Il viatore è aiutato da sette Spiriti. Egli è un eroe, se non di quelli che nell'Elisio amano ancora i carri e i cavalli, di quelli però che là cantano cinti il capo di nivea vitta. (Aen. VI 665) Come eroe, come tale che è portato all'etra dall'ardente virtù, è un ispirato dallo Spirito Santo.[489] Chè così Dante intende la virtù eroica di Aristotile. (Co. 4, 21) Questi doni, primi della visione che Dante ha nel paradiso terrestre, dopo aver mondata la vista nel fuoco dell'ultima cornice, gli appariscono sotto forma di sette alberi d'oro. (Pur. 29, 43) Così, dopo uscito dall'inferno e attraversata la burella, ecco vede quattro stelle che fanno godere il cielo. Queste sono le quattro virtù che ha esercitate nell'inferno, quelli sono i sette spiriti che l'hanno aiutato nel purgatorio. Dieci passi fa Dante verso Gerione, per significar i dieci comandamenti di giustizia: (Inf. 17, 32) dieci passi sono tra il primo e l'ultimo di quelli alberi, candelabri, stendali; (Pur. 29, 8) doni che son prima semi che germogliano, poi lumi che guidano, infine glorie che trionfano. In verità, contro i dieci comandamenti, sono i sette peccati; contro i setti peccati, sette spiriti:[490] sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.
Dante, modificando da sè o trovando modificata da altri per qualche parte, l'azione di questi Spiriti,[491] mostra di credere che la sapienza perfeziona la ragione speculativa ad apprender la verità, e la scienza perfeziona a ciò la ragione pratica;[492] o in altro modo, dispongono la mente a seguire l'istinto dello Spirito Santo nella cognizione delle cose divine (la sapienza) e umane (la scienza). L'intelletto e il consiglio perfezionano la ragione speculativa e pratica a giudicare rettamente; a giudicare, cioè, rettamente le cose divine (l'intelletto) e umane (il consiglio). La pietà e la fortezza perfezionano la virtù appetitiva ne' nostri sentimenti verso il prossimo (la pietà), e in quelli verso noi, contro il timore dei pericoli, (la fortezza). Infine contro la concupiscenza inordinata d'ogni cosa dilettevole, questo medesimo appetito è retto dal timore, secondo il detto (Prov. 15): In timore domini declinat omnis a malo; e l'altro (Ps. 118): confige timore tuo carnes meas, a iudiciis enim tuis timui.
Questi doni sono detti essere in congruenza con le beatitudini, ma in senso inverso.[493] Ora le beatitudini, variamente enumerate e distinte, in Dante che le fa annunziare a ogni grado del purgatorio, sono così: poveri di spirito, misericordi, pacifici senz'ira mala, piangenti, assetati di giustizia, mondi di cuore. Quindi la corrispondenza di spirito a beatitudine sarebbe per Dante questa:
| 7 Timore | — 1 Poveri di spirito | : superbia |
| 6 pietà | — 2 misericordi | : invidia |
| 5 scienza | — 3 pacifici | : ira |
| 4 fortezza | — 4 piangenti | : accidia |
| 3 consiglio | — 5 sitibondi di giustizia | : avarizia |
| 2 intelletto | — 6 famelici di giustizia | : gola |
| 1 sapienza | — 7 mondi di cuore | : lussuria. |
Così S. Agostino, a proposito però dell'intelligenza della sacra scrittura, concepisce i sette doni, come sette gradi per i quali si ascenda dal timore di Dio sino alla sapienza.[494] Che Dante vi s'ispirasse, sarà chiaro da uno di quei raffronti i quali fanno pensare quanto d'inesplorato e d'inesplorabile rimanga tutt'ora nell'abisso sacro. Eccolo. Il Padre così dichiara il secondo grado: “Poi bisogna divenir miti (la seconda beatitudine è, per lui, quella dei miti, mentre Dante questa non l'ha o la fonde in quella dei pacifici) mediante la pietà, nè contradire alla divina scrittura, sia intesa, se percuote alcun nostro vizio, sia non intesa, quasi non possiamo melius sapere meliusque praecipere; ma piuttosto pensare e credere esser più buono e vero ciò che lì è scritto, anche se c'è oscuro, di quello che ciò che noi per nosmetipsos sapere possumus„. Si tenga a mente il sapere e il praecipere; e si perda un po' di vista il particolare riferimento alle scritture. E poi si legga ciò che nel purgatorio è dell'invidia, seconda colpa, a cui risponde il dono della pietà. Gli invidi hanno gli occhi forati e chiusi, per averli volti con invidia, ma anche per questa altra ragione, che vollero melius sapere meliusque praecipere di Dio, che volle un apparente male. Lo dice chiaramente uno di quei peccatori: “Savia non fui avvegna che Sapia fossi chiamata„. (Pur. 13, 109) È causale questo tratto d'una Sapia, che non sapit, e che è nel grado della pietà, per cui non si deve pretendere di melius sapere per noi stessi? E allora ci sarebbe un altro caso più strano: ella, in suo vivente, non solo pretese di melius sapere, ma anche di melius praecipere! Sì: ella fece come “il merlo per poca bonaccia„: praecepit la primavera, mentre era ancor verno. Anche questo, caso? E allora un terzo caso. Il dono di questo non sapere e non praecipere meglio di Dio, non l'usarono in vita: ora l'usano per salir su, in morte. Invero Sapia biasima la mancanza di saviezza che è nei Sanesi, che male sperarono di Talamone, e predica la rovina degli ammiragli; come Guido del Duca predice le iniquità di Fulcieri, (Pur. 14, 58) e ha il pensiero alla discendenza dei Romagnoli del buon tempo. (ib. 88)
Da questo autore dunque senza esitare prenderò, come da altri, alcune note nella rassegna che farò dell'efficacia di questi doni nel disegno del purgatorio e del paradiso.
Il dono del timore corrisponde alla beatitudine dei poveri di spirito, ed è opposto al vizio di superbia. Esso fa sì che noi temiamo i giudizi di Dio e perciò decliniamo a malo. Aggiungiamo, con S. Gregorio,[495] che il timore preme la mente; e che bisogna pregare, che il timore non sia soverchio e non ci faccia disperare. Secondo poi S. Agostino, per il timore dobbiamo “rivolgerci a conoscere la volontà di lui, che cosa ci ingiunga di cacciare e fuggire. E codesto timore deve incuterci il pensiero della nostra mortalità e della futura morte...„[496] Il sasso che doma le superbe cervici, il paternoster detto dalle anime, col fiat voluntas tua (Pur. 11, 10) e col libera nos a malo, (ib. 20) espressi con tanto rilievo, non basterebbero a persuadere che Dante ha voluto qui mostrare l'efficacia di quello spirito del timore, sebbene molto significhi il far dire alle anime anche l'ultima preghiera superflua, e il far loro accennare, perchè la dicano. Chè il timore è specialmente di cader nelle branche del malo, cioè dell'“antico avversaro„. Ma chi può stare in dubbio, se consideri che Dante dichiara la sua “paura„ di questa pena, rimastagli dopo uscito dalla cornice? (Pur. 13, 136) La sua anima ne è ancora sospesa, dopo pur cancellato il primo P. Chi può conservare il dubbio, se ripensa non solo quanto insista il Poeta nel segnalare la gravezza del tormento, ma specialmente come ammonisca il lettore di non temere soverchio e di non disperare? (Pur. 10, 106)
Il dono della pietà è con la beatitudine seconda, la quale in Dante è quella dei misericordes. Giova notar subito come il Poeta faccia dichiarar da Virgilio formalmente, che la ferza è tratta da “amore„; (Pur. 13, 27 e 39) e sè dichiari punto di straordinaria compassione, (ib. 54) e come rappresenti gl'invidi in atto di chiedere pietà, (ib. 64) e come si senta commosso di carità, (ib. 73) e loro domandi per carità e grazia, (ib. 91) e una di loro ricordi la carità di un sant'uomo, (ib. 129) e un'altra invochi consolazione per carità, (Pur. 14, 12) e siano, quell'anime, dette care. (ib. 127) Amore, (Pur. 13, 146; 14, 100) pietà, carità sono le note che qui suonano, con dolci atti (ib. 6) e delicati pensieri. (ib. 127) Ma non basta: ho già detto che il dono della pietà fa che noi non presumiamo di melius sapere e melius praecipere di Dio; e ho già mostrato come tale dottrina echeggi in questa cornice.
Il dono della scienza si trova con la beatitudine dei pacifici che son senz'ira mala. Esso perfeziona la ragion pratica ad apprendere la verità (S. Tomaso dice a rettamente giudicare): in ogni modo, ci dispongono “nella cognizione delle cose umane„. Scire è un vedere: appena salito al terzo girone, a Dante parve essere tratto in una visione estatica. (Pur. 15, 85) E mediante visioni, non falsi errori, si propongono gli esempi della virtù contraria e del vizio stesso. È da notare che l'esempio della sposa dello Spirito Santo è, sì, di mansuetudine, ma a proposito della disputa tra i dottori; e che nell'esempio pagano di Pisistrato è ricordata Atene “onde ogni scienza disfavilla„;[497] e che nel terzo esempio di Stefano, si vede lui chino per la morte, e i suoi occhi aperti al cielo. (ib. 87) Si ponga poi mente alle molte volte, che ricorre l'idea di “vedere„ e “non vedere„ e scorgere e discernere. Si osservi la pena del fumo, che è derivazione come dal fuoco d'ira, così dal fuoco della visione; e che è pena condegna di chi non vide assai. Si osservi l'aggettivo “saputa„ dato alla scorta; si osservi come ella guidi dietro sè il cieco; (Pur. 16, 8) si osservi questo nome stesso di scorta (da scorgere) e come le parole siano qui dette scorte. (ib. 45) Infine Marco è uno che del mondo seppe, cioè scivit le cose umane o civili; e a Dante, che vuol vedere, cioè sapere, e mostrare altrui (il che tutt'insieme è scienza e arte)[498] la cagione dell'imperversar della malizia, dichiara scientificamente, diremmo noi, perchè il mondo disvii, il mondo cioè la vita attiva, cioè le cose umane. All'ultimo, Dante discerne (Pur. 16, 131) la più importante sentenza del suo sistema politico: la separazione delle due vite, delle due strade, delle due potestà, dei due luminari. Dei quali il sole apparisce al tramonto tra la nebbia.
Il dono della fortezza è coi piangenti, e perfeziona la virtù appetitiva, nei nostri rapporti con noi stessi, contro il timore di pericoli. S. Agostino che mette questo dono con la fame e sete di giustizia, beatitudine unica, dice che “per tale affetto l'uomo si trae fuori da ogni mortifera gioia delle cose passeggiere, e rivolgendosene, si volge alla dilezione delle eterne, cioè all'incommutabile unità e trinità. La quale appena avrà veduto quanto può, raggiare in lontananza, e comprenderà di non poter sostenere, per l'infermità della sua vista, quella luce, ecco che già nel consiglio della misericordia purga l'anima che in certo modo tumultua...„[499] L'ordine e il novero, diversi in Agostino e Dante, non ci devono togliere di scorgere la rispondenza perfetta di quest'ultimo passo con ciò che racconta il Poeta nel salire dal grado della misericordia o pietà al grado della scienza: che non si può schermare, e si sente abbagliare da una luce ancora lontana.[500] (Pur. 15, 28) Ma c'è altro. Intanto il Poeta nell'entrare in questo girone sente venir meno la possa delle gambe (ambulare è vivere) e fuggir la sua virtù. Possa e virtù indicano fortitudo. La fortitudo manca e ci dovrebbe essere; e tale spossatezza e successiva sonnolenza nella cornice della fortitudo è per la medesima ragione che il fumo è in quella della visione o scientia. Un ragionamento tien luogo dell'andare: invece delle cose passeggiere, o del vivere attivo, c'è la contemplazione della verità. Il ragionamento verte sulla libertà del volere, la cui mancanza è sonno;[501] onde la sonnolenza del Poeta. Più particolarmente vi si considera amore come fonte d'ogni bene e d'ogni male. Si distingue un triforme amore e un altro amore tripartito, con un altro amore che è in mezzo, lento a vedere e a operare. E son dunque tre questi amori, e uno d'essi semplice e gli altri due triplici. C'è, insomma, in tale dottrina una somiglianza di trinità, come nella triplice incontinenza di concupiscibile e nella triplice malizia infernali, cui distermina l'accidia che è per Dante il doppio vizio contrario alla fortezza o magnanimità. Al che è d'uopo esaminare un altro luogo di S. Agostino. Sull'imitazione che vi è di Dio, pur nel male, egli dice: “la violenza (vis) imita la virtù, e la frode (fallacia) la sapienza (di Dio). Invece... la magnanimità imita la virtù, la dottrina la sapienza. I peccatori imitano lo stesso Dio Padre con l'empia superbia, i giusti con la pia liberalità. Lo Spirito Santo è imitato dalla cupidità degli iniqui e dalla carità dei retti„.[502] Ricavo da queste parole che nella triade dell'amor del male la superbia può essere ciò che nella Trinità è il Dio Padre; e che l'avarizia (contraria alla liberalità) è questo medesimo, nella triade dell'amore soverchio. Nella prima triade è anche designato il luogo allo Spirito; poichè amore, pietà o carità è la nota della seconda cornice. Resta il figlio, cioè la sapienza; e S. Agostino ci dice che la nostra dottrina imita la divina sapienza, e il lettore ricorda che l'arte segue la natura, “come il maestro fa il discente„, e che perciò ella è, l'arte o scienza, a Dio quasi nipote. (Inf. 11, 104) E dunque è presumibile che nella triade dell'amor del male Dante abbia raffigurate, per il contrario, le tre persone della Trinità. E così potremmo vedere, partendoci dall'avarizia, dell'altra triade. E a ogni modo questo numero ternario, che si riscontra nell'amor tripartito, e nella specificazione dell'amore, in soverchio, lento e malvagio, basta a giustificare, vedute le altre sicure derivazioni, la credenza che nel quarto grado del purgatorio sia raffigurato in qualche modo il distogliersi dalle cose transeunti, e il rivolgersi alla incommutabile unità e trinità, la quale ha il suo nesso, come è noto, nell'amore. E ciò, dunque, in virtù dello Spirito di fortezza. Il quale è contro il timor de' pericoli; e anche questo aspetto è considerato; chè non solo qui timido è il voler di Dante, (Pur. 17, 84) ma sono ricordati come esempi di funesta accidia il timor dei pericoli che tenne di qua della gloria gli Ebrei e i Troiani che non seguirono Giosuè ed Enea.[503]