[259.] Il caro e bravo NVaccalluzzo nella recensione del Vel. (Rassegna critica della L. A. di Percopo, pag. 65-84) nota: “Io credo con... (un altro, un'autorità) che il sistema del Casella, con alcune mutazioni, possa ancora sostenersi, specialmente con l'inversione fatta dal Pascoli„. Vedo da queste parole la via per la quale le mie dichiarazioni passeranno nella scienza dantesca: passeranno come mutazioni, magari lievissime, di nessun conto e merito, di sistemi altrui. E sia. Morirò anch'io; e a me morto si renderà quella giustizia che, ora a confronto d'un morto, a me vivo si rende così scarsa. Del resto, passeranno, passeranno. Non ne dubiti l'egregio amico; che conclude: “Ma chi sa? anche qui si finirà col tornare agli antichi!„ Sulla spiegazione del Casella rispetto alla mia, scrissi nel Marzocco del 20 gennaio 1901 e in un num. seg. Così in n. precedenti, del 7, 14, 28 ottobre del 1900, avevo trattato del Disdegno di Guido e del Dolce stil nuovo.
[260.] La selva è d'origine Virgiliana, come vedremo. Dante trova il suo vates, come Enea la sua dea, in un bosco o selva. (Aen. VI 13, 118) Dante va all'inferno per un cammino alto e silvestro. Così Enea. (ib. 131, 257, 271). Inoltre in una selva Enea trova il ramo d'oro, per il quale può scendere e uscire; itur in antiquam silvam stabula alta ferarum. (ib. 179) Ecco le fiere di Dante! E secondo il modello dovrebbero esser nel folto e nel fondo.
[261.] In Summa 1a 2ae 82, 1.
[262.] Vel. pag. 67.
[263.] Vedi Aur. Aug. de libero arbitrio, lib. III, passim. Dante riconosce negli spiriti magni l'esercizio delle quattro virtù morali, il ben fare; quindi non riconosce in loro questa difficultas, la quale è in supremo grado negli ignavi del vestibolo. Ma con le parole “non per far ma per non fare„ messe in bocca a Virgilio, sana quel non so che d'eretico che sarebbe nell'affermazione sua, che i grandi uomini non cristiani potessero essere esenti di questa necessaria conseguenza dell'umana colpa. E tuttavia non fare può (e Dante volle che potesse) interpretarsi, come vedo interpretare, per “non vedere„. Darò di qui a poco l'interpretazione esatta del pensiero di Dante.
[264.] Summa 3a 65, 1; 67, 1; 69, 5.
[265.] Vel. 174 sgg. Summa 2a 2ae 50, 1 et al. 2a 2ae 58, 6 et al.
[266.] Vedi tutto il libro primo, spec. il cap. 7, in cui parla della prudentia, che egli chiama res intellectualis, che è nel singolo uomo regulatrix et rectrix omnium aliarum (cfr. Summa 2a 2ae 166, 2, e Co. 4, 19: “Aristotile denumera quella (la prudenza) intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù„).
[267.] Vel. La selva oscura. Vedi anche in questo volume a pag. 38 e sgg. La concezione giovanile sta un po' a disagio nel poema dell'età matura: pag. 59.
[268.] Ognun vede qui delinearsi l'imagine degli sciaurati nell'atrio dell'inferno: imagine che è la traduzione visibile di questo concetto.