Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64] È indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace, servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltanto che questi non si diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto, indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno, di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando si voglia e da chi si voglia. E poi, forse! poi, non del tutto! Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai dicendo, vuol dire avere studiato storia, mitologia, filosofia, teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso e ritenuto.[65]

Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già; possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli stesso, che non comincia d'allora!

vagliami il lungo studio e il grande amore
che m'han fatto cercar lo tuo volume!

Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il verace intendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con parole sue proprie.

Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò, vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè. Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante, quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra due volte. La prima: “Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo, la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la prima Incipit Vita Nova, la seconda, le rime nuove o la lauda della gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta. Quomodo sedet sola... Dante aveva concepita la terza canzone delle rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va riferito, se mai, il consiglio di Guido; e non al primo principio del libello. Quomodo sedet sola civitas... E aggiunge: “E questo dico, acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra, quasi come entrata de la nova materia che appresso viene„. Questa nova materia comincia alla morte della gentilissima.

[IX.]
BEATRICE BEATA

Bice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia... di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN. 22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrare veracemente alla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì? specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento, che alcuni trovano così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66] mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade, come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata, distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliava l'excessus mentis alla morte, e in cui non parlava più con la sua donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire, scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenze sono sempre dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.

Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta? Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato volentieri di lei mentre era viva,

e dicerà di lei piangendo, pui
che sì n'è gita in ciel subitamente.
(VN. 31 c. 3)

Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne, parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa era coverta del velo funebre, quelle canzoni