Qual vivanda è nel passaggio d'un fiume? Ma questo passaggio del Letè, combinato col dolce bere ad Eunoè, è tale che l'uomo n'esce “rifatto„, (Pur. 33, 143) come per quella santissima bevanda e vivanda, che è l'Eucaristia, detta appunto refectio.[435]

E aggiungerò parole sulle nozze? In Dio sapientissimo la sapienza è “per modo perfetto e vero, quasi per eterno matrimonio„. (Co. 3, 12) E matrimonio è dunque l'ascendere di Dante filosofando all'Atene celestiale: filosofando, cioè amando la sapienza la quale è Beatrice, possedendo Beatrice, con Beatrice congiunto per sempre.[436]

[XXXV.]
GIACOBBE

Nell'“antica selva„, antica come il peccato d'Adamo, antica come la miseria conseguitane agli uomini, selva che è “profonda tana di fiere„, delle fiere che Dante non trova nel profondo ma nella radura, non nella notte ma nel giorno, perchè egli deve distinguere dal peccato originale il peccato attuale, e questo fu dopo quello ed effetto di quello; Dante è servo e fuggitivo: servo, come egli dice, (Par. 31, 84 al.) fuggitivo, come egli viene a dire affermando che il suo animo, oltre il passo, ancor fuggiva. (Inf. 1, 25) Se la verghetta con la quale si aprono sacra ostia,[437] non la strappa esso nell'antica selva (e tuttavia quella verghetta viene dalla selva di spiriti spessi, equivalente, col vestibolo, alla selva oscura); tuttavia Dante ha avuto in mente tutto il valor mistico che in quell'episodio dell'Eneide ravvisava l'antico interprete di Virgilio. Servio[438] dopo aver narrato il mito di Oreste fuggito ad Aricia con l'idolo Taurico, e il rito sanguinario di quel tempio; dove era sacerdote uno schiavo fuggitivo il cui posto era preso da altro schiavo fuggitivo che avesse ucciso il primo e così avesse potuto svellere un ramo dall'albero sacro; continua: Virgilio da questo rito “prese la sua figurazione (colorem). Chè il ramo bisognava fosse causa della morte d'uno; donde subito soggiunge la Morte di Miseno; e accedere ai riti di Proserpina non poteva, se non preso il ramo etc.„. Ora perchè Virgilio non dice, esplicitamente, al novello Enea, Seppellisci Miseno? Perchè il novello Enea è anche un novello Giacobbe, e a questo bisogna dire, quello che appunto dice Virgilio a Dante: È Rachele che ti chiama! È Beatrice di cui sei amico, che cura di te! Eppure, torna lo stesso. Seppellisci Miseno, vuol dire, Esci dal tuo involucro terreno. Va a Beatrice, significa, La tua mente si diparta dal corpo. Ella è morta, e i morti non si trovano se non morendo. Ella è la sapienza, e la sapienza non si vede se non mentis excessu.[439]

Dante, dunque, e per rivedere Anchise e per rivedere Rachele, va “a immortale secolo„ e si seppellisce. “Ma„ ecco dice S. Bernardo[440] “come nel battesimo siamo tratti dalla potestà delle tenebre e trasferiti nel regno della eterna carità, così nella, per dir così, seconda rigenerazione di questa santa professione (propositi), usciamo in simil modo dalle tenebre, non del solo peccato originale, ma dei molti attuali, e riusciamo al lume delle virtù, adattando di nuovo a noi il detto dell'apostolo: Nox praecessit, dies autem appropinquavit„.[441] In questo, che si può dire il sommario della divina Comedia, notiamo il detto di S. Paolo, come appare e riappare nel poema. Nella selva oscura Dante erra di notte; riprende via nel giorno: nox praecessit. Un sonno pari a quello di che era pieno quando entrò nella selva, precede il passaggio dell'Acheronte. La notte è al suo colmo, quando il Messo del cielo gli apre le porte di Dite. Tutta una notte è quella passata nell'inferno; (Pur. 23, 122) è vicino il giorno quando si trova alle falde del santo monte: dies appropinquavit. E s'appressava il giorno, quando è da Lucia trasportato, nel sonno, alla porta del purgatorio: e la notte precedè, quando si mise a cercar la divina foresta; ed era mane sul balzo del purgatorio, quando salì al cielo. (Par. 1, 43) Dalla notte al dì. E il dì veramente s'appropinqua sempre, e mai non giunge sino al momento del “fulgore„, in cui Dante vede l'unione della carne al Verbo, che è la gran meta del poema sacro, del poema in cui si abbandona la vita umana per la divina e si concilia e s'insegna questa con quella. (Par. 33, 141)

Dante in persona di Enea e Giacobbe, scende, dopo morto al peccato originale, a rigenerarsi dai molti peccati attuali. Per Enea, son tre disposizioni che il ciel non vuole; per Giacobbe, sono sette peccati: sette, poichè, discorrendo appunto delle tre disposizioni, tra Virgilio e Dante enumerano sette tra cerchi e cerchietti: quattro cerchi in cui sono quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con loro ignominie; (Inf. 11, 70) e tre cerchietti, (ib. 17) dei violenti e dei fraudolenti, i quali ultimi sono distinti in due specie, secondo che la frode esercitano in chi non si fida o in chi si fida. Devono essere sette, e non più nè meno, perchè sette beatitudini risuonano nei sette gradi del purgatorio, opposte ai sette peccati che si purgano; e tali sette beatitudini sono l'interpretazione dei secondi sette anni che Giacobbe serve a Laban, cioè alla Bianca di luce, cioè alla Grazia, per aver Rachele: ora il “fedele„ di Lucia, “amico„ di Beatrice, la quale siede con Rachele, serve questi secondi sett'anni, cioè deterge le macchie di sette peccati opposti a quelle sette beatitudini; dunque deve aver servito anche i primi sette anni, sette e non più nè meno. E sette sono, come sette devono essere. E poichè nell'inferno vi sono altre distinzioni di peccato che sono taciute da Virgilio, come non fossero, bisogna rendersi conto del perchè e siano taciute e non contino e non siano. Gl'ignavi sono nel vestibolo: nell'inferno dunque non sono. Gridano invano la seconda morte; dunque nell'inferno non sono. Misericordia e giustizia gli sdegna: dunque, se non sono nel purgatorio o nel paradiso della misericordia, non sono nemmeno nell'inferno della giustizia. Terribile concezione: non sono nè morti nè vivi: non sono.[442] Restano quelli del limbo e quelli del “cimitero„. Nel limbo è un vagir di culle, nel cimitero è un tacer di tombe. Voglio dire, il silenzio sarà, non è. Sarà, per una parte, il silenzio, quando caleranno sulle arche i coperchi. I quali, sino al gran dì, sono sospesi. (Inf. 9, 121) Ora sospesi sono gli spiriti magni e i parvoli innocenti del limbo. (Inf. 2, 52) Non anch'essi sino al gran dì? Sino al gran dì in cui così chiara sarà la veste di Catone? Il fatto è che allora il cimitero sarà tacito come ha da essere un cimitero. Dove sono coloro che fecero l'anima morta col corpo? Non sono. Sono nella necropoli della città dei morti: sono i morti della morte. Come (o divino acume di mente!), come quelli che di là del fiume della morte, corrono e corrono e corrono, sono i vivi della morte. Ebbene, resteranno quelli del limbo? i parvoli innocenti e gli spiriti magni? cui è destinato dall'Eneida verace a giudice Catone? Catone che nel gran dì sarà così glorioso? Catone che era de' sospesi e s'è mosso e si trova a mezza via tra il limbo e il paradiso terrestre? Saranno dunque otto, e non sette, non sette come devono essere, le ripartizioni dell'inferno? Altri, più ingegnoso di me, trovi dove collocare questi sospesi, pur che non li conservi nell'inferno. Cerchi e cerchi; e troverà... che cosa? “Un luogo di seconda felicità per i parvoli non battezzati edificato dai Pelagiani„:[443]inter damnationem regnumque caelorum, quietis vel felicitatis cuiuslibet vel ubilibet quasi medium locum„.[444] Questo luogo di mezzo promettevano ai parvoli i Pelagiani, che ne furono riprovati.[445] Ma essi dicevano che i parvoli non potevano essere annoverati nè tra i fedeli nè tra gl'increduli; al che gli ortodossi rispondevano che, a quel modo, i battezzati non erano, come invece erano, fedeli.[446] Checchè questi rispondessero. Dante mostra di credere a codesta medietà, e di assegnare sì ai parvoli innocenti e sì agli spiriti magni quel luogo di mezzo, di pace o beatitudine, tra l'inferno e il cielo: luogo che non può essere se non la sommità del purgatorio, arra di pace, sede di felicità, mezza tra la dannazione e la salute. E si aggiunga alle argomentazioni irrefutabili questo indizio piccolo e grande. S. Agostino, disputando contro i Pelagiani, porta a dimostrar la sua tesi ciò che predice il Signore d'essere per dire ai suoi che vuole nel suo regno; nel regno che è la vita eterna opposta alla eterna ambustione: dirà: Venite benedicti Patris mei...[447] Sono le parole che la voce di là rivolge a quelli che traversano il muro di fuoco. Con quelli, Dante e Stazio, è anche Virgilio. Non a caso la voce accomuna ai due discepoli il maestro, chiamati tutti e tre dall'angelo “anime sante„; (Pur. 27, 8) non a caso Virgilio s'era accomunato, nel dar conto di sè ai parvoli innocenti. (Pur. 7, 31)

Restano i sette tra cerchi e cerchietti, i sette tra peccati d'incontinenza e di malizia: quattro d'incontinenza, tre di malizia. Vengono subito in mente i peccati del purgatorio che sono, nella figurazione del carro, quattro e tre, unicorni e bicorni, come quelli dell'inferno sono, i quattro di minor offesa e minor biasimo e minor pena, e i tre di “felli„. Inoltre Virgilio si ferma, a esporre il sistema penale sì dell'inferno e sì del purgatorio, a un punto, in cui sono, sotto e sopra loro, tre cerchietti dell'inferno e tre cornici del purgatorio, sicchè abbiamo la distinzione di quattro e tre, rimanendo il quarto come una specie di peccato centrale. E sì: nel purgatorio si vede tale centralità del peccato quarto, che preceduto da tre di amor del male e seguìto da tre di amor soverchio del bene, è definito peccato di lento amore nel vedere o acquistare il bene. Il che è quanto dire: nella vita contemplativa o nell'attiva. Nell'inferno la dichiarazione avviene in un ripiano, inclinato o meno, che comprende due cerchi, la palude e il cimitero, d'uomini che rissano o gorgogliano inerti nel fango vischioso; e d'altri che hanno “mala luce„. S'intuisce subito che questi peccatori peccarono gli uni nella vita attiva, gli altri nella contemplativa. E s'intuisce che peccarono d'accidia, carnale e spirituale; manifestamente, d'accidia spirituale, gli eresiarche, perchè furono volontariamente ignoranti, e la ignoranza si riduce ad accidia; e più che manifestamente gli altri del pantano, de' quali i fitti nel fango dicono d'essere stati tristi e di aver portato dentro “accidioso„ fummo e non possono dire il loro inno con parola integra. Ora l'accidia è tristizia che mozza la voce.

Ma si obbietta: quelli che rissano, sono tali cui vinse l'ira: non dunque accidiosi, ma irosi. Non mai si ebbe dagli interpreti di Dante così mala luce come nel considerare quest'espressione: cui vinse l'ira; la quale significa che non dominarono l'appetito irascibile, come quelli dei cerchi precedenti sommisero la ragione al talento concupiscibile; e non può significare rei d'ira, perchè l'ira è libidine di vendetta: ora, o la vendetta fecero, e allora fecero ingiuria e sarebbero in Dite, o non la fecero, e allora l'ira senza vendetta è tristizia e non ira.[448] Masopra tutto è da notare che rissosi e fitti nel fango sono tra loro come nel cerchio precedente gli avari e i prodighi che sono rei de' due vizi collaterali alla virtù di liberalità. Qual è la virtù che sì i rissosi e sì i fitti misconobbero in modo opposto tra loro? È, e non può essere altra, la fortezza, nella quale Dante fonde la magnanimità, (Co. 4, 26) la fortezza, di cui cote e calcar è l'ira; l'ira passione incolpevole, e non vizio; l'irascibile. E Dante chiama dunque orgogliosi e tristi quelli che il Filosofo chiama audaci e timidi, pusillanimi e tronfi o gonfi. Chè audacia e timidità sono i due vizi collaterali alla fortezza; e la pochezza d'animo e la tronfiezza sono quelli collaterali alla magnanimità.[449] E che Filippo Argenti sia, come rissoso, il tipo degli audaci e gonfi, è manifesto da queste parole di Aristotele: “I gonfi sono stolti; e non conoscono se stessi, e questo si vede manifestamente, imperocchè mettono mano alle cose onorevoli, come se ne fossero degni; e di poi vengono scoperti e scornati. E si adornano nel vestire e nella figura e in cose siffatte; e vogliono che le loro buone fortune sieno visibili, e parlano di sè stessi, come se per mezzo di ciò potessero venire onorati„.[450] Basta ricordare i ferri d'argento! basta rileggere le novelle del Boccaccio e del Sacchetti! basta richiamare alla mente l'atto di lui, che vuol afferrare la sponda del legno, per salire anch'esso dove Dante siede con suo alto onore! E si veda ora come è il magnanimo, e se le sue note si convengono al Messo del cielo, persuadendo sempre più ch'egli sia Enea, tipo già nel Convivio di fortezza o magnanimità. “Sembra essere propria del magnanimo la grandezza in ciascuna virtù„.[451] Enea dal Poeta è posto ad esempio, nella parte del Convivio che compì, delle virtù convenienti all'età giovanile, annunziando che ne avrebbe discorso ancora. “Versa adunque principalmente il magnanimo circa gli onori... e si rallegra moderatamente di quei grandi che riceve, o che gli vengano dai virtuosi, come chi ottenga cose a lui proprie o anche di meno... non guarda neanche all'onore, quasi sia la più grande delle cose... i magnanimi sembrano essere disprezzatori... e il magnanimo disprezza giustamente, chè opina secondo verità„.[452] Ricordiamoci le parole di Virgilio a Dante, Taci e inchinati, se non vogliono dire: Non è uomo quegli, da gradir plausi e grida; un cenno d'onore gli basta! E si veda il contrapposto: “Quelli che senza virtù posseggono siffatti beni (onore, potere, preminenza, ricchezza), nè a buon diritto si stimano degni di grandi cose, nè rettamente sono chiamati magnanimi: chè senza virtù perfetta non hanno luogo queste cose. E diventano anche superbi e insultatori quelli che possedono questi beni: infatti senza virtù non è facile il sopportare con moderazione le buone fortune; e non potendole portare e pensandosi di soprastare agli altri, li disprezzano, ed essi, in qualunque cosa s'abbattano, agiscono. Che imitano il magnanimo non essendogli simili; e ciò fanno nelle cose che possono: e pertanto non fanno le loro cose secondo virtù, ma disprezzano gli altri„.[453] Non è il ritratto della persona orgogliosa quale Filippo Argenti è dipinto dai novellieri? “È proprio del magnanimo... il far servigi volenterosamente... accorrere dove l'onore o l'azione da compiersi sia grande; e far poche cose, ma grandi e gloriose. È necessario anche essere apertamente nemico e apertamente amico, chè il restar nascosto è d'uom che teme... e parlare e operare manifestamente; chè il magnanimo sarà franco pel suo disprezzo„.[454] Non è questo il contegno e il disdegno del Messo, sì nell'accorrere e sì nello sgridare i cacciati del cielo? E se è, non è egli, colui che così accorre e parla e opera manifestamente e disprezza o disdegna, uno che renda un servigio? E se lo rende, chi può essere egli se non Enea? “È anche apertamente verace tranne nelle cose che dice per ironia; ed è ironico verso i più„. Cerbero vostro, se ben vi ricorda: parole dette con sogghigno. “Nè parlerà intorno a sè, nè intorno ad altri, non gli sta infatti a cuore nè che si dieno a lui lodi nè che gli altri vengano biasimati, e però non è neppure atto a lodare. Per la qual cosa non è neanche maldicente, nemmeno dei nemici, se non fosse per arroganza„.[455] Ecco il Messo che non si ferma per esser lodato o ringraziato, o per biasimare e maledire la gente dispetta (eppure ha loro detto il fatto loro), e parte, come pensando ad altro che a quella pur grande impresa che ha compiuta. “E il muoversi del magnanimo sembra dover esser lento, e la voce grave, e la parola ponderata; chè non ha mai fretta...„. Come è impazientemente aspettato da Virgilio il Messo! Ma egli giunge a tempo, nè prima nè dopo, e tuttavia piuttosto dopo che prima. Dante sopra tutto ha ricordata del magnanimo un'altra nota, quella di esser “pronto a contraccambiare con più, che non abbia avuto; chè così viene ad essere riobbligato chi ha fatto il benefizio, e diventa egli il beneficato„.[456] Enea era obbligato al Poeta che ne aveva celebrata le gesta: ora lo riobbliga.[457]

I tronfi od orgogliosi (si ricordi “l'usato orgoglio„ dei colombi) e audaci, coi pusillanimi e timidi, della palude Stigia (così corrispondenti agl'ignavi del vestibolo, come i sepolti nell'arche dal coperchio sospeso corrispondono ai sospesi del limbo), dànno, tutti insieme questi e quelli, il concetto dantesco di accidia in operare e vedere.[458] Sicchè possiamo dire che le lezioni di Virgilio sui peccati dell'inferno e del purgatorio sono date nel medesimo ripiano centrale, che è dell'accidia carnale e spirituale, fra tre e tre peccati, che sono nel purgatorio di amor soverchio del bene, i tre di sopra, e nell'inferno, d'incontinenza di concupiscibile, i tre pur di sopra; e i tre di sotto, nell'uno, d'amor del male, e nell'altro, di malizia. Che l'incontinenza di concupiscibile e l'amor soverchio del bene si equivalgano, oltre che da questo chiaro raffronto, risulta dai nomi dei tre peccati, che è uguale nell'uno e nell'altro regno: lussuria, gola e avarizia. E i tre di sotto? I tre di sotto sono ira, invidia e superbia, nel purgatorio; ma violenza, frode in chi non si fida e in chi si fida, nell'inferno. Per altro questi tre peccati hanno per simboli, il tradimento, Lucifero, che è il primo superbo; la frode semplice, Gerione che è serpente infernale, cioè l'invidia satanica; la violenza, il Minotauro che appena vede i visitatori, morde se stesso “sì come quei cui l'ira dentro fiacca„. E perchè il Minotauro non è, sebbene sia ira bestiale, dell'ira simbolo così evidente, come il serpe dell'invidia e il primo superbo della superbia, poi Dante ci definisce la violenza, perchè noi non ci abbiamo a ingannare, così: (Inf 12, 49) “O cieca cupidigia, o ira folle!„ Le quali parole si riferiscono alla sola violenza, e non all'oculata frode, non alla frode che, come è tutt'altro che cieca, così non è davvero folle, nella sua cupidità, avendo al suo servizio (e Dante l'ha pur detto!) ciò per cui ella è proprio male dell'uomo: l'intelletto.

I sette peccati dell'inferno equivalgono ai sette del purgatorio. I quattro peccati unicorpori e i tre uno biforme e due tergemini dello inferno sono i quattro unicorni e tre bicorni del purgatorio; salvo che questi ultimi sono figurati secondo l'inordinazione iniziale dell'appetito e quei primi secondo la conseguente inordinazione della volontà e dell'intelletto. I peccati bicorni sono quelli dove è la cupidigia, cioè l'amor del proprio bene complicato con l'amor del male altrui: dunque equivalgono ai peccati infernali dove è la cupidigia, cieca e non cieca: e questi sono i tre di cui ingiuria è il fine. Ed è bello osservare che in essi il disordine nello appetito è figurato dal Poeta in qualche modo duplice, che può essere bensì la duplicità dell'appetito che è irascibile e concupiscibile, ma può essere ancora l'amor del bene proprio e del male altrui, cioè la cupidità, che è la fonte del peccato. Gerione ha invero due branche pilose, i giganti hanno incatenate e immobili le due braccia. Lucifero delle tre teste ha una, quella dell'inordinazione dell'appetito, di colore tra bianca e gialla.