Nella terza cantica Dante giunge a fissare, per intercessione di Maria, che fu l'ispiratrice del gran viaggio, l'occhio nella Trinità. A un tratto la mente è percossa “da un fulgore in che sua voglia venne„. Poi il suo velle è volto. Da chi? Dall'Amore. La terza cantica è del velle che corrisponde alla terza persona della Trinità: al primo Amore o Spirito Santo. Una tomba che vaneggia, una fonte che gorgoglia, una ruota che gira, sono le tre imagini con le quali si chiudono le tre cantiche, in cui Dante dice: Sum et novi et volo. Egli, per ricorrere ad altra opera del medesimo autor di Dante, est, videt, amat, o viget, lucet, gaudet. Uscito dall'aura morta, est e viget; portato da Lucia alla porta della purgazione e passato attraverso il fuoco della visione, videt e lucet; col suo volere mosso dall'amore pien di letizia, amat e gaudet. Essentia, Scientia (=Sapientia), Amor sono le tre parole di S. Agostino che Dante avrebbe messe come titolo alle sue tre cantiche.[516]
Ma questi tre concetti s'intrecciano nella fantasia di Dante in mirabili modi, che noi appena appena possiamo imaginare. Certo vediamo che il velle e il nosse è con l'esse nella prima cantica, rispondendo forse alla formula agostiniana ultima: Volo esse et scire. La “virtù possente„ per la quale, vinte la dubbiezza e la viltà, entrò dalla porta oscura, e morì e si seppellì, è bene il volere. (Inf. 2, 11) Volle Dante riapplicare al sacramento lustrale, ricevuto da bimbo, la sua volontà. Volle morire, per rinascere, esser sepolto per riveder le stelle (quattro spiccano lucide nel cielo australe), volle esse, e volle scire. Egli si mise nell'alto passo e nell'altro viaggio, con lo studio, con un savio che tutto seppe; e da lui a mano a mano imparava e con lui vedeva e per lui sapeva. Egli dice dunque nella sua prima cantica: Volo esse et scire. E invero nella seconda può dire sum, perchè è risorto o rinato, sciens, perchè dallo studio è stato addotto all'arte e alla sapienza, et volens, perchè donde bevve quell'onda santissima? Da Eunoè, ossia dal buon volere. E non è, l'ascendere di grado in grado, tutto una purificazione, tutto un alleggerimento della volontà, dalle macchie e dai pesi che la tirano giù? sì che all'ultimo, libero dritto e sano è l'arbitrio, e l'uomo è vago di girare e penetrare la divina foresta? e dopo essere stato tuffato nell'oblìo di quei pesi e di quelle macchie, e dopo aver bevuto il supremo ristoro di quel volere, vuole salire alle stelle, essendo puro e disposto; e perciò sale? E lassù di sfera in isfera giunge a quello stato di coscienza divina e perfetta, in cui può dire, Scio esse me et velle, tratto com'è nel moto circolare dallo Spirito Santo che illumina, e che è sol quello che può far sì ch'uomo dica: Scio.
Scio, cioè novi, cioè vidi. La terza cantica è propriamente quella nella quale Dante può dire: Vidi. Tutto il viaggio è di contemplazione; ma le prime due descrivono l'esercizio, contemplativo sì, ma di vita attiva, esercizio che dispone alla contemplativa propriamente detta. La quale è propriamente narrata e descritta nel paradiso, dove, Dante dice; Fui io e vidi; (Par. 1, 5) il che è più solenne del primo: ciò ch'io vidi. (Inf. 2, 8) Più solenne, come si scorge dalla reiterata e raddoppiata invocazione; più solenne, come si scorge dal tacito confronto con le parole sottintese di S. Paolo: Scio hominem in Christo... (sive in corpore nescio, sive extra corpus nescio, Deus scit), raptum huiusmodi usque ad tertium caelum.[517] Dante che nei due primi regni è stato un eroe della vita attiva (un pius vates, se non un guerriero) che ha contemplato, un Enea novello che discende agli inferi e riesce all'Elisio, che entra lì per lamenti feroci e qui per canti, (Pur. 12, 113) come l'Enea antico, (Aen. VI 274 sq. 557, e poi 644, 657) ora è quell'altra persona che nel principio, dubitando, negò di essere: è Paolo, e tutto e perfettamente contemplativo.
E che vide? Cioè, che contemplò? La Trinità a parte a parte, e poi insieme, il Dio uno e trino, per ispirazione della Vergine Madre, sposa dello Spirito Santo. La quale inizia e termina il poema sacro.[518]
[XXXVIII.]
LO VAS D'ELEZIONE
Ripensiamo al Giacobbe, che, con lena affannata quasi per una lotta sostenuta nelle ore antelucane, al passo della selva oscura, zoppicando s'avvia per la piaggia diserta. Quel Giacobbe ormai pensa soltanto quae Dei sunt e in ispirito vola libero al cielo, ed è divenuto Paolo.[519] Egli dopo aver chiesto al buon Apollo di farlo “vaso del suo valore„, (Par. 1, 14,) vaso come Paolo, (Inf. 2, 28; Par. 21, 128) è ratto al terzo cielo, che è quello della visione e corrisponde alla cornice del purgatorio dove è il fuoco che monda la vista; sino al terzo cielo e più su. Egli passa per i sette gradi delle beatitudini preannunziate nel purgatorio... Ma le sfere sono nove, più l'empireo. E già: questo numero nove è anche nell'inferno e nel purgatorio, che hanno un antinferno e un antipurgatorio, diviso in due regioni. Nell'inferno, ignavi del vestibolo o battezzati invano o invano dotati della libertà del volere, la quale essi non usarono per operare; e non battezzati, parvoli e magni, del limbo, che non ebbero il lume senza il quale non si può meritare, ed ebbero, cioè, un difetto originario e radicale che li impedì di vedere o contemplare. Nel purgatorio peccatori resisi a Dio nell'estremo della vita, scomunicati o no: scomunicati, che, per ciò, furono esclusi in vita dal ben meritare, come non avessero avuto battesimo; indugiatori semplici che in vita ebbero inerte il volere sino all'ultimo: gli uni dunque affini a quelli del limbo, gli altri a quelli del vestibolo:[520] in ordine, dunque, inverso, come gli accidiosi del purgatorio stanno in ordine inverso con gli accidiosi dell'inferno; essendo nominati nella quarta cornice primi quelli in vedere, secondi quelli in acquistare, mentre nel quinto cerchio sono tali di cui bontà non fregia la memoria, e nel sesto tali che ebbero e hanno mala luce. Nel paradiso le prime due sfere costituiscono un antiparadiso analogo. Invero nella prima sfera sono quelli in cui volontà s'ammorzò, come nel vestibolo sono tali in cui volontà fu spenta; nella seconda sono quelli, che a ben far poser gl'ingegni, come gli spiriti magni del limbo. Anche: la luna è simbolo che riguarda la vita attiva. Mercurio è stella più luminosa della luna, sebben velata anch'essa un poco; e che è in proporzione del fioco lume che è nel vestibolo e del lume che è nel limbo (lume però che non è lume). Anche: nella sfera della luna vi è sermo sapientae, e in Mercurio sermo scientiae, il che pare accordarsi con la disposizione de' due luoghi dello inferno, perchè nel limbo è manco di sapientia e abbondanza di scientia, mentre nel vestibolo è sì la sapientia infusa col battesimo, e manca ogni scientia, e ogni operazione, quindi, e di vita attiva e di contemplativa. Perchè questo dal pensier di Dante, riesce evidente che senza la sapientia la scientia non è meritoria; ma la sapientia senza la scientia è nulla, è invano. Or nel vestibolo del paradiso, nella stella macchiata e nel pianeta velato, dove godono spiriti in qualche modo difettivi, perchè il loro vóto fu vòto, e la loro vita troppo esclusivamente attiva; in codesto vestibolo è, come ho detto, sermo sapientiae e sermo scientiae. Dante, io credo e vedo, ne' suoi inizi di Paolo, ricorda il versetto del Vas d'elezione: Alii quidem per Spiritum datur sermo sapientiae; alii autem sermo scientiae secundum eumdem spiritum.[521] Invero nella sfera della Luna parla a Dante la Sapienza in persona, Beatrice, e gli parla delle macchie della luna e dell'ordine delle sfere e del ritorno dell'anima alle stelle e della natura del voto: tutta materia speculativa. Nella sfera di Mercurio parla a Dante la Scienza in persona, Giustiniano, il raccoglitore e purgatore delle leggi; e gli parla del corso dell'Aquila Romana e della giustizia: materia di vita attiva o civile o di governo. Sermo sapientiae: il discorso di Beatrice; sermo scientiae: il discorso di Giustiniano.
E qui occorre osservare che, in certa guisa, le prime due cantiche sono in dominio della scientia o dell'arte, e l'ultima e sublime è irraggiata dalla sapientia o contemplazione. Si capisce: nelle prime due cantiche è Virgilio in principio e Matelda infine (l'ultime parole nell'ultimo canto del purgatorio riguardano un'operazione di Matelda e un'ispirazione dell'arte). Beatrice che apparisce quando Virgilio sparisce, illumina e riempie di sè la terza cantica. Si capisce e s'intuisce; ma c'è anche una prova dottrinale d'altro genere. Nell'inferno e nel purgatorio vedemmo le figurazioni dei sacramenti. Ebbene nel libro che Dante studiò sin dall'adolescenza è questa dottrina: “Il sermo scientiae, nella quale scienza sono contenuti tutti i sacramenti, che variano ne' tempi come la luna... quanto differisce da quel candor di sapienza, di cui gode il... dì tanto sono nel principio della notte„.[522] Ora ricordiamo l'opera di Lucia e nell'inferno e nel purgatorio, di Lucia che con la luna ha attinenza; ricordiamo che tutto il tempo passato nell'inferno è una notte rispetto al purgatorio, e tutto il tempo passato nell'inferno e nel purgatorio è di nuovo una notte rispetto al paradiso; ricordiamo, Nox praecessit, dies appropinquavit;[523] ricordiamo infine che il battesimo e la confermazione sono indicati nel passaggio dell'Acheronte e dello Stige; che l'olio santo e l'ordine sacro sono raffigurati alle radici e in vetta del monte santo; che la penitenza e l'eucaristia sono presentati nel tuffo in Letè e nel bere ad Eunoè; e che le nozze purissime e celestiali sono la conclusione di tutti sei: noi potremo dire che Dante ha posto la scientia, nelle prime due cantiche, e la sapientia nell'ultima.[524]
Con Venere cominciano le beatitudini, e si scorgono i singoli spiriti. In Venere è la beatitudine dei mundicordi, ai quali è promessa la visione. In vero la nota dominante è vedere, antivedere, discernere, mostrar la verità; e la stella raggia d'amore. Vi è il dono della sapienza, che consiste nella cognizione della verità; e in essa è definito il conoscere: Dio vede tutto e il tuo veder s'inluia; e Carlo Martello dice a Dante: s'io posso mostrarti un vero.[525] Nel Sole è la beatitudine dei famelici, e il dono dell'intelletto. Vi domina la nota di cibo e convivio. In Marte è la beatitudine dei sizienti, il dono è il consiglio. Vi domina la nota di sete e di liquore.[526] L'intelletto e il consiglio sono per ben giudicare nella via speculativa e nella via pratica. Si paragonino i ragionamenti dei due dottori e quelli di Cacciaguida: si vedrà che differiscono per ciò che l'intelletto differisce dal consiglio.[527] E nel cielo di Giove è la beatitudine promessa a quelli che lugent, e il dono è di fortitudo. C'è invero, nella giovial facella, molto gioviale aggirarsi e volare e cantare, e letizia e piacere. E i beati di tale sfera formano una milizia del cielo.[528] E l'aquila della giustizia è ispirata certo da quella virtù che mancò ai gran regi del brago. In Saturno è la beatitudine dei pacifici. A ciò bisogna ricordare il fatto, che questa è l'ultima delle beatitudini nel Vangelo di Matteo, la quale perciò dai Padri e Dottori fu interpretata in modo analogo a quella dei mundicordi che la precede. S. Agostino, per esempio, dice, a dichiarare il beati pacifici: “Nemo sine pace videt istam visionem„.[529] S. Tomaso pone quest'ultima beatitudine insieme con la penultima e dice che appartengono tutte e due “alla felicità o beatitudine contemplativa„;[530] le dice tutte e due “effetti della vita attiva per i quali l'uomo è disposto alla vita contemplativa„.[531] Ora in Saturno sono i santi contemplativi. Di più v'è il corrispondente dono della scienza per cui s'apprende la verità nelle cose umane. Ed ecco, il discorso di Marco Lombardo si trasforma costassù, nel cielo dei contemplanti, in due invettive che riguardano la vita bensì umana, ma di pastori e di monaci; e Pier Damiano e Benedetto parlano della mondanità e secolarità degli uomini contemplativi.[532] La beatitudine de' misericordi e il dono della pietà sono nel cielo delle stelle fisse. In esso troviamo dunque la pietà nel senso umano e la pietà nel senso divino. Maria in sè riassume l'una e l'altra: in lei misericordia! in lei pietate! O dolci imagini di uccello che cova i suoi nati, di fantolino che tende le braccia inver la mamma, di pecora serrata nella notte fuor dell'ovile! O imagini sublimi di tre apostoli che esaminano intorno alle virtù teologali, e incoronano lassù il bandito, l'esule, il dannato a morte di guaggiù![533] Nel nono cerchio è certo la beatitudine dei pauperes spiritu, e il dono del timor di Dio. In esso si mostrano gli angeli che furono fedeli, e furono, cioè, l'opposto di colui che scende folgoreggiando dal cielo nella prima cornice del purgatorio e che è costretto da tutti i pesi del mondo nella ghiaccia ultima dell'Inferno.[534]
Le beatitudini corrispondono ai doni dello spirito; le une e gli altri alle sette macchie o cicatrici del purgatorio, e perciò ai sette peccati dell'inferno. In paradiso corrispondono ai cieli; dunque ai cieli corrispondono in qualche modo i peccati; e questo modo sarà, è intuitivo, per il contrario. I singoli cieli iniziano, diremo, i movimenti dai quali viene, per il libero arbitrio donato agli uomini, o un male o un bene, che si troveranno perciò in un'opposizione e in una somiglianza tra loro. (Pur. 16, 73)
La cosa è evidentissima per il cielo di Venere, che iniziò certo i movimenti per cui Francesca si danna, per cui Dante attraversa il fuoco purificatore, per cui Carlo Martello, con mondo il cuore e l'occhio, vede. In tutti e tre è l'amore, è l'influsso del bel pianeta ch'ad amar conforta. Ma per gli altri cieli? Rispondo subito che l'astrologia assegnava alle sfere influssi così diversi e contrari, che Dante non aveva che trascegliere, per far sì che da ogni cielo emanasse e un peccato e una virtù, e un castigo e un premio, e un vizio e un dono. E vediamo come egli si comportò.[535]