erano usate di portar letizia
alle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore; eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)
Levava gli occhi miei bagnati in pianti,
e vedea (che parean pioggia di manna),
li angeli che tornavan suso in cielo,
ed una nuvoletta avean davanti...
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Lo imaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta;
············
ed avea seco umilità verace,
che parea che dicesse: Io sono in pace.
Io divenia nel dolor sì umile...
In questa: (c. 3)
ed è sì gloriosa in loco degno.
Chi no la piange, quando ne ragiona
core ha di pietra...
Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia. Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio, dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato, ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in cui era incarnata la speranza e la sapienza; e comincia una “nova materia„. (VN. 30)
La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice: Quomodo sedet sola„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone, che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le quali e' dicesse come gli parea essere disposto a la sua (cioè della donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27) Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza, che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza “che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna. L'argomento è sempre un mentis excessus, come nella canzone seconda. Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la canzone, Morte poich'io non truovo (Ca. c. 5), nella infermità mortale della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrisse, a li principi de la terra alquanto de la sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia: Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium. Tale epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimento suo non fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa vedere, a parer mio, insieme con la canzone terza Li occhi dolenti, che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due il suo proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di contemplazion di Dio e di sapienza.
In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che scriveva?
Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto probabile che ad un libro della Bibbia, al Liber Sapientiae, già s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67] E leggiamo ora in quel libro. “Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che la bramano, sì ch'ella si mostra loro per prima. Chi dal far del giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68] È ben possibile che da questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta sapienza. Egli racconta d'averne avuto il saluto la prima volta mentre ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna volta “alcun che degno era di veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s. 11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chi prima la vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere significa essere o essere per essere sapienti.[69] E non s'intende che Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esser lui laudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale, che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.
Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza, che andava per le vie, e si mostrava per prima o era prima veduta da quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gente hilariter, cioè così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era rimasta vedova la città. Non è possibile si tratti d'altro, perchè quali sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole, affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91) Diligite iustitiam qui iudicatis terram.