E diciamo dunque che il dolce stil nuovo di che udiva Bonagiunta, consiste nel fatto che le penne andavano strette diretro a un dettatore che si chiama studio; studio dell'arte. E lo studio dell'arte per Dante consisteva nell'intento d'imitare il più da presso possibile i poeti grandi cioè regolari. E tale studio gli diede la potenza, riconosciutagli subito dal buon lucchese, di significare a quel modo che l'Amore dettava. Dante viene a dire che in lui “forma... s'accorda... all'intenzion dell'arte„, perchè non è sorda, “a risponder la materia„. (Par. 1, 127) E ciò ottenne per quel lungo studio e grande amore, che è adombrato in Virgilio studio e amore. Questa sublime facoltà di scrivere, poetando, come sotto dettatura, è espressa per tutte le due prime cantiche della Comedia in altro modo: con andare insieme a Virgilio e udirne di presenza le parole e notarle. Ma con questa facoltà, diremo, stilistica, nelle parole a Bonagiunta egli indica, ripeto, un altro effetto della sua imitazione prossima de' poeti grandi. Nella sua invettiva giovanile contro i rimatori stolti, parla d'un verace intendimento che ha da essere sotto la bella vesta di figure o colore, e d'un ragionamento che ha a giustificare un tal uso; e nel suo trattato teorico non disgiunge mai dall'arte le scienze, cioè la filosofia. La frase “quando Amore spira noto„ vale a indicare, mi sembra, codesto scientiarum habitus, codest'abito filosofico, che è appunto un consueto spirare dell'amore di sapienza, cioè filosofia. Al che gioverà meditare questo passo: “Per amore io intendo lo studio il quale io metteva per acquistare l'amore di questa donna (la sapienzia o filosofia)... È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia; e un altro studio, il quale nell'abito acquistato adopera, usando quello: e questo primo è quello, ch'io chiamo qui Amore, il quale nella mia mente informava continue nuove e altissime considerazioni di questa donna (quella primaia scienza che è vera filosofia in suo essere — 2)„. (Co, 3, 12) Sì, questo informare di continue, nuove e altissime considerazioni nella mente è quello che Dante chiama spirar d'amore. E insomma nel suo terzetto Dante dice a Bonagiunta: Lo studio che mi mena all'abito delle scienze, cioè della filosofia, e all'abito dell'arte, mi fornisce “continue, nuove e altissime„ considerazioni, e mi dà la facoltà d'esprimerle. Questo, s'intenda, aiutato da un po' d'ingegno...

[VIII.]
GUIDO E IL SUO DISDEGNO

Ma no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è possibile poetare “sine strenuitate ingenii et artis assiduitate scientiarumque habitu„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo riconosce e lo dice alto; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'egli avea, e un poco di suo ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„. L'arte di gramatica e un poco d'ingegno, allora; ora l'abito delle scienze e l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia (che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben consideri, dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota, se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40): “Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno... m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta, cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “arte scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes„ si buttano ai grandi soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)

o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!

o Muse, cioè, “tu, o scienza medesima del poeta„. (VN. 25) Dunque scienza del poeta o arte poetica, e ingegno. E a capo della seconda cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:

O sante Muse, poichè vostro sono:

come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine, della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha l'intelletto che “si profonda„,[59] e oltre le Muse dell'un giogo di Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque, ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di Beatrice: (Par. 5, 40).

Apri la mente a quel ch'io ti paleso,
e fermalvi entro, chè non fa scienza,
senza lo ritenere, aver inteso.

Or come le cose che Dante nella sua visione vide e udì, appartengono tutte ora all'una ora all'altre di quelle scientiae che sono le membra della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì, è tutt'uno con quello scientiarum habitus che con l'ingegno strenuo e con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto. (VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co. 3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma ritenere.[60] E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso (Par. 10, 43)

perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,