Ma c'è davvero qualcuno che dubita ancora dell'equivalenza tra i sette peccati dell'inferno e i sette del purgatorio? C'è? E legga: sono per dargli la prova delle prove. Gli dimostrerò che Dante i peccati dei tre cerchietti definisce peccati spirituali, cioè dunque, ira invidia e superbia;[459] che Dante i due ultimi peccati dell'inferno dichiara superbia e invidia. Basterà ciò a convincere il lettore che il peccato mediano, nelle fosse e negli spaldi di Dite, è accidia in operare e vedere? Speriamo.

Gli angeli rei, ossia i diavoli propriamente detti, compariscono solo alla porta di Dite, (Inf. 8, 82) poco prima che sull'alta torre si mostrino le tre furie di sangue tinte. (ib. 9, 37) Perchè mai? Il perchè di questo fatto si saprà quando si sarà veduto il perchè d'un altro fatto: di questo, che i diavoli stessi, gli angeli da' ciel piovuti, sebbene appariscano alle porte di Dite che ha tre cerchietti, nel primo di essi cerchietti che è quel della violenza, non si trovano. No, non ci sono diavoli nel primo cerchietto, ma Minotauro, Centauri, Arpie, cagne, che sono dèmoni o mostri del genere dei dèmoni o mostri che hanno stanza nei cerchi dell'incontinenza; dello stesso genere, pagano e mitico, sebbene di specie differente: biformi e non unicorpori. Questa somiglianza sarà (è chiaro) per ciò che la bestialità è una cotale incontinenza, sebbene peggiore.[460] Ora perchè gli angeli caduti sono simboli e punitori esclusivamente dei due ultimi peccati dell'inferno, ossia della malizia vera e propria, e non anche dell'incontinenza, nemmen di quella che è oltre incontinenza, anche malizia? Perchè, risponde il buon senso, eglino sono creature spirituali e non hanno quindi l'anima sensitiva se non metaphorice. Ecco dunque perchè queste creature spirituali si mostrano soltanto alle porte di Dite, dove, raffigurati dalle tre furie, si puniscono tre peccati, che sono perciò i tre peccati spirituali, ossia ira invidia e superbia; ed ecco perchè pur non si trovano nel primo cerchietto, dove è punito un peccato che ha un de' due elementi carnale o sensitivo, l'inordinazione cioè dell'appetito irascibile. Questo dice il buon senso; ma non fidiamoci. Su, o buon lettore, leggi: “Negli angeli rei possono aver luogo quei soli peccati che toccano una natura spirituale. Una natura spirituale non è toccata da beni che sono propri del corpo, ma da quelli che si possono trovare nelle cose spirituali„.[461] Così, o lettore, comprendi perchè gli angeli cattivi compariscano dove cessano i peccati carnali e cominciano gli spirituali, che sono tre, ira invidia e superbia. Ma leggi: “L'ira... è con una passione, come la concupiscenza. Donde ella non può essere nei diavoli (nisi metaphorice )„.[462] Così comprendi, o lettore, perchè i diavoli non si mostrano, come nè in quelli della concupiscenza, così nel cerchio della violenza o bestialità, che è perciò ira. Ma leggi, leggi: Esclusa anche l'accidia (per vero non ci sono diavoli nel brago e nel cimitero!), “sic patet quod sola la superbia e l'invidia sono pure spiritualia peccata, che possono competere a diavoli„.[463] E così, o lettore, comprendi perchè i diavoli siano soltanto in Malebolge e nella Ghiaccia, dove dunque sono puniti i due peccati, che (a differenza dell'ira che è spirituale ma non pure) sono pure spirituali: i quali sono perciò l'invidia e la superbia.

Dunque, ripeto, sette, e i setti medesimi, rappresentati fontalmente o integralmente, sono i peccati del purgatorio e dell'inferno. Ciò è tanto esatto e indubitabile che, essendo sciolto questo problema, potrei lasciare ad altri l'altro: come equivalgano; e ad altri potrei affidare la risposta all'obbiezione che nasce dal nome di superbia dato alla contumacia di Capaneo e dal nome di superbo dato al fraudolento Vanni Fucci. Ma e ho risposto all'obbiezione e ho dimostrata l'equivalenza dottrinale.[464] Qui basti ricordare che Vanni Fucci e Capaneo sono detti superbi in quanto bestemmiano Dio e Giove, unici in tutto l'inferno; col fine di chiarire come in ognun dei tre peccati di Dite è quella generica superbia che si chiama aversio da Dio. Sono tre furie molto simili tra loro quei tre peccati, e sono meschine, le furie, cioè dominati i peccati, della regina dell'eterno pianto, moglie dell'imperador del doloroso regno; cioè della superbia che è peccato generale e peccato speciale. E c'è l'intenzione di far sentire la differenza che è tra bestemmia di parola e bestemmia di fatto. Vanni Fucci, per quanto punito del suo gesto e del suo detto, pure se non fosse reo d'altro che di tal bestemmia, sarebbe nel cerchio precedente con Capaneo. Più grave della sua bestemmia parlata è la sua bestemmia operata, la quale è una frode, e appunto, per maggior evidenza, una frode sacrilega. E così del gesto e del detto è punito appunto dalle serpi che gli avvolgono il collo e le braccia, e minacciato dal Centauro Caco che viene col drago ardente sulle spalle: serpi e drago, simboli d'intelletto volto al male. Sicchè Dante ci mostra la gradazione di bestemmia, da Capaneo a Fucci e Lucifero: il primo bestemmia col cuore soltanto, cioè con l'appetito senza ragione; il secondo bestemmia a parole, ma con l'intelletto ancora, ancora col gesto che è un principio di fatto; il terzo (e con lui, s'intende, i Giganti) ha commesso una bestemmia di fatto, alzando le ciglia (i Giganti le braccia): non altro che un alzar di ciglia, un cenno, nemmeno un gesto, eppure un gran fatto contro Dio.[465]

Quanto all'equivalenza dottrinale, rammento che la vera superbia è, per Dante, la violazione del minimum della legge di Dio, ossia dei suoi comandamenti di religio ai quali va aggiunto il comandamento di pietas; la violazione, cioè, dei tre precetti della prima tavola e del primo della seconda. Inoltre la superbia essendo definita “apostatare a Deo„, Dante prende il peggior degli apostati, Giuda, che è nel tempo stesso il peggior dei traditori, e così ne fa il peggior de' superbi, mettendolo nella bocca di mezzo di Lucifero primo superbo, ottenendo così l'equazione di superbia a tradimento. E conserva a tutti e tre i rimanenti peccati della ghiaccia la nota di apostasia giudesca, e così, nel tempo stesso, di superbia e tradimento. Perchè, avendo Giuda tradito e apostatato alla cena o alla mensa, ed essendo allora in lui entrato Satana, Dante fa che tutti quelli che tradiscono a mensa accolgano in quel punto dentro sè un diavolo; mentre l'anima loro ruina, come Lucifero dopo il suo alzar di ciglia, nel profondo del lago. Ed essendo il peccato di Giuda figurato con l'espressione “di aver alzato il calcagno sopra il Signore„, Dante mostra di considerare uguale a quello il peccato di coloro che tradirono parte e patria, perchè li fa per contrappasso premer dal calcagno suo;[466] e così anche i peccatori della terza circuizione della ghiaccia sono detti apostati e perciò superbi, e violatori essi del terzo comandamento del decalogo, come i secondi violarono il secondo, avendo corrotto il giuramento grande dell'ospitalità, e come i primi violarono il primo, avendo misconosciuto direttamente Dio nel suo Figlio e nel fondatore del suo impero; e più direttamente Lucifero. Ma essi terzi violarono il terzo, cioè il Sabato di Dio, significato, oltre che per altri modi, dalla festività pasquale nella quale Giuda tradidit il Signore ai giudei. Nel che è da notare (e non sembrerà oziosa osservazione, spero) che Bocca tradì appunto in un sabato, poichè la battaglia di Montaperti avvenne “il giorno di sabato 4 Settembre 1260„.[467] I quarti violarono il quarto, che nella dilezion de' genitori comprende quella dei consanguinei tutti, e che è messo insieme coi primi tre, perchè se non contro il principio generale, è contro il principio particolare dell'essere; se non contro Dio, è contro chi di Dio più tiene. E sono puniti nella circuizione detta Caina, che è finitima alle Malebolge e all'invidia, perchè Caino fu superbo in quanto uccise il fratello, fu invido in quanto uccise quello che era allora il solo suo prossimo; ond'è nel purgatorio esempio d'invidia. Ora questi ultimi Dante chiama apostati e perciò superbi, sebbene in grado minore e modo diverso, perchè fa che essi temano quella pressura del calcagno e non l'abbiano: come se da sè non se ne credessero indegni e dagli altri non ne fossero creduti proprio degni.[468] Infine l'esclamazione di Dante nel cominciare e trattar dei traditori nell'inferno, Oh! sovra tutte mal creata plebe... me' foste state...; (Inf. 32, 13) e che fa riecheggiare nel cominciar a parlare dei superbi nel purgatorio, O superbi cristian miseri...; (Pur. 10, 121) muove dalle parole di Gesù a mensa: “Guai a quell'uomo, per il quale il figlio dell'uomo sarà tradito: bene era per lui se non era nato quell'uomo!„[469] se non era nato uomo colui! Così Dante traduceva.

Che sia invidia, la frode semplice, è manifesto da ciò che come la superbia in Dante è il peccato dell'angelo superbo, peccato imitato e svolto nel genere umano col peccato di Giuda e con quello di Caino, che sono a capo e in fine della Ghiaccia; così l'invidia avrebbe da essere il peccato del diavolo invido, cioè del serpente tentatore e corruttore, imitato e svolto tra gli uomini coi peccati specialmente che sono a capo e in fine di Malebolge. Avrebbe da essere, voglio dire, se veramente la frode fosse invidia; ed è. È, perchè a capo di Malebolge è la seduzione delle donne; e il serpente invido sedusse la donna; e in fine sono i falsatori; e il serpente fu il primo e tipico falsatore. E si noti: i falsatori sono divisi come in due gruppi; e ognun de' due gruppi è come diviso in due fazioni nemiche; i rabbiosi conciano i lebbrosi, gl'idropici percuotono col pugno i febricitanti. Ebbene con questo loro fare ingiuria anche laggiù, è indicata la maggior ingiuria che fecero in vita. Ora codesti rei peggiori sono quelli che falsificarono sè in altrui forma, e quelli che dissero male, che, cioè, con la menzogna fecero gran male. (Inf. 30, 41 e 155) E subito noi vediamo che furono quelli che meglio (o diciamo peggio) imitarono il diavolo invido, che si mutò in serpente e con una bugia, con un fallo solo, (Inf. 30, 116) perde il genere umano. E che la menzogna sia il nocciolo, per così dire, della frode, e il proprio linguaggio del demonio, dice Dante stesso: il diavolo ha molti vizi, ma si può dire, sopra tutto, padre di menzogna. (Inf. 23, 144) E questo fa dire nella bolgia sesta, che punisce gl'ipocriti. Ora l'ipocrisia è ciò per cui la frode è frode. Gerione è la sozza imagine di frode e potrebbe, più specialmente, raffigurare l'ipocrisia, con la sua faccia d'uom giusto. E il primo ipocrita fu il serpente d'Eva, che finse di volere il bene di lei e di Adamo e degli uomini, come il primo superbo o apostata e perciò traditore fu Lucifero. Lucifero fu contro Dio, il serpe contro il genere umano, così come contro Dio è la superbia, e contro gli uomini è la invidia. Ossia, se la superbia è la violazione dei precetti di religio e pietas, l'invidia è il corrompimento degli altri comandamenti di iustitia semplicemente detta, che non è, vale a dire, contro Dio e contro chi è più simile a Dio, ma contro gli uomini in genere. Questi comandamenti della seconda tavola, se ne escludiamo il primo, che va piuttosto messo nella tavola prima e tuttavia non è proprio della prima, se ne escludiamo insomma il comandamento di pietas, sommano a sei. Ora il precipuo peccato di frode, l'ipocrisia per cui la frode è frode, e che è dipinto precipuamente nel serpente dell'invidia, è punito nella bolgia sesta. Notiamo che non a caso nell'enumerazione dei peccati di frode, il primo è appunto ipocrisia. (Inf. 11, 58) Notiamo che in questa bolgia dell'ipocrisia è crocifisso in terra Caifas, che disse: Oportet ut homo... e che è, come Giuda della Ghiaccia, il peccatore tipico di Malebolge. E così vedremo che in quest'altro modo Dante ha significato che i peccati di Malebolge stanno al peccato di Gerione, come quelli della Ghiaccia stanno a quello di Dite; che si riducono, cioè, a invidia, come quelli a superbia; perchè il Poeta oltre a metter primo e ultimo di essi due peccati, la seduzion della donna e il contrafacimento di sè e la bugia, nei quali si estrinsecò l'invidia prima, pone precipua di tutti la ipocrisia che fu nel serpente seduttore e falsario e menzognero precipua, mettendola nel numero sesto che è il numero dei comandamenti che avanzano togliendone i quattro primi. Violazione del decalogo di iustitia è l'invidia o frode; perciò le bolgie sono dieci, e dieci sono i passi verso Gerione; ma viola più specialmente la iustitia comunemente detta, di cui sono sei comandamenti; perciò la bolgia sesta è la principale. Non dubbia infine anche è l'intenzion del Poeta nel convertire in serpi i ladri. Egli ha voluto anche qui marcare la somiglianza del peccato di chi ruba, con l'invidia prima, che derubò la pianta. (Pur. 33, 57).[470]

La violenza o bestialità è ira, cioè libido ulciscendi. Il concetto di vendetta unisce tutti i peccatori del cerchietto, i violenti sì contro il prossimo, sì contro sè, sì contro Dio, la natura e l'arte. A ciò è da ricordare, che come frode è fatta uguale a invidia, e tradimento ad apostasia e superbia, in considerazione principalmente del peccato primo del diavolo contro l'uomo e dell'angelo contro Dio, e dei conseguenti peccati di Caifas contro l'homo e di Giuda contro il Redentore; così vis è fatta uguale a ira o desiderio adempito di vendetta, in riguardo al medesimo primo dramma. Considerò il Poeta che la prima colpa d'uomo, ricordata nella Genesi, dopo la cacciata dal paradiso, fu ira? Dio non guardò ai doni di Caino: iratusque est Cain vehementer. Sicchè il Signore gli chiede: Quare iratus es? Ed aggiunge: Sub te erit appetitus eius, et tu dominaberis illius.[471] Ora la bestialità Dante con Aristotile poneva fosse per metà o in cotal guisa incontinenza, ossia predominio dell'appetito sulla ragione.[472] Tuttavia il Poeta ebbe il pensiero, più probabilmente, all'altro luogo in cui la terra aprì la sua bocca e prese su il sangue del fratello dalla mano del fratello. Il sangue che bolle sotterra nella riviera della violenza contro il prossimo, può ben derivare di qui.[473] A ogni modo il nesso tra la pena e la colpa del primo girone con quelle dell'ultimo (il qual accordo del primo e dell'ultimo si vede e nella Ghiaccia e in Malebolge) si scorge meglio per un altro luogo pure della Genesi. Dopo il diluvio disse Dio a Noè e a' suoi figliuoli: Crescete e moltiplicate: tutti gli animali della terra vi siano di cibo: chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi, crescete e moltiplicate.[474] Quest'ultimo e primo precetto sottintende tutto ciò che disse Dio ai primi parenti, prima e dopo il peccato. Prima l'aveva posto nel paradiso della gioia, perchè operasse. L'operazione sua sarebbe stata allora gioconda. Fece l'uomo maschio e femmina, e disse loro: Crescete e moltiplicate. Dopo la colpa disse alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi concepimenti; nel dolore partorirai figli e sarai sotto il potere dell'uomo, ed esso dominerà su te„. All'uomo disse... “Maledetta la terra nell'opera tua: ne' travagli mangerai di lei per tutti i giorni della tua vita... Nel sudore del tuo volto, ti nutrirai di pane, finchè tornerai alla terra, donde fosti preso„.[475] Ora nell'ultimo girone, per cui è ricordato lo Genesi e questo luogo appunto, (Inf. 11, 107) sono quelli che non vollero trarre dalla terra e dal lavoro il loro sostentamento, e quelli che si rifiutarono a crescere e moltiplicare, e altri che bestemmiando, senza intelletto, Dio, dicono (lo dice uno per tutti): tal fui vivo qual son morto, disconoscendo così d'essere tornato sotterra, per opera diretta di quel Dio che dalla terra l'aveva preso. Nel primo, sono coloro che sparsero sangue umano, disubbidendo a un divieto che nella Genesi è così vicino al comando di crescere e moltiplicare e perciò agli altri che gli sono congiunti: “chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi crescete e moltiplicate„. Non solo: ma la bestialità in Aristotile è il mangiar carni crude e carni umane. Non forse Dante sentiva in quel precetto rituale, di non mangiar carni col sangue[476] e a ogni modo di mangiare solo animali (tutti gli animali della terra vi siano di cibo), la condanna della bestialità? Certo egli chiama bestiale e fero il pasto di Ugolino.[477] A ogni modo, si deve ammettere che “lo Genesi dal principio„ è presente nel primo e terzo girone. O non anche nel secondo? Non è implicito in tutti quei comandamenti di Dio benigno e irato, quello di “vivere„? Si capisce.

L'Etica e la Fisica d'Aristotele citate nella lezione di Virgilio insieme allo Genesi, fanno vedere che la narrazione biblica si accorda, nel trattato di Dante, con la filosofia peripatetica. Ebbene tutti questi peccatori violenti sono rei di bestialità. Anche, perciò, gli usurieri de' quali uno si lecca il muso come bue. Ora noi non comprendiamo che gli usurieri siano bestiali, se non consideriamo ch'essi si ribellarono (diciamo così) al precetto di Dio; si ribellarono da stolidi e da folli, come, dunque, Capaneo. Sì Capaneo e sì gli usurieri sono avanti a un Dio che punisce nella sua giustizia, ed essi dicono: È una ingiuria, è una vendetta; e aggiungono: La vendetta non sarà allegra. E così vien fuori il concetto d'ira, come è definita nel purgatorio. (17, 121) Chè dove si parla di vendetta, sorge l'imagine di quella che è libidine di vendicarsi. Tutti in questo cerchietto si vendicano: gli spietati giustizieri, i ladroni da strada, i suicidi, che sbagliano l'oggetto, i dissipatori, che se la prendono con le cose inanimate, i bestemmiatori, che se la prendono con Dio, rivestendo così una falsa sembianza di superbia, i sodomiti, che non vogliono generare,[478] gli usurieri, che non vogliono lavorare. Ira è nella Bibbia il primo commovimento di chi primo sparse il sangue umano, che la terra bevve; ira è per i filosofi la feritas;[479] ira è quella che il giudice, se non vuol commettere ingiustizia, non ha da usare nel punire;[480] ira è quella de' suicidi;[481] ira è quella dei dissipatori;[482] ira è quella che sprezza gli dei;[483] ira è quella, diciamo senza più esitare, feritas dei sodomiti e degli usurieri, ribelli a Dio, i quali nell'inferno sono figurati sdegnosi e sprezzatori.[484] Certo assomiglia, a questo peccato del fuoco e del sangue, quello del brago. Seneca chiama ira, sì quella vana e ventosa, sì quella sanguinosa e struggitrice; ma egli è stoico che anche l'ira passione considerava peccato. Dante che fa vedere un'ira sprone e cote di fortezza in sè e Virgilio, e un'ira magnanima nell'eroe che schiude le porte di Dite con una verghetta, crede, con Aristotele, che l'ira passione sia incolpevole, e crede, con lo stesso, che questa passione possa ispirare fortezza e magnanimità, come, per il suo soperchio, creare l'audacia e l'orgoglio, col suo manco, la timidità e la povertà di cuore, e, quando sopra il mal voler s'aggueffa, (Inf. 23, 16) fare la cieca folle ingiuria contro gli uomini, contro sè, e contro Dio e la natura e l'arte. E tutto ciò ha il suggello di questa riprova. Non nasce ira in uno se non c'è disprezzo nell'altro; e non si sente questo disprezzo altrui, se non si crede alla propria eccellenza (se non si è superbi nel pensiero; ed ecco un'altra ragione della superbia di Capaneo). Ebbene tutti i violenti o bestiali, tutti, tutti, sono rappresentati da Dante eccellenti o nell'opinion loro o anche nella sua: tiranni e ladroni celebri, un gran cancelliere, ricchi uomini, un eroe, un nobile maestro, cherci e letterati grandi e di gran fama, cittadini degni di riverenza, e, ciò che è più persuasivo d'ogni altro fatto, persone con una tasca dove è uno stemma nel quale l'occhio dell'usuriere si pasce. Possiamo ben esser certi che tutta questa eccellenza suggerì il timore e sospetto di parvipensio, e questa l'ira. Con ciò gli usurieri sono anche assomigliati agli innominabili avari.

Persuasivo poi quant'altro mai, è il raffronto tra le pene e le figlie dei sette peccati dell'inferno e del purgatorio. La lussuria, gola, avarizia e accidia sono in sè brutti peccati; ma ne possono generare di più brutti: così quando Dante getta la corda dell'incontinenza, ecco venir su Gerione.[485] Quel gesto è come un mito, un'allegoria, una favola, che sta a sè. Eppure la dottrina che v'è nascosta è dichiarata anche altrove. Così gli esempi nel purgatorio dei primi quattro peccati sono di effetti peggiori: bestialità o sodomia per la lussuria; (Purg. 26, 40 sg.) violenza di centauri o pusillanimità di ebrei, per la gola; (Pur. 24, 121) tradimento, frode, simonia per l'avarizia; (Pur. 20, 103) violenza di lapidatori e d'incendiarii, per l'accidia. (Pur. 18, 133) Chi ha commesso di tali cose non sta nell'inferno al posto della lussuria e degli altri peccati d'incontinenza; ma più sotto. Invece quelli che sono imaginati o gridati o scolpiti come rei d'ira, d'invidia e di superbia, dove starebbero? L'empia imbanditrice delle carni umane, sarebbe nel cerchio della bestialità o, per un'affinità già osservata, in Caina; il crocifisso dispettoso e fiero, in questo medesimo cerchio della bestialità o violenza; Amata, che s'ancise, ma non per amore, sarebbe o è nella selva dei suicidi. (Pur. 17, 19) Aglauro, che divenne sasso, è degna della pietra di color ferrigno. Caino dà il nome alla circuizione esterna della ghiaccia. Lucifero, Briareo, i Giganti, Nembrotte si sa dove stiano, e degli altri ci pare inutile discorrere.[486] L'ira, l'invidia e la superbia del purgatorio, quali appariscono negli esempi scolpiti o gridati o imaginati, sono nell'inferno punite ai luoghi della violenza, frode e tradimento. Dunque loro equivalgono, e così le pene che, per i quattro cerchi e gironi superiori, discordano; si richiamano invece nei tre cerchietti e nelle tre cornici inferiori: peso e peso, pietra e pietra, fumo e fuoco; di più marmo invece di gelo, occhi forati per visi stravolti.[487] Di più: la sferza dei primi e tipici imitatori del diavolo (Inf. 18, 35) colpisce l'invidia del purgatorio. (13, 37) E di più: i sette peccati del purgatorio sono divisi in quattro unicorni e tre bicorni. Ebbene bicorni, sin che si può, sono anche i simboli dei tre ultimi peccati dell'inferno. Chè bicorne è il Minotauro, paragonato a un toro; e cornuti sono i diavoli; (Inf. 18, 13) così chiamati non appena si presentano come punitori, con le sferze della vendicatrice in mano. (Aen. VI 558 sqq.) Ciò non è a caso: i simboli dei quattro cerchi superiori sono demoni sì, ma che sian cornuti si tace, ossia si nega; demoni paragonati a cani e lupi e vermi, e dannati paragonati a uccelli, a cani, a rane: tutti animali senza corna. E vero che ne dovrebbero aver uno, dei corni; ma via! Si vuol sofisticare? Ebbene dirò che per l'unico corno essi hanno la coda.

Ma questi e tanti altri argomenti,[488] persuadano o non persuadano, riguardano il come e perchè Dante abbia fatto uguale superbia a tradimento, invidia a frode, e ira a violenza, e accidia a vizi collaterali delle virtù di fortezza e magnanimità e a dismisura d'ira o irascibile; il come e il perchè: a ogni modo è certo e indubitabile, che nell'inferno e purgatorio non vi sono che i setti peccati capitali: il doppio settennato del servaggio di quel novello servo della Grazia o Laban, e innamorato di Rachele o della Sapienza, che è Dante. Il quale dopo il primo settennato vede la giustizia laboriosa sotto il sembiante, non di una donna lippis oculis e feconda, ma di un vecchio solo, che s'uccise per esser libero. Nel tempo stesso, in persona di Enea novello, egli ha esercitato contro le tre profane disposizioni, le quattro virtù pagane, entrando dalla porta infranta e prendendo via per le tre rovine, e passando i quattro fiumi. Ebbe il lume della prudenza e la forza della giustizia originale passando l'Acheronte: esercitò la temperanza nei tre cerchi del concupiscibile, la fortezza nella palude dell'irascibile, la giustizia e la prudenza, contro l'ingiustizia, nel regno di Dite, con questo che dove l'ingiustizia è senza intelletto, basta la virtù di giustizia, e quando è con intelletto, allora fa mestieri la prudenza. E il novello Enea volge, col suo duce, a destra quando occorre la prudenza; volge a destra nel cimitero degli eresiarche non colpevoli che di mala luce; volge a destra verso Gerione simbolo del male che si fa con l'aiuto della luce o dell'intelletto.

[XXXVI.]
I SETTE SPIRITI