[231.] L'U. R. pag. 28.

[232.] Dott. E. M. L'autenticità della Quaestio de aqua et terra, Zanichelli 1899. A me non par lecito di dubitar più.

[233.] CRicci, L'U. R. pag. 19 sgg.

[234.] MO. Appendice pag. 159 sgg.

[235.] Per esempio quei di Romena.

[236.] Vedi in CRicci, L'U. R. pag. 39.

[237.] Prima di tutto mi sia permesso dire una sciocchezza: quel pane sapeva, appunto, di sale, se già d'allora i romagnoli salavano il lor pane, come ora, giovandosi, specialmente a Ravenna, la cui aquila vi stendeva i suoi vanni, del molto sale di Cervia. E un'altra sciocchezza. Nell'ecloga si accenna, da Fiorentino a Fiorentino, alla comune mala coenula di farro, in cui Melibeo, ossia ser Dino, deve imparare a ficcare i denti duris crustis. Spiaceva ai due fiorentini il pane, quale s'usa fare anche oggi in Romagna, con la crosta scrosciante sotto i denti? Oltre il sale, anche la solida fattura e vigorosa cottura, spiaceva ai due fiorentini? Solito vezzo degli esuli o spatriati dissimulare col mal di stomaco, il mal di cuore! “Non sanno fare nemmeno il pane!„ E colui che c'è da più tempo, Dante, scherza amaramente, invitandolo ad assuefarsi e rassegnarsi, con l'altro che c'è capitato di fresco. E anche questo è un po' di riprova che Dante, nel 1319, era da tempo in Ravenna.

Ma in che qualità? Di lettore nello studio, afferma il Ricci. (U. R. pag. 78) Nega il Novati. (op. cit. 7 sgg.) A me par certo che non fosse là in tal condizione da essere obbligato a Guido Novello, come fu ai Malaspina e sperò d'essere agli Scaligeri, e da poter o dover dire di ricevere da lui un beneficio. Faceva là, e n'era modicamente retribuito, qualcosa che avrebbe mutato con qualcos'altro. Egli mal soffriva di mangiar quel pane duro e di quell'aver che fare, come Melibeo, con le capellae di Ravenna; e sperava in Can Grande. Quelli che suppongono in Dante tal brama di “convento„ per potere insegnare, contradicono a ciò che mostra di noia e di malumore per dovere insegnare. Perchè, le capellae che cosa sono se non scolares? e come, di Melibeo solo scolares, se le rassegnavano tutti e due insieme, Melibeo e Titiro, e tutti e due aspettava al fin della giornata l'istessa mala coenula di farro, cotta nella medesima capanna? e come, se quel di Guido aveva a chiamarsi un vero beneficio di signor magnifico, come, come non avrebbe Dante consegnato a noi, dal poema sacro, il nome di Guido Novello, come consegnò quelli dei Malaspina e degli Scaligeri? Dante era a Ravenna maestro, non molto alto, da appagarsene in sè, non troppo basso, che il povero Ser Dino non fosse più basso di lui. Lavorava, per campare, Dante a Ravenna. E io ringrazio il Podestà della mia sacra Ravenna d'aver offerto a Dante Alighieri, esule immeritevole, il pane, quanto duro e salato che fosse, piuttosto della scuola che della corte.

Tu sei dei nostri, o padre nostro!

[238.] Leggi la mirabile descrizione che ha della Pineta il Ricci nel libro tante volte citato: pag. 114 sgg.