Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82] in quel momento della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di dolore.
Nel principio dell'anno 1292, quand'egli aveva compiuto i ventisei anni della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„ perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'annoale, 34, e poi alquanto tempo, 35, e alquanti die, 39, dopo la morte di Beatrice: l'annoale, un anno; l'alquanto tempo e gli alquanti die, quasi), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza, propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa, se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere, se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora, dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E agli argomenti di tanti valentuomini,[83] che hanno voluto dimostrare che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano amata in questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione, in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli, morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla più alla morta?
La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma bambina; e poi “gli parve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì, una donna; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi, ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questa ultima dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni; per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie (e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me, gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita. I principi della terra non amano la giustizia!„
[XII.]
PER VIA NON VERA
Dante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passava da un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de' filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).
Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città toscane. Fu questo tempo[84] un bel tempo prima per i grandi, poi per il popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a Campaldino, che aveva certo veduto i fanti uscir patteggiati da Caprona (Inf. 21, 94); che aveva anche veduti corridori, gualdane, torneamenti, giostre nella terra Aretina: (Inf. 22, 1)
quando con trombe e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
al suo ritorno in patria da quei pericoli che finivano in gioia, lo richiamò, se ne era straniato, ai consueti pensieri, anzi al consueto dolore, la morte della gentilissima. E se nel tempo che due fiate si volse Venere in quel suo cerchio, egli non s'era ancor messo di proposito allo studio, cui alquanti dì dopo quelle due rivoluzioni si dedicò; non però dobbiamo credere che, assorto in lamentare la donna sparita, e in dipingere angeli e in piangere solingo, prendesse troppa parte e all'insuperbire degli altri grandi e all'ingiuriare e al malumore contro a' popolani e alle preoccupazioni per lo avvenire: avvenire malfido, chè già un dei loro, Giano della Bella, si faceva capo e guida del popolo contro i nobili. Quando poi nel 12 di febbraio del 1293 il popolo fu afforzato con gli ordinamenti di giustizia, Dante era da più d'un anno immerso ne' suoi autori e libri e scienze. E non si curò, vogliam credere, gran fatto di essere, con gli altri grandi, per opera di quelli ordini, escluso dalla signoria e gonfalonierato e loro collegi. Perchè la visione poetica che gli sorrideva, implicava la rinunzia alla vita attiva: era, io ripeto e ripeto, il dramma dell'anima la quale, dopo essersi appena provata per i diversi calli che le sono avanti, si mette per quello che solo mena alla sua pace. (Co. 4, 22) E questo calle non è in quella via che conduce all'imperfetta felicità della vita attiva, sì nell'altra che mena a quella quasi perfetta della contemplativa. (ib.) La “tragedia„ di canzoni che lasciò non compiuta, e che inserì nel prologo della nuova tragedia o comedia la quale egli prometteva, narrava già e doveva meglio narrare poi il viaggio per giungere alla sapienza che viventi possiamo quasi vedere per una quasi morte, quando di noi restino in vita soli gli spiriti visivi fuor degli strumenti loro; quando, cioè, noi vediamo con gli occhi chiusi. Egli raccontava già e doveva meglio raccontare le spirituali vicende d'una professione religiosa; poichè questa altro non è se non l'abbandono della via del mondo per quella di Dio. E si può credere che i sentimenti che esprimeva ed era per esprimere, non fossero simulati, come d'un cantor d'amore che cantasse amore non vero. Si può credere e si deve. Notizie esatte sulla adolescenza di Dante non abbiamo; ma pur due tradizioni, quanto si vuole incerte, che riflettono quella, accennano a un proposito suo di incamminarsi verso la Galilea. (Co. 4, 22) Rammento ciò che annota FDa Buti al XVI Inferni: (106-123) “Questa corda ch'elli avea cinta significa ch'elli fu frate minore; ma non vi fece professione nel tempo della sua fanciullezza... Questa lonza, come fu posto nel primo canto, significa la lussuria, la quale l'autore si pensò di legare col voto della religione di San Francesco„. Con la qual notizia consuona ciò che racconta il Boccaccio delle riluttanze di lui a prender moglie, mentre i parenti “trovata donna giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E... dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto, e fu sposato„. Or queste due notizie non s'hanno a buttar via. Si consideri che il Butense è l'unico degli antichi interpreti a dichiarare a quel modo la corda: non traeva dunque la notizia dalla lettera di Dante, poichè anche gli altri ne l'avrebbero tratta; se non tutti, molti; se non molti, uno, un altro solo! E il Boccaccio ha certo interpretato a modo suo l'ostinazione di Dante a non volerne sapere, di quel conforto nuziale; ma quell'ostinazione egli non rilevava dal libello, che si vuole quasi unica sua fonte; in quel libello c'era il conforto della donna gentile, e c'era il ritorno alle lagrime e ai sospiri. C'era in somma il contrario di ciò che messer Giovanni dice che Dante, bene o male, si consolò. A me pare che s'egli voleva inventare il perchè e il come del matrimonio di tale cui “era... l'amore il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso desiderio spesse volte noioso e grave a sofferire„; di tale, tuttavia, di cui “niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno, niuno sembiante, altro che laudevole per alcuno si vide mai„[85] in quella ardentissima passione; di tale, inoltre, che raccontava nel libello una sua violenta infermità, con delirio e con rischio, e con quel nome nel cuore; mi pare che il Boccaccio avrebbe mosso, se inventava di suo, prima i parenti a stare “attenti alli suoi conforti„. Verso la Galilea, che tanto è a dire quanto bianchezza, bianchezza di luce, verso la contemplazione, mediante la quale egli avrebbe ora veduta, dopo Giovanna, la verace luce; andava l'anima di Dante, sin forse da quando era fanciullo e vedeva la fanciulla sua vicina: la vedeva senza mai udirne la voce, chi sa? perchè ell'era promessa sin da' quei primissimi anni, ed era tenuta in disparte, come già sposa, sebbene così piccola. E Dante, io imagino,[86] nè imagino per altro se non per indurne la verosimiglianza d'un amor vero per una vera fanciulla e donna; Dante, che pur la vedeva passare per la via e l'aveva veduta una sola volta più da presso, in casa di lei, in una apparizione a una festa; non l'aveva sentita parlare nè allora nè mai. E s'era assuefatto a vedere in lei, piccola sposa, serbata per ciò in casa come in un monastero e quale una piccola monaca, un qualche cosa di sacro e d'intangibile e irraggiungibile se non di là della vita. E anch'esso convertiva sè in un piccolo monaco, e prendeva il suo bordone avviandosi per quella via, in cui non avrebbe mai trovata lei viva, ma lei morta, sì, avrebbe trovata quando che sia. Ed ella andò a nozze, e forse in quella festività, ella vide tra i convitati il vicino di casa Alighieri, e salutò lui non meno che gli altri; ed egli, in quel giorno se in altri mai, propose di non seguirla in quella via del mondo, per la quale ella andava a riposare in un letto nuziale; ma di aspettarla in quell'altra. E sognò di lei, ed ella era, involta in un drappo, nelle braccia d'alcuno. E che più cantò di lei, sino alla ballata del perdono? specialmente, se vogliamo escludere il nome di Bice, dal sonetto del vascello incantato?[87] Egli si provò ad amare altre donne. Ma che! erano finzioni, inganni, simulacri d'amore. E tornò a lei; ma a lei già là, nella candida Galilea, trasfigurata nella luminosa sapienza e nella speranza della contemplazione di Dio. E per giungere a lei, bisognava morire al mondo, alla carne, al peccato; cercare anche quaggiù di diventare pura anima e mero spirito visivo. E quand'ella morì, sia vero o non vero che Dante dopo l'annoale della morte, si provò, come forse, ancor più tardi, con le nozze, ad amare un'altra; quand'ella fu morta, più che mai egli si propose d'andarla a vedere e a udire tenendo i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare.
Dante, dunque, mentre s'istituiva il gonfaloniere di giustizia che inalberava la croce rossa nel campo bianco e che era cinto d'armati suoi, Dante studiava. E Guido? Gli ordini di giustizia lo cacciavano dalla vita pubblica. Esso, il filosofo amante della solitudine, poteva rassegnarsi. Eppur no, non si rassegnò: di lì a sette anni egli sarà confinato; e il confino era la conchiusione d'un periodo di lotte civili. Possiamo congetturare che appena deliberati quelli ordini, egli disegnasse quel pellegrinaggio che imprese e non compì, durante il quale Messer Corso cercò d'assassinarlo. Il fatto è che, andasse subito o poco dopo, tornò, a quel che pare, a Fiorenza senz'esser giunto a Compostella.[88] A Fiorenza lo traeva la passione di parte. “Tornato a Firenze... inanimò molti giovani contro a lui (Corso), i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a cavallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser seguito da' Cerchi, per farli trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano„. E questo non può essere che un episodio della vita, quale noi e leggiamo e imaginiamo che condusse Guido in quelli anni, e prima che si facessero gli ordini, e poi che furono fatti, e prima che Giano si facesse capo e guida del popolo, e dopo che Giano fu bandito, coi “molti modi„ che “i potenti cittadini„ seppero trovare per abbatterlo. Guido è dipinto astratto e sdegnoso da cronisti e novellieri: è detto da Dino “uno giovane gentile... cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio„; intento allo studio, sì; ma dallo studio frastornato certo, negli ultimi anni della sua vita, mediante le altre sue qualità di “gentile e cortese e ardito„ e partigiano appassionato. Se fosse rimasto intento allo studio, se avesse continuato a mirare “la bieltade di quella Primavera gentile„, Dante non avrebbe avuto occasione di consigliare nel trecento il suo bando, e non avrebbe, riferendosi al trecento, nel qual anno Guido moriva o si preparava a morire, detto di lui, che esso, già intento allo studio, ebbe a disdegno lo studio. Chi ben mira, nelle parole di Dante al padre legge il rimpianto che tanta altezza di ingegno avesse dato, colpa più de' tempi che di lui, così poco frutto.
Ma nel 1295, essendosi vinto che chi dei grandi volesse abilitarsi agli uffici e agli onori, potesse, togliendosi dal novero de' Grandi e iscrivendosi a una delle Arti; nel 1295 Dante si faceva popolano,[89] e nell'anno stesso, nel luglio e nel dicembre, era consulente ed elettore.