacramentali. Distende nel piano, sull'erbetta molle di rugiada, ambe le mani, e lava le guancie di Dante e poi lo cinge del giunco schietto; (Pur. 1, 121) sul grado superno ficca gli occhi nel suo figlio, lo proclama libero, corona e mitria lui sopra lui (Pur. 27, 125) Là Dante è che dalla tomba ha aperto gli occhi alle stelle, cioè uno che muore, perchè altro non è cristianamente il morire del pio, se non un aprir gli occhi nel chiuderli: quella lustrazione non è forse l'olio santo, col quale l'uomo va avanti Dio senza più alcuna nebbia? (Pur. 1, 97) E il giunco m'ha l'aria dell'umile issopo di cui asperso l'uomo si monda. Qua, nel grado superno, Dante ha, con quella spiritual corona e mitria, da Virgilio la licenza d'entrar nella foresta dove vedrà la visione che ha da scrivere “in pro' del mondo che mal vive„, (Pur. 32, 103) e apprenderà le parole che deve insegnare ai vivi di questa vita mortale: (Pur. 33, 52) non è codesto l'ordine sacro? E tutto il salire per il monte è penitenza; ma con la penitenza si fonde l'eucaristia, quando Beatrice pronunzia quelle solenni parole, che non sembreranno belle se non quando ci saremo assuefatti al linguaggio mistico di Dante, linguaggio conforme a quello del sacri libri, pieno d'idee e imagini che dai trivii talora metton l'ali e s'inalzano ai cieli: quelle solenni parole: (Pur. 30, 142)
L'alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse, e tal vivanda
fosse gustata senz'alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda.