In primo luogo osserviamo che nelle parole di Bonagiunta è sottinteso che quel nodo essi avrebbero potuto scioglierlo, cioè correggersi di quel difetto. “Issa vegg'io!„ dice egli intendendo: “Troppo tardi! l'avessi saputo prima!„. E dunque egli dice che, se fosse stato vivo, si sarebbe procurato un amor vero qualunque, che, si nota quando spira, e allora si significa bene? Non pare che egli dica così. E vediamo come intende il Giuliani. Egli commenta questo passo: “Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sè stessa mossa, e disse Donne che avete intelletto d'amore„; che è appunto il verso ricordato da Bonagiunta. E il Giuliani dice: “Dante qui nota l'ispirazione d'amore; poscia sovr'essa pensando, ecco che dopo alquanti dì Amore gli detta di nuovo in cuore ed egli, secondo che ode, scrive„. (VN 19). Ora in verità Dante non dice che il seguito glielo dettasse Amore; sì, che “pensando alquanti dì, cominciò una canzone con questo cominciamento„.[56] Bene: dunque Bonagiunta intende che, se avesse voluto, si sarebbe potuto fornire di tale spirazione, che fa che la lingua di per sè mossa parli? di tale spirazione, che non solo aveva quel frate suo ch'egli vede là nel purgatorio, ma anche altri cui appartenevano quelle penne andanti diretro al dittatore? Non pare. So bene che ci si può ragionar sopra e frullare attorno con le parole; ma è come nel più delle particolari questioni dantesche: ci vuole qualche dato nuovo! Senz'esso, si può ottenere il consenso di questo o quello a qualche suo ritrovato; ma la verità non risplende: si ottiene per qualche tempo un po' di silenzio; ma poi si ricomincia a chiacchierare.

E qui c'è il dato nuovo. Amore nella Comedia è personificato in Virgilio, che è studio cioè amore, che è studio e amore; studio, più in particolare, in quanto conduce all'arte, cioè a Matelda, amore, più specialmente in quanto conduce alla sapienza, cioè a Beatrice. Ora qui, dove il poeta dice “quando Amore spira„, si ha a intendere appunto di quell'amore che è anche studio, e che è raffigurato nell'Ombra che ode i ragionamenti de' due rimatori. E allora quale è il concetto di Dante? Questo. Bonagiunta: “Sei tu quello che uscisti fuori con quella tal novità di rime, cominciando da quella tal canzone?„ Dante: “Sì: l'amore della sapienza e lo studio dell'arte mi posero in grado di compiere tali novità; novità nella sostanza, che è filosofica, novità nella forma, che è adeguata alla sostanza„. Bonagiunta: “Ora vedo l'impaccio che legava le nostre penne: ci mancava appunto quell'amor di sapienza e quello studio d'arte!„. Dante avrebbe potuto dire: “Ho uno, io, che mi detta: colui che attende là„; e Bonagiunta avrebbe potuto dire: “Ora vedo: bisognava ci procurassimo anche noi, un tal dittatore!„; e l'uno e l'altro avrebbero espresso il medesimo concetto che con quelle parole che invece usarono.

Il qual concetto Dante esprime anche altrove. A proposito appunto della personificazione d'Amore che non è corpo, eppure egli pone che rida e parli, dice: “Conciosiacosachè a' poeti sia conceduta maggiore licenza di parlare che alli prosaici dicitori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole, che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari: onde se alcuna figura o colore rettorico è conceduto alli poeti, conceduto è a' rimatori... E acciocchè non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che nè li poeti parlavano così senza ragione, nè que' che rimano deono parlare così, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono; perocchè grande vergogna sarebbe a colui, che rimasse cosa sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa ch'avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente„. (VN. 25) Ho già osservato che non si tratta di poveri rimatori che dicendo “la terra ride„ cioè facendo una metafora; o “la mia donna è un'angiola„ cioè facendo un'iperbole; o “Amore m'ha detto„, cioè facendo una personificazione; non sapessero poi spiegare che la terra non ride, ma fiorisce, e che la donna non è un'angiola, ma una femina bella e pura, e che non c'è una persona di nome Amore, che abbia parlato, sì un sentimento chiamato amore, che ha commosso.[57] Si tratta di rimatori stolti, che adoperano tal veste di figura o di colore rettorico, per coprire un bel nulla; chè i dicitori per rima sono pur poeti, sebben volgari, e devono avere, come quelli hanno, un verace intendimento sotto la loro veste poetica. Or dunque che cosa non hanno questi che così rimano stoltamente, che Dante e il suo primo amico hanno? L'intendimento che è altro dalla vesta, la quale sebbene assomigli, in alcuna figura e colore retorico, a quella dei letterati poeti, deve tuttavia essere di una sola foggia sempre, poichè non è lecito rimare sopra altra materia che amorosa: un intendimento, insomma, filosofico. L'intendimento che il Poeta teme d'avere a troppi comunicato, della prima canzone, chi crederà sia non altro che il senso letterale? (VN. 19). È possibile che un autore invidii questo al suo lettore? Il dubbio che il Poeta non stima a sè bene di dichiarare nel settimo sonetto, chi crederà sia intorno a interpretare Amore che uccide come amore che fa morire? (14) L'intendimento è là nel far della donna la spes quae videtur, e qua il dubbio è intorno all'excessus che dà la visione. Quanto poi ciò consuoni col fatto di Guido, suo primo amico, che fece la canzone Donna mi prega, ognun vede. E dunque questo biasimo ai rimatori stolti, è il medesimo nodo che ritenne il Notaro e Guittone e Bonagiunta; nodo che veniva da non avere per dettatore, essi pur poeti d'amore, l'Amore della sapienza, cioè la filosofia.

E altrove Dante parla dei rimatori volgari in confronto ai poeti antichi. (VE. 2, 4) Il pensiero di Dante s'è sviluppato, e noi lo vediam meglio ma non lo troviamo dissimile. I rimatori volgari egli chiama poeti, e dice “ben a ragione, se rettamente consideriamo la poesia, la quale null'altro è che una finzione retorica musicamente composta„. E aggiunge: “Differiscono tuttavia dai poeti grandi cioè regolari, in quanto che i grandi poetarono con stile (sermone) e arte regolare; e questi qui invece a caso, come dicemmo„. Aveva detto invero, a proposito del modo delle canzoni, il quale molti a caso piuttosto che con arte sembrano usare, che egli vuol aprire il magistero dell'arte di quel modo che fino allora era stato assunto casualmente; nel che si vede che quando scriveva il trattato dell'eloquenza volgare negava il cosciente modo dell'arte al primo suo amico della Vita Nova. Nel fatto dovendo recare esempi di rimatori che avessero trattato in volgare dei soli tre grandi argomenti propri del volgare illustre, Salus Venus Virtus, trova di illustri uomini che avessero cantato l'amore e la rettitudine, cioè la direzione della volontà, non Guido dei primi, ma Cino, non Guido dei secondi, ma sè; per l'armi, nessuno. Guido dunque è taciuto come poeta sì d'amore e sì di filosofia morale: chè non più come nella Vita Nova Dante afferma che il rimatore volgare non deve cantare se non d'amore; anzi a lui propone tre soggetti, sebbene il suo esempio di canzone materiata di rettitudine non contradica del tutto la teorica giovanile, trattando ella di directio voluntatis quanto si voglia, ma essendo diretta a donne innamorate. Diremo ch'ella di quella teorica serba alcuna traccia.

Continuando il discorso sui poeti grandi e poeti volgari, Dante proclama: “Pertanto accade che quanto quei (grandi) più da vicino imitiamo, tanto più rettamente poetiamo. Di che noi, dando opera all'opera della dottrina, dobbiamo emulare le loro dottrine poetiche. Sicchè avanti tutto diciamo che ognuno deve ai propri omeri agguagliare il peso della materia, non per avventura la virtù degli omeri essendo troppo aggravata, sia di mestieri sdrucciolar nel fango„. Dunque, come poi spiega, quando s'hanno a cantare Salute, Amore e Virtù, bisogna adoperare il volgare illustre e lo stilo tragico. Ciò, a imitazione dei poetae magni, e con lo studio delle loro dottrine poetiche. Or egli in questo libro reca ad esempio tipico della canzone, che è appunto una tragica coniugatio di stanze uguali, la stessa canzone che Bonagiunta ricorda: Donne che avete intelletto d'amore. (VE. 2, 8) Dunque implicitamente ammette che in essa canzone giovanile era appunto quella conoscenza e coscienza dell'arte, quella imitazione dei poeti grandi o regolari, quell'emulazione delle loro dottrine poetiche, che ha detto richiedersi a quelli che rimano in volgare. O sarebbe ella nella Comedia invece l'esempio di poesia fatta, così, senza meditazione, con estemporale facilità? Oh! nella Vita Nova afferma ben egli che il cominciamento lo pronunziò la lingua di per sè mossa, ma aggiunge che esso durò “pensando alquanti dì„ prima di cominciarla con quel cominciamento. Ora se quel pensare alquanti dì prima di cominciarla, vuol dire significarla a dettatura d'Amore (se mai, codesta dettatura cominciò quand'egli cominciava a scrivere), ebbene dobbiamo credere che quest'Amore che detta sia appunto lo studio; quello studio che è amore, quell'amore che è studio.

Ma leggiamo ancora: “Badi adunque ognuno e discerna ciò che diciamo; e quando questi tre argomenti puramente intende cantare o quelli altri che a questi tre direttamente e puramente seguono, prima beva all'Elicona, tenda le corde, e prenda sicuramente il plettro e cominci a moverlo„. Che vuol dire “bere all'Elicona„? forse quell'ispirazione inconsapevole che mosse la lingua a pronunziare il cominciamento di quella canzone? Vediamo.

O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
ragion mi sprona ch'io mercè ne chiami.

Or convien ch'Elicona per me versi
ed Urania m'aiuti col suo coro,
forti cose a pensar, mettere in versi.
(Pur. 29, 37)

Il poeta domanda alle Muse che gli concedano dell'acqua che da quel monte scaturisce, ossia la potenza di pensare e mettere in versi cose forti cioè difficili. E le Muse invita a concedergli tale potenza, per quelle fami e quei freddi e vigilie che sofferse per loro: per quel molto soffrire e fare e sudare e gelare e il resto, oraziani. Si tratta dunque di studio e di meditazione, d'arte e di scienza, chè quest'ultima parola “scienza„ è appunto dichiarata dal poeta uguale a Musa: (VN. 25) “Per Orazio parla l'uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona... Dic mihi, Musa, virum„. Dunque, in quella sua canzone augurale, Dante bevve all'Elicona, non quando la lingua da sè parlò, ma quando pensò alquanti dì prima di cominciarla. E leggiamo ancora: “Ma badare e discernere a quel modo che si deve, hoc opus et labor est, poichè non mai, senza valentia di ingegno e assiduità d'arte e abito delle scienze (le quali sono tutte membra di sapienza — Co. 3, 11), è ciò possibile. E tali sono quelli che il Poeta, nel sesto delle Eneidi, chiama diletti di Dio e dall'ardente virtù sublimati all'etere, e figli degli Dei, sebbene e' parli figuratamente. E perciò confessino la loro stoltezza (tornano in volta quelli che rimano stoltamente) coloro che immuni d'arte e scienza (la quale richiama le scienze di più su ed equivale perciò a sapienza), confidando nell'ingegno solo, prorompono a cantare di tali altissimi soggetti nell'altissimo stile (summe summa); e desistano da tanta prosunzione; e se sono oche per loro naturale ignavia, non vogliano imitare l'aquila che va alle stelle„.

Oh! l'aquila astripeta è l'ingegno sì, ma che s'unisce all'arte e alle scienze! Pensiamo: Pindaro[58] figurava il poeta grande nell'aquila che non va come i corvi predando terra terra nei solchi un facile cibo; Dante lo figura, anch'esso nell'aquila che vola verso le stelle, e a lei oppone un altro animale che ama gli stagni se non i solchi. Ebbene quest'animale, che è l'oca, è a rappresentare coloro che non hanno arte e scienza, cioè confidano nel solo ingegno. Può parere che le due aquile abbiano molto differente natura; può parere che l'aquila di Dante si levi tant'alto in virtù del cibo che amavano i corvi di Pindaro, e che l'aquila Dircea diventi, nel pensier di Dante, un'oca italica. Può parere e non è: Dante s'è incontrato, senza saperlo, con Pindaro; perchè ciò che leva agli astri la sua aquila è l'ingegno che studia e ama, ossia l'ingegno che è ingegno. L'ingegno delle oche non è che un vano starnazzare, un pesante desiderio di levità, un alzare verso le stelle il solo collo, che è lungo sì, ma non arriva alle stelle.