[269.] Vel. pag. 20 sgg.
[270.] Pianta è dunque usata in Pur. 18, 54. Tallo e ramo in Co. 4, 8 e 21.
[271.] Summa, 3a 69, 5.
[272.] Ognun vede come l'opposto della selva oscura sia la divina foresta, dove Dante trova la scienza e arte personificata in Matelda, se scienza e arte formano un concetto solo in due parole; oppure l'arte in Matelda, e la scienza o sapienza in Beatrice, se quivi, come altrove. Dante ha usato scienza come astratto di sapere. Vedi a pag. 77, nota.
[273.] Aur. Aug. Contra Iul. Pel. IV, 12, parlando di Cicerone: “Egli non sapeva come fosse sui figli di Adamo un grave giogo... perchè... ignorava il peccato originale„. Id. ib. 83: “l'evidenza di questa miseria spinse i filosofi gentili che non sapevano o non credevano al peccato originale, a dire etc.„ L'espressione “grave giogo„ è dell'Eccl. I 40. E l'uso della parola miseria, nel senso esatto di conseguenza dell'umana colpa, non avrebbe avuto bisogno d'esemplificazione.
[274.] Non sarà male che quelli che disputano sull'autenticità dell'epistola a Cane, mettano sulla bilancia anche questo importantissimo argomento. Qualche cosa di simile a questo concetto, de' due termini estremi della Comedia, miseria e felicità, è, si può dire, in tutti i commentatori. I quali peraltro aggiungono qualche cosa, corrompendo l'esattezza del concetto. Per es. il Da Buti così dichiara il fine del poema: “arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseria del vizio alla felicità della virtù„. Come, prima, il Laneo: “rimovere le persone che sono al mondo dal vivere misero ed in peccato, e perducerli a vertuoso e grazioso stato„. E anche: “rimuovere li uomini dalli peccati... ed inducerli nelle vertute etc.„ Con le due semplici parole dell'ep. a Cane sarebbero venuti, gl'interpreti antichi e moderni, agevolmente all'interpretazione verace della selva oscura, che invece dichiarano come vita viziosa, peccaminosa etc. sbagliando a bel principio e radicalmente tutto il comento.
[275.] Si può, sull'ignoranza e difficoltà originali, meditare, tra molti e vulgatissimi, questo passo di S. Bernardo, Op. I 966: “Si, siam figli d'ignoranza, d'ignavia, di servitù, e abbiamo conseguita sapienza, virtù, redenzione (libertà). L'ignoranza della donna sedotta ci aveva acciecati; la debolezza dell'uomo traviato e allettato dalla propria concupiscenza, ci aveva snervati; la malizia del diavolo ci aveva asserviti, esposti giustamente da Dio. Così dunque nasciamo tutti, prima al tutto ignari della via, della città, dell'albergo; poi deboli e ignavi sì, che sebbene ci sia nota la via della vita, siamo impediti e rattenuti dalla nostra propria inerzia; all'ultimo servi sotto il peggiore e più crudel dei tiranni etc.„. Tutto ciò è miseria. Il passo è del primo sermone in purific. B. Mariae dove è l'espr. di S. Giovanni (1, 5), della luce cui le tenebre non compresero.
[276.] Questa miseria involve, sì, tutte le miserie, e questo peccato, tutti i peccati. Ma il lettore comprende: un parvolo innocente morto avanti il battesimo non è un malvagio!
[277.] Vedi in Aur. Aug. Op. XIII 1103, 1224; spec. 774 (contra Iul. Pel. IX 83): “Ecce circumstat sensus tuos miseria generis humani... parvulos intuere, quot et quanta mala patiantur, in quibus vanitatibus, cruciatibus, erroribus, terroribus crescant. Deinde iam grandes, etiam Deo servientes tentat error, ut decipiat, tentat labor aut dolor, ut frangat, tentat libido, ut accendat, tentat maeror, ut sternat, tentat typhus, ut extollat. Et quis explicet omnia festinanter, quibus gravatur iugum super filios Adam?„
[278.] Aur. Aug. Op. IX 718 (De civ. D. XIX 4, 2). Notevole che in questo passo si legge: “impetus porro vel actionis appetitus, si hoc modo recte latine appellatur ea quam Graeci vocant hormen...„ che può essere stato fonte del Co. 4, 21: “l'appetito dell'animo, il quale in Greco è chiamato hormen„.