[457.] Potrebbe alcuno metter fuori la virtù della mansuetudine, alla quale sono opposti i vizi contrari tra loro dell'ira e della “troppa pazienza contra li nostri mali esteriori„. (Co. 4, 17) Ammettendo che qualche nota e dell'ira e della pazienza si trovi nei mobili e immobili dello Stige, vediamo peraltro che la virtù loro opposta è la fortezza umana di Dante e Virgilio, e la magnanimità, o fortezza eroica, del Messo del cielo; non davvero la mansuetudine degli uni o dell'altro. E se la mansuetudine non è la virtù loro, non sarà l'ira propriamente il vizio delle “rane„ loro opposte.
[458.] Rimando al molto che ne scrissi in MO e Vel. Si continuerà a ripetere uggiosamente, cui vinse l'ira, l'ira, l'ira? Buon prò lor faccia. Studiamo piuttosto perchè Dante abbia usata quella parola fuorviatrice. Sì: per nascondersi, per far prova dell'acume del lettore; ma anche perchè qui volle fare un trattato dell'ira passione, che è sprone di fortezza e magnanimità, se è retta; e causa di tronfiezza e pusillanimità, se non è o è vana. E qui mal invischia e nel primo cerchietto mal immolla.
[459.] MO. pag. 84. Summa 1a 2ae 73, 5 et al.
[460.] Vel. pag. 259 Ar. Eth. VII 6, 9.
[461.] Summa 1a 63, 2: Utrum in angelis possit esse tantum peccatum superbiae et invidiae.
[462.] ib.
[463.] ib.
[464.] Vel. pag. 343 e passim.
[465.] Vel. pag. 377.
[466.] Uno dei soliti accorgimenti di Dante: Caifas sebbene non reo d'apostasia e di tradimento e di superbia (per lui Gesù era homo) lo fa pur calpestare, per la somiglianza, che so io? dell'effetto se non dell'intenzione. Il passo del calcagno è in Ev. sec. Ioann. III 18: “chi mangia il pane con me, leverà contro me il suo calcagno„ Cfr. Psalm. XL 10.