E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75] Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che non si ricorda d'aver vissuto, e di cui credè ad altrui„. Dice: “mi rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo... Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da far io con ciò di cui non ritrovo alcuna traccia?„[76] È impossibile non ricordare “quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile del cuore l'immortalità della sapienza„.[77] Ciò a diciott'anni. E a diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che rappresentava la speranza vera, non vana, e la sapienza immortale. E come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.

Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita dal dolore„.[78] Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già ricordati.[79]

Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo. Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto; anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè che, in pochi giorni o in un istante diventò degno di trattar di Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza d'ingegno, quel che l'altro faceva.

Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno. Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna, soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„. (VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimento di quel che v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchè prima verrà, e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva? Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione, ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò; e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a disdegno colui che conduceva prima a Matelda e poi Beatrice. Non tutto torna così?[80] Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce Dante con quell'ebbe? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere troppo lontano dalla morte di Beatrice?

Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di codici meno autorevoli, si legge: che molta gente andava; e s'induce che quei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81] Per quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de' cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza, non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto, che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più autorevoli reca va e non andava. E pur tenendo andava, si potrebbe sempre intendere che quel tempo indichi la stagione, o che l'imperfetto sia per attrazione del verbo principale avvenne, e ciò anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di data più antica, e fosse scritto non dopo il pentère di Dante, ma dopo il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi di quella consueta formula cives et peregrini, e ponendola a confronto con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli poneva sulle labbra le lugubri parole: Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium! (VN. 28) E nel sonetto echeggiavano, quelle medesime:

che non piangete quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente,
come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate.

Sì: ell'è quasi vidua o quasi orba:

Ell'ha perduta la sua Beatrice.

Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva in quella medesima lamentazione? O vos omnes qui transitis per viam, attendite.... Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta: Viae Sion lugent.... Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via; fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo: Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di Beatrice; certo; però l'attraversano

come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate...