Chè certo di conforto e consiglio l'umanità ha bisogno sempre. Gli uomini sembrano anche oggi nella condizione in cui Dante li vedeva ai suoi tempi: stanno sulla soglia del carcere e respingono chiunque ne abbia pietà e voglia liberarli dalla loro prigionia e dalle catene che ne legano i piedi e le mani.[2] E le menti e i cuori! O stolti, perchè inceppate la vostra anima in un partito, nel partito di imporre, col numero dei più o con la violenza dei meno, agli uomini un avvenire forzato, a cui obbligate voi e loro, mentre per la comune felicità, ossia per la giustizia e per la pace, non vi si chiede se non la vostra libertà? Ma a voi si chiede una cosa piccola, e voi ne volete dare una grande; vi si chiede di riformar voi soli, e voi volete riformar gli altri, tutti, tutto. Perchè l'umanità sia un'umanità, gli uomini hanno a essere uomini, cioè liberi; non piante legate dalle radiche, non bestie assoggettate dal destino. Ecco la selva originaria, coi suoi alberi quasi uniformi, che tendono tutti presso a poco a un modo i rami, come a una approvazione o riprovazione uguale e immobile; ed ecco alla parola soffiata dal vento tutto il fogliame commuoversi e ondeggiare e plaudire, o tutta la ramaglia fremere e ripugnare e fischiare. Ecco la bestia primitiva, nella piaggia diserta dell'avvenire, che aspetta al varco la preda, e vorrà impedire il cammino all'umanità che vuol salire, e la spegnerà nel sangue o la ripingerà nella selva oscura. Ma ecco disegnarsi nel crepuscolo il veltro, che è l'Augusto che ognun di noi ha dentro noi; l'impero di sè che è quanto dire la sua libertà. Ecco la selva della vita trasformarsi nella foresta divina, dove è un giudice longa cum veste, il quale non ha nulla a fare, perchè esso è la libertà nella virtù, la virtù nella libertà; e dove è una bella donna, che, questa sì ha da fare, perchè è l'operazione; ma giocondamente opera scaldandosi ai raggi d'amore, perchè è l'Arte pura innocente utile e bella, perchè unisce l'intelletto all'azione, perchè in sè concilia la carne e lo spirito, il lavoro e la gioia, la ghirlanda delle sue mani col canto delle sue labbra. Ella è l'umanità futura, felice libera e buona: umana! Oh! come è invecchiato questo poeta che presenta alle nostre menti nuove l'imagine visibile degl'ideali novissimi! come è vieto questo filosofo che ci dà la formula degli avveniri!
Matelda!... Sai tu, o Ravenna, ch'ella fu dal Poeta creata con molta somiglianza tua? Tu fosti l'ultima sede dell'impero d'occidente, e poi, quando questo cessò, dopo settant'anni, tornasti all'impero orientale di Giustiniano. Dante ti sapeva dunque città imperiale per eccellenza, e l'aquila di Polenta gli ricordava certo l'altra aquila che contra il corso del cielo dall'espero era stata volta all'aurora. Dante ti sapeva città imperiale, eppure ti vedeva piena di chiese e ricca di santi e augusta di tradizioni religiose. L'impero e la chiesa, l'azione e la contemplazione si conciliavano in te così come nella sua Matelda, che è l'arte, abito operativo e virtù intellettuale, nel senso allegorico, e l'impero e la chiesa conciliati insieme, nel senso anagogico. Onde, forse, il nome interpretato, per il primo aspetto, da math- scienza o arte, e ispirato per il secondo aspetto, dalla memoria della contessa Matelda. La quale, per usare le parole dell'Anonimo comentatore di Dante, “fu per madre nipote dello imperadore di Costantinopoli„, e nel tempo stesso “due fiate in soccorso della chiesa potentemente venne„.[3] Sì. E fu maritata e vergine, e fu Marta e Maria, e fu attiva e contemplativa, e guerriera e religiosa, e fu insomma la grande arte imperiale[4] per cui si deve congiungere “la filosofica autorità colla imperiale, a bene e perfettamente reggere„.[5] E fu figlia di Donna Beatrice; e nella divina foresta invero è a Beatrice come ancella rispetto a signora, e come (è così nel Butense, II p. 823) “filliuola„ rispetto a madre. Oh! non credo io che per Dante la giovine e bella coglitrice di fiori e cantatrice di salmi[6] fosse la vecchia contessa, più di quello che la sua Beatrice fosse colei che quamvis peccatrix est domna vocata Beatrix, più di quello ch'essa medesima, la Musa ossia la propria arte e scienza di Dante, alla quale giunse con lo studio, sia il Musaeus, del quale pur ella tiene il posto. Ella è una creatura ispirata da questi ricordi etimologici, poetici, storici, che Dante ha fusi insieme in un sincretismo così spontaneo che sembra miracoloso. Pensò egli prima alla radice math- (e forse a eld- o a Eden), o alla persona storica di Matelda? Il fatto è che il Poeta volle, per il Musaeus di Virgilio, una Musa, cioè l'arte, cioè la propria scienza di ognuno che, guidato dallo studio, arrivasse alla cima; la poesia specialmente, per lui, perchè vi arrivava esso, poeta; e l'arte di governare i popoli, specialmente per lui, perchè esso arrivava là, e sarebbe salito anche più su, e sarebbe tornato, e avrebbe aperto la bocca, in pro' del mondo che mal vive. Ora vide egli al suo nome di Matelda, arte gioconda, rispondere con tanta consonanza il ricordo storico di Matelda, figlia appunto (e qui pare il miracolo!) d'una domna Beatrix, e attiva insieme e contemplativa, e nipote d'imperatore e protettrice della chiesa; o il nome storico della figlia di Beatrice interpretò egli etimologicamente, in modo da farne il convenevole appellativo della Musa? Il dubbio è lecito, sebbene più probabile sia questa seconda vicenda.
E così è tanto probabile che tu, o Ravenna, imperiale e chiesastica, entri in qualche modo nella concezione della più geniale creatura di Dante. “Qui sarai poco tempo silvano„ dice Beatrice a Dante: qui, cioè nella vita, che è una selva, oscura e paurosa per i più, divina e viva per Dante o per chi come lui s'è purificato e ha acquistato l'abito dell'arte gioconda. Nella vita; ma la vita di Dante trascorreva allora, e davvero per poco tempo, a Ravenna; e la pineta in sul lido di Chiassi fu il modello di quella divina e viva foresta. Dante fu silvano di Ravenna prima d'essere cive di Roma.[7] Nella Roma celeste era per essere con Beatrice: nella terrena Ravenna era con Matelda, con la Poesia, col suo poema, con l'Arte o la Musa, la quale egli a Ravenna udì finalmente cantare ed iscegliere fior da fiore.
Chè la Comedia nacque nella tua selva, o Ravenna. La foresta dell'Eden somiglia, esso dice, alla pineta di Classe. Ebbene la selva con cui comincia il poema, è quella stessa foresta. L'una e l'altra sono antiche come il mondo; sono la vita. Dire, come dice Dante, che l'uomo, breve ora dopo la sua creazione, dalla foresta viva fu cacciato nella selva morta, equivale a dire che l'uomo, da vivo alla grazia, morì per il peccato. La sua vita era felice e facile; diventò oscura e paurosa: l'Eden si trasformò in un bosco selvaggio. Per non saper come spiegare codesta trasformazione, Dante ricorre all'idea del movimento: dalla foresta l'uomo venne alla selva; agli antipodi; e l'uomo dalla selva deve tornare alla foresta: ma si intende che resta sempre, guaggiù, finchè è silvano, nella medesima selva che è la vita. Ora se Dante s'ispirò alla tua pineta per descrivere la foresta, si ispirò anche alla tua pineta per ideare la selva. Chi sa? Forse ci si trovò in quei primi giorni dell'esilio divenuto allora definitivo, in un momento di tempesta. Forse vi si indugiò, forse anche vi si smarrì, di notte. Egli rabbrividì della sua nullità tra quelli enormi pini che squassavano le nere teste e le mille braccia di giganti sopra il suo capo. La vide poi, di giorno, un giorno d'autunno, quando le eriche a' piedi dei pini erano gemmate dei loro bocciolini rosei, e fiorivano i colchici e i dianti e le radicchielle, i vermigli e i gialli fioretti. E lo scirocco blando e dolce piegava le fronde dei pini a ponente, ed esprimeva dalle loro ombrelle un sibilo armonioso di pioggia, e non turbava gli uccelletti che usavano la loro arte sui rami. E un canale gli toglieva di andar più oltre, in quella limpida mattinata, ed egli, l'esule, sostava a guardare le erbe che si stendevano sull'acqua corrente e pareva volessero andare con lei.[8] E in quell'ombra, tra quel canto, tra quel murmure d'acqua e di vento, Dante si ritrovò: trovò la sua Matelda, la sua arte, il suo poema: il suo poema che va da una selva a una foresta, e dalla foresta all'empireo; il suo poema di cui è centro quella foresta dove è quella Matelda, che in sè unisce la vita attiva e contemplativa, mentre il poema comincia dal concetto della vita attiva impossibile, e si conclude con la visione del mistero ineffabile per cui la carne si unisce al Verbo, lo spirito alla materia, il mondo a Dio.
Ma codesti sarebbero sogni, per quanto non di infermi, se non soccorressero i dati storici della realtà. E questi dati li fornì per gran parte un tuo figlio, o Ravenna, degno di te: Corrado Ricci. Ma egli, come tuo tenero figlio, non osando (mi par di leggere nel suo cuore) credere a tanta gloria, a tanta fortuna tua, sua, nostra; sembrando a sè di presumere troppo, se avesse rivendicata a te e alla forte Romagna, che ha la tomba del Poeta, anche la culla del poema; moltiplicava ed esagerava al suo limpido ragionamento le obbiezioni, e ricusava di trarre le conclusioni dalle sue sicure premesse. Il Boccaccio afferma che Dante dopo la morte di Arrigo si recò senz'altro a Ravenna. Ebbene, perchè non credergli? Il Ricci stesso conforta la credibilità del Boccaccio in ben più difficile racconto; in quello degli ultimi tredici canti che non si trovarono, alla morte di Dante. Ma no: egli si pone avanti gli occhi, per non vedere, il debole ostacolo della giunta che fa il Boccaccio alla sua notizia: che Guido Novello era allora, nel 1313, signore di Ravenna, mentre ne fu podestà solo nel '15. Eppure il Ricci stesso aveva osservato che l'autorità di Guido Novello era già preponderante nel 1314![9] Il Ricci stesso ci fornisce gli argomenti per dimostrare che, se per aver la Romagna parte così grande nella Comedia, Dante nella Romagna deve aver vissuto e usato a lungo, dunque Dante nella Romagna si trovava anche quando scriveva l'episodio di Guido Montefeltrano e di Francesca da Rimini.[10] Il Ricci stesso ci fornisce la prova che quest'ultimo episodio, che è il più soave e ardente della divina Comedia, non poteva essere scritto se non per compiacerne l'ospite.[11] Il Ricci stesso, insistendo sulla vecchia e sempre indubitabile interpretazione dell'ovis gratissima, richiamava il nostro pensiero a considerare che, se nel 1319 mancavano ancora i dieci primi canti del paradiso, non era meraviglia che la Comedia fosse cominciata nel 1313 o anche a principio dell'anno seguente. In vero, a tacer del resto che si legge in questo volume, l'ovis gratissima che ha molto latte, e che è molto e facilmente munta dal suo divino pastore, il quale, così, decem vascula promette di quel latte al mandriano bolognese; non può essere la poesia latina o bucolica, il cui primo latte sarebbe l'ecloga che ne parla; e i decem vascula non possono essere dieci ecloghe di tale che appunto allora fa la prima, e dovrebbe invece averla fatta precedere da tanti altri vascula, da tante altre ecloghe! E dunque i decem vascula che voleva mandare (e non mandò subito, chè l'altro rispose fraintendendo l'offerta), sono i primi dieci canti del paradiso in cui, a capo del primo, suona, per non dir altro,[12] appunto il peana che il Poeta nell'ecloga annunzia, e freme l'indignatio contro le umane voglie, la quale nell'ecloga lo fa prorompere in quell'annunzio glorioso.
E non voglio tacere pur qui che il Boccaccio è, dall'Alighieri stesso, confermato verace in un'altra delle sue pretese novelle. La prima radice dell'amore di Paolo e Francesca è quale il Boccaccio racconta. Sì: fu un inganno, fu una sostituzione di persona, che innamorò e poi perdè Francesca, come accese e trasse a morte Dido, nella cui schiera è la seconda e simile Elissa. Come Dido fu, inconsapevole, infiammata da Amore che aveva prese le sembianze d'un altro, da Amore che prima di venire a lei si era appeso al collo di Enea, da Amore che condusse lei e poi anche lui (per le imprecazioni di lei, però) alla morte; così l'Elissa novella proclama irresistibile l'Amore che prima s'apprese a lui, l'Amore che poi prese lei, l'Amore che infine perdè tutti e due: irresistibile a quello stesso modo: per qual ragione se non quella stessa, d'uno scambio di persona? Chè tutto, nei due fatti, corrisponde: le due coppie furono vinte da un punto in consimili circostanze: soli, in una spelonca, i due primi; soli, gli altri due, in luogo appartato. Ille dies!... quel giorno!... Oh!... non fu in una caccia la prima causa della morte e del mal perverso per Francesca: la caccia Dante la serbò per il dramma dell'odio che rassomiglia pur tanto a questo dell'amore![13]
O Ravenna, è un sublime vanto il tuo! La tua natura, la tua storia, la tua tradizione, le tue chiese e la tua selva, tra, giova credere, la delicata ospitalità del tuo signore e, come è certo, la affettuosa familiarità di tuoi abitanti, indigeni e forestieri, aiutarono (e sarebbe stato assai non impedire) la grandissima opera. Persino la tua postura “sulla marina dove il Po discende„ fu precipua nell'ispirazione del poema. Dante in esso è un pius vates (sesto del canone del limbo che diverrà nel gran dì un Elisio), elevato dallo studio all'etere puro, dove è Matelda, ossia la Musa invece di Musaeus; è di quei pii vates et Phoebo digna locuti (esso afferma d'esser di questo novero, nel proemio del paradiso), i quali abitano in boschi ombrosi, presso a ruscelli che rinfrescano l'erba della loro ripa, in una grande boscaglia che aulisce (inter odoratum lauri nemus), cantando il peana là dove, per la selva, ricco di acqua si svolge l'Eridano. E alla foce dell'Eridano, l'esule cantava il suo peana, sperando che poi egli l'avrebbe cantato alla fonte (non dello Eridano, ma del battesimo: oh! i mistici congiungono insieme idee ben più disparate), alla fonte, come quei grandi, cinto nivea... tempora vitta:[14] “In sul fonte del mio battesmo prenderò il cappello„.
La selva odorata in tanto lo circondava. La divina Comedia è là, nella pineta di Chiassi. È là, ammirabile e venerabile come la tua basilica di Santo Apollinare in Classe... Ah! che io mi avvedo di aver fatto un paragone che molta gente noterà con un sogghigno! E dirà: Sappiamo, sì, che tu riduci la divina Comedia a una basilica bizantina! Ebbene, rispondo io, voi, dunque, in codeste basiliche non entrate? voi a Ravenna non ci venite? Poveretti! Voi portate nell'anima un marchio di quelli che soli restano a molti italiani, della scuola, la quale, languida e stinta in altri insegnamenti, usa per due o tre parole il fuoco, e quelle, sì, le imprime: Secentismo! Arcadia! Bizantinismo! Poveretti! E poichè io trovo e noto in Dante il lume che non è lume ma è tenebra, e la Speranza che non è in cielo ma in terra, e la morte che è vita, e la vita che è morte, e simili, voi dite: Codesto è bizantinismo; e siete lesti. All'interprete lanciate la ingiuria (che tale è nel vostro pensiero) o al Poeta? Badate; chè il sasso può passare sul mio capo e andare a ferire colui che aspetta a Trento!
Ma che discorsi sono codesti? Sì: Dante è un poeta mistico e teologico; sì: Dante è il Poeta del Cristianesimo, e sebbene faccia, anzi perchè fa capo a S. Paolo, non del Cristianesimo primitivo, sì di quello che chiamò a sua difesa Aristotile e Plato, e S. Agostino e S. Bernardo e S. Tomaso. Se voi per questo volete levar di seggio il signifero dell'italianità, provatevi: non ci riuscirete. Perchè Dante in ciò appunto è grande e grandissimo, in quanto è l'Omero d'un mondo che fu; sebbene anch'esso possa insegnare al mondo non più suo, come insegnava Omero alla Grecia di Platone, alla Roma di Orazio, e ai tempi anche di Darwin, tante cose, oltre quid sit pulcrum, quid turpe, quid utile, quid non! Ma lasciamo quel che Dante possa ancora insegnar di buono: Dante, io vi dico, in ciò è bello in cui voi lo chiamate (rivolgendovi a me) bizantino. E voi continuerete per poco, io spero, a passare avanti S. Vitale e S. Apollinare, senza gittar loro un'occhiata, perchè voi vi siete figurate quelle basiliche come due Partenoni, e non vi volete sciupare le linee doriche con le quali ve le siete costrutte; cesserete voi di dire che tutto al più v'è dentro il tal monogramma che ha una importanza storica, perchè può stabilire la parte che ebbe nella costruzione Ecclesius episcopus; la finirete di ripetere che non c'è di bello che il musaico di Francesca e d'Ugolino, e i capitelli a foglie di loto della Squilla serale e della Foresta divina. Il bello di queste basiliche è l'insieme, è il tutto, è il complesso di oro vecchio e di legno putre, è il sentor d'umido e di sepolcro, è l'aria di mistero e di sogno: e di queste basiliche quale è più alta, quale è più profonda, quale è più misteriosa, quale è più, ricca d'oro mezzo scomparso, di musaici mezzo rotti, di strani geroglifici, di marmi, di alabastri, di madreperle d'ogni parte venute, che il Poema Sacro? E sì, tutte quelle figure, o contorte o estatiche, che un'arte ormai tramontata vi colorì con pietre varie, urlano e pregano e cantano: il tempio è invaso da un murmure inestinguibile. È là, nella Pineta di Chiassi, la Basilica del pensiero scolastico e mistico, presso l'antica selva, che nella notte è la miseria indiscrivibile e nel mattino è la beatitudine ineffabile della vita umana. C'è: se anche non si vede ancora sorgere, come io sogno che sorga, di vera pietra, con le pareti istoriate di tutte le antiche figurazioni della divina Comedia, con incisi nel pavimento, con dipinti nelle volte tutti i simboli, tutte le sigle, tutti i rabeschi dell'evo medio.
Oh! erigilo, Ravenna, il monumento alle ossa di Dante e al suo poema e al pensiero dei misteriosi secoli di mezzo, là in quella Pineta. Le genti ti aiuteranno, perchè esse vogliono per certo consacrare, in qualche unica guisa, la gloria del Poeta universale che in sè riassume l'evo che per qualche millennio sarà considerato come centrale nella storia del genere umano; perchè questo non mai tanto cercò d'elevarsi quanto allora, che più basso era caduto. La barbarie, che aveva dietro sè il paganesimo elegante e feroce, parve allora disdegnare quella civiltà, volle, per così dire, oltrepassare d'un salto, anzi d'un volo, quella umanità, ed essere puro spirito. L'anima degli uomini mise l'ali in quella età. E perciò gli uomini a quella età guarderanno sempre con l'amore con cui si guardano i primordi. Così, quando tu avrai edificato il monumento della divina Comedia, nella selva dov'ella nacque, non ci sarà uomo pensante che non creda dover suo peregrinare, una volta in sua vita, al tempio di Dante, ed essere sensibilmente nell'oltremondo del suo pensiero. I grandi pini col sussurro incessante ripeteranno al nuovo pellegrino il poema dell'esule; e quand'anche tutto ciò che Dante vide e pensò e cantò, fosse già scomparso, l'ultima campana che ancora rimanesse su una torre, da Sant'Apollinare, l'unica ultima squilla, sonerebbe sulla sera, e inviterebbe quel solitario uomo dell'avvenire a piangere su tutto ciò che muore, che poi è sempre così bello così buono, così pieno d'incanto così pieno di rimpianto.