E ne sèguita un corollario. La donna gentile è, molto facilmente, inventata. In vero come è probabile, se pure è possibile, che nella vita di Dante avessero luogo due fatti così simili ed uguali? Nel mezzo della sua adolescenza, ha il saluto e poi la visione d'una giovinetta, e l'ama; ma dopo qualche tempo prende per difesa un'altra donna e poi per ischermo un'altra ancora, ossia ama, d'amor non nobile, altre; e così perde il saluto di quella, e si pente, e rinunzia a tali simulacri d'amore, e si prepara a trattare la nova e più alta materia della loda. Al fine della sua adolescenza, muore la sua donna, ossia diventa più bella, anima bella, e più degna d'amore; ed egli s'innamora d'un'altra donna, e si dice perciò vile e incostante; che poi si pente e poi si prepara a più degnamente trattare della donna morta e amata. Da questo fine poetico e filosofico, è molto probabile sia stata determinata l'introduzione della donna gentile, poichè quel primo duplice episodio non poteva valer più; c'era di mezzo il primo pentimento e poi la morte vera della gentilissima. E così riprendendo, con altra forma, il medesimo concetto, e lasciando a mezzo le rime nove interrotte da quella morte, crea questo nuovo smarrimento o traviamento. E si veda con quanto identico sentimento e fine. Egli vuol trattare dell'inganno che subisce l'anima fanciulletta nella sua adolescenza, quando il tallo ha da essere “bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine„, se no, “poco vale la sementa„ (Co. 4, 21); dell'inganno; e così, nel primo caso è Amore stesso che consiglia e approva i simulacri o false imagini, nel secondo, oh! è così pietosa la donna gentile, e si faceva d'un color pallido “quasi come d'amore„, (36) ed egli si ricordava della sua nobilissima donna “che di simile colore si mostrava tuttavia„, (VN. 36) e dicea tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„, (35) e per quanto se ne crucciasse molte volte nel suo cuore e se ne avesse per vile assai (37), pure pensava di lei: “Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, e apparita forse per volontà d'Amore, acciò che la mia vita si riposi„! (36)

Un inganno anch'esso d'amore, o del cuore o dell'animo o dell'hormen o dell'appettito sensitivo. Ma la donna, che serve a Dante per preparare la favola di questo dramma filosofico, è così vana parvenza, che nel Convivio Dante la dichiara un simbolo; (Co. 2, 13) nella Comedia Beatrice non ne parla, come avrebbe dovuto, o se ne parla, non ne parla come avrebbe dovuto, in particolare; bensì, se mai, l'accomuna con le altre vanità che hanno sì breve uso. (Purg. 30, 31)

[XI.]
LA VITA NOVA

I due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni dopo la nascita; perchè il libro della memoria “dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice: Incipit vita nova. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole, vita nova: (Pur. 30, 115)

questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.

La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.

E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante (dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„, mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cui primo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72] Or questo tallo s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come “alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata di sua gioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamar nova, come in latino novum si aggiunge a ver, e in volgare si dice di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„. Nova dunque questa vita, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno, gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto, non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la “perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4, 26) Insomma nell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è bell'e fatto. Dunque Dante dice, incipit vita nova, cioè l'età dei molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo, che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultima

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

E poi quasi a metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E a ogni modo, sappiamo qual valore ha il quasi in certi computi di lui. “Si può comprendere per quello quasi (dice Luca che quando Gesù morì, era quasi ora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta, dal saluto e dalla visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a ventisette anni?

In vero quando fu scritto il libello?[73] Non nell'anno milletrecento, sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio, e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominciò ad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura di donna gentile), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciò tanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che, intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co. 2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74] apparve poco meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39); e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto quasi tre novene d'anni.