ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno, l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto, quando noi possiamo usarne.

Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze, ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice; ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse: un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il libello della Vita Nova, circola[61] questa frase del libro della Sapienza: “Puer... eram ingeniosus et sortitus sum animam bonam„; frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).

Questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.

In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva: che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'arte; fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e con arte (Pur. 9, 125; 27, 130); dice: La gente con ingegno ed arte acquista. (Par. 14, 117) Facilmente questa parola, arte, avrebbe egli detta, come quegli che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi, quello scientiarum. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale svolgimento, sì che a dir l'uno si dice anche l'altro; e noi non crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca gli eccellenti ingenio et scientia, e che gli ottimi concetti non possono essere se non dove è scientia et ingenium, e che l'ottima loquela non conviene se non a quelli in cui è ingenium et scientia (VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parola scientia sia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo, quella; sia che scientia crediamo stia qui per arte, come parrebbe dal raffronto con la locuzione casu magis quam arte (VE. 2, 4, 1), sia che valga per scientiae, come supporrebbesi col raffronto a arte scientiaque immunes (ib. 7). La frase excellentes ingenio et scientia, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè sapienza)„;[62] “quello studio e quella affezione che suole precedere negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).

Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf. X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse vedere s'altri era col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo; intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che l'alto ingegno (che riconosce a sè e riconosce al primo amico suo) non basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno; o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria, nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par. 18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso, ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si dice, ricapitolando, in questo ultimo passo, l'arte e la scienza. E Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante aggiunge: Mi mena per il cieco carcere quell'Ombra che attende là. Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del Convivio 3, 12) “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienza„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno “che onora ogni scienza ed arte„. E Dante conclude:

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84) “Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non, ebbe; quell'ebbe che non sta con alcun'altra interpretazione. L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come, sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o studio; ossia è seguace delle parole di codestui, che attende là: se non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„ non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]

Così Dante non dice di Guido filosofo e autore d'una nobile canzone filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche: (VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece: Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità. Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la ragione; come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di Virgilio: (Pur. 18, 46)

Quanto ragion qui vede
dirti poss'io, da indi in là t'aspetta
pure a Beatrice ch'è opra di fede.

Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un viaggio di contemplazione, con la sua altezza d'ingegno, e che la contemplazione è di Dio.