Il consiglio conduce a ben giudicare le cose umane, e l'intelletto a ben giudicare le cose divine. Sono contro l'avarizia, il consiglio, contro la gola, l'intelletto. A ben giudicare: le beatitudini che si proclamano in queste due cornici sono dei sizienti ed esurienti giustizia. Dante ha sdoppiata una beatitudine unica, quale si può vedere in un passo succitato di S. Agostino. Ora in queste due cornici è figurata la sete e la fame, a tacer d'altro,[504] nel solenne principio del canto ventesimoprimo, La sete natural che mai non sazia con l'acqua di quaggiù; nelle parole di Virgilio riferite da Stazio, O sacra fame; (Par. 22, 40) e nella voce che suona di tra l'albero: di questo cibo avrete caro; (Pur. 22, 141) e nell'opposizione tra cibo e savere; (ib. 147) e in molti altri tratti.[505] La giustizia è nominata insieme con la speranza appena si comincia a parlar di avari; (Pur. 19, 77) e risuona, ripetuta con enfasi, nella risposta del papa Adriano: Così giustizia... così giustizia...; (ib. 120, 13) e se ne parla a proposito di Bonagiunta; (ib. 24, 39) e altrove.[506] Ma tutto questo luogo del purgatorio è governato dai due spiriti affini del consiglio e dell'intelletto.[507] Invero per l'una e per l'altra cornice sorgono dubbiezze che son risolute e parvenze diverse dall'ascosa realtà: un papa che non è papa, un re che non è re; omaggio che non si deve più, parole sacre non bene intese, tremuoto che fa dubbiare e rimaner sospesi, ignoranza che fa desiderar di sapere, timore e pensiero. Stazio s'inganna intorno a Dante; (21, 20) e intorno al suo ridere; (ib. 127) e intorno alla natura d'ombra che è in Virgilio. (ib. 130) Virgilio s'inganna intorno alla vera colpa di Stazio, che è altra da quel che pare, (22, 22) e intorno alla vera sua religione che era altra da quel che pareva. (ib. 59) Virgilio l'aveva fatto cristiano, senza accorgersi esso del lume che faceva ad altrui! (ib. 67) Sin qui si tratta di cose umane; ed è degno di molta meditazione il fatto del papa e del progenitore di re, colpevoli d'avarizia, che non diventò cupidità, in loro, sì nei loro successori: son lì tutti e due a ricordare che cosa è che impedisce la via del mondo, la lupa che qui è maledetta: la lupa che si forma dall'avarizia iniziale, come per il loro esempio si scorge; chè essi, non altro che avari, ossia maltenitori, ebbero discendenti cupidi e fraudolenti e traditori. Ma come il consiglio ci deve reggere nella via del mondo, l'intelletto ci deve illuminare nella via di Dio. Ed ecco che Dante ricorda a Forese il suo smarrimento nella selva oscura, nella quale splendeva inavvertito il lume di grazia, e ricorda Beatrice, alla quale giungerà egli che ha attraversata la profonda notte dei veri morti, salendo e girando la montagna soltanto nel dì, e sostando nella notte. (23, 119) Ed ecco inoltre che come con Forese ricorda Beatrice a cui Virgilio lo mena, con Bonagiunta parla di quell'altra donna che con lo studio si trova prima della prima, e che non s'incontra, come nè l'altra così lei, nella via del mondo. Con Bonagiunta parla della sua arte che anni prima iniziò con la canzone dove è la parola intelletto. (24, 49) E si vedono i due alberi, della vita e della scienza, che corrispondono a quelle due parole contrarie, cibo e savere, (22, 147) la qual unione fa sì che S. Tomaso, per esempio, e i santi dottori siano nella sfera del paradiso corrispondente ai cerchi della gola nell'inferno e nel purgatorio. E soltanto l'essere, questo della gola e della carne, il grado dell'intelletto, fa sì che si parli di generazione e di animazione qui, e, nel cerchio d'inferno e nella sfera di paradiso corrispondenti, di rigenerazione e reintegrazione.[508] E anzi, quivi si parla di cosa più analoga: della natura dell'ombra, la quale si riunirà poi al corpo nel gran dì.[509]

Il dono della sapienza ci guida nella cognizione delle cose divine. S. Gregorio aggiunge ch'ella rifà la mente intorno alla speranza e certezza delle eterne cose.[510] S. Agostino, che fa sesta la beatitudine dei mundicordi, interpreta tuttavia codesta così: “ascende al sesto grado (per Dante, è il settimo) dove già purga l'occhio stesso, col quale si può veder Dio, per quanto si può da chi muore, quanto egli possa, a questo secolo. Chè in tanto si vede, in quanto si muore a questo secolo; in quanto si vive, non si vede... In questo grado così l'uomo purga l'occhio del cuore, che alla verità non preferisce e non paragona nemmeno il prossimo, e perciò, nemmen sè... Perciò codesto santo sarà di cuor così semplice e mondo, che non si distolga dal vero, nè per piacere ad uomini, nè per evitare qualsiasi disagio che contraria questa vita„. E poichè S. Agostino fa settima la beatitudine dei pacifici corrispondente al dono della Sapienza, aggiunge: “Così ascende alla Sapienza, che è l'ultima e settima, della quale usa pacifico e tranquillo„.[511] Chiaramente si rispecchia il concetto di S. Gregorio; che la sapienza dà speranza e certezza di eternità felice, misto al ricordo che la settima e ultima beatitudine non è, come a Dante è piaciuto, quella de' mundicordi, ma quella de' pacifici; nelle parole: (Pur. 26, 53)

o anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato.

Chiaramente è espresso il concetto di S. Agostino sulla prevalenza che ha da essere del vero sul prossimo e su sè, nelle parole con cui Guido preferisce Arnaldo Daniello a sè e a quel di Lemosì, e con cui biasima quelli che “a voce più che al ver drizzan li volti„, e cui il vero poi finalmente vince. (26, 115) Chiaramente è riflesso il concetto pur di S. Agostino, che per la sapienza non si deve ricusare qualsiasi dolore o pena o disagio, nelle parole dell'angelo: Più non si va, se pria non morde, anime sante, il fuoco; e nel fatto del timido e doloroso passaggio. (27, 7) E che del cuore si mondi l'occhio, chiaramente è detto con le parole di Virgilio che afferma esser di là del fuoco Beatrice, cioè la sapienza, e che esclama “gli occhi suoi già veder parmi„ (tanto è veder gli occhi della sapienza, cioè le sue dimostrazioni, quanto mondar gli occhi suoi per vederle). (27, 36)

Invero di là del muro di fuoco Dante, guidato dallo studio, vede prima l'arte, quale anche gli antichi potevano vedere, l'arte del buono e del bello e del vero; e poi la sapienza, avanti cui lo studio sparisce, perchè è già sufficiente, e ormai è insufficiente.

Dante ritrova la sua Beatrice.

[XXXVII.]
LA TRINITÀ

Tre cantiche in terza rima, ognuna di trentatrè canti, più il primo proemiale, che è l'uno rispetto al tre e al trentatrè e al novantanove: tre donne del cielo con Dio, tre persone della Trinità con Maria, tre fiere con la selva, e tre disposizioni cattive col peccato originale, e tre ordini di simboli del male, unicorpori biformi e trigemini, e tre ternari d'ordini angelici, intorno all'I, e tre furie e un Gorgon, e un'accidia fra tre cerchi e tre cerchietti, d'incontinenza e di malizia, e un lento amore tra un amor triforme e un amor tripartito, e una ternaria divisione in tenebra e carne e veleno, e antinferno inferno alto e basso, e antipurgatorio purgatorio e Eden, e tre guide a Dante nel gran viaggio, Virgilio Beatrice e Bernardo; tutta questa triplicità[512] ci ammonisce che base del poema dantesco è quella Trinità, di cui pareva un miracolo Beatrice giovinetta. Invero nelle Confessioni di S. Agostino, libro che Dante ben presto conobbe, è questa dichiarazione della Trinità: “Chi intende la Trinità onnipotente?... Vorrei che gli uomini pensassero in sè stessi queste tre cose. Sono queste tre cose ben altro che quella Trinità, ma io propongo un argomento dove possano esercitarsi e provare e sentire quanto siano lungi. Ecco le tre cose: esse, nosse, velle. Io sono e so e voglio: sono sciente e volente, e so d'essere e di volere, e voglio essere e sapere (scire). In tali tre cose quanto sia vita inseparabile e una vita sola e una sola mente e una sola essenza, e quanto infine inseparabile distinzione, e tuttavia distinzione, veda chi può...„[513] Dante vi s'è esercitato, su questa somiglianza, e ha provato e ha sentito quanto s'è lungi, con ciò, da “aver trovato ciò che sopra lei è incommutabile, ed è e sa e vuole incommutabilmente„.[514] Invero quando nella pace del regno di Dio vede la visione della Trinità, meta del poema,[515] all'alta fantasia manca possa; (Par. 33, 142) pure egli volle igualmente. E in tanto tutto il poema di quest'alta fantasia è pieno.

La prima cantica è la morte e il seppellimento del primo amico, del vecchio Adamo. Dante muore nel passaggio dell'Acheronte, come Miseno nelle onde del mare, e si seppellisce nella gran tomba, dove continua misticamente a morire, finchè esce dal sepolcro, dopo tanto tempo, quanto fu quello che Gesù passò sepolto. Esce a riveder le stelle, dunque risorge: è morto a ciò che è morte: ora è. La prima cantica è dell'esse, la qual idea corrisponde alla prima persona della Trinità, al Padre. In fatti Dante, uscito a riveder le stelle, uscito dalla morta poesia e dall'aura morta, fuggito dalla prigione eterna, vede un veglio solo, degno, come non altri, della riverenza che il figlio deve al padre. È Catone, che già nel Convivio simboleggiava Dio: “e quale nome terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo„. (Co. 4, 28) È Catone, cioè la virtus; e virtù o possa o potestate è la prima persona della Trinità. È Catone, che si uccise per essere libero, cioè essere; e fece perciò (nel simbolo) quel che Dante, che volontariamente morì e si seppellì, per essere libero, cioè essere.

Nella seconda cantica Dante giunge a Matelda e a Beatrice, addotto da Virgilio. Cioè lo studio lo conduce all'arte o scienza e alla sapienza, a conoscere, nosse o scire le cose umane e divine, sì da poterle significare altrui. La seconda cantica è dello scire. Dante è congiunto all'ultimo con la sapientia che è la seconda persona della Trinità. L'ultima operazione di Dante nel paradiso terrestre è di bere all'Eunoè; e quello fu un “dolce ber che mai non l'avria sazio„. (Pur. 33, 138) E dunque tal sete era quella “naturale che mai non sazia se non con l'acqua„ che a noi fornisce il Figlio di Dio. (ib. 21, 1) E Dante dall'onda ritorna rifatto, come dalla tomba esce rinato: “rifatto sì come piante novelle, rinnovellate di novella fronda„. Nella parola ripetuta echeggia distintamente il nosse o novisse. Sì fatti accenni etimologici non sono nuovi, in Dante, che appunto altra volta s'indugiò su quel verbo. (Co. 4, 16) La prima operazione per salire al paradiso celeste è il fissarsi di Beatrice nel Sole; nell'alto Sole, che invano desiano i sapienti del limbo, nel Sole degli angeli.