Giovanni Pascoli.

Messina
nel novembre del MCMI

[PROEMIO]

Il lettore deve tener presente la dichiarazione mistica delle nozze di Giacobbe, quale è in Aurelio Agostino, contra Faustum, XXII 52-58.[15] Eccola in breve. Giacobbe serve Laban, che s'interpreta Dealbatio. Così Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, chiamata appunto Lucia, perchè “bianchezza è un colore pieno di luce...„. (Co. 4,22) Dealbatio s'interpreta poi Grazia della remission dei peccati. Lucia invero è chiesta dalla Donna gentile, quando Dante è in pericolo, e Lucia prega Beatrice per la salvezza di lui, e Lucia agevola Dante per la sua via e lo trasporta nel sonno alla porta del purgatorio. Giacobbe ama Rachele, che s'interpreta, oltre che in modi analoghi, sapienza, e speranza dell'eterna contemplazione. Dante ama Beatrice, che siede con Rachele. Dante, come attestano gli angeli nell'Eden, (Pur. 30, 83) fu salvo per la speranza, a dirla a un modo, per l'aiuto di Beatrice che mandò a lui Virgilio, per dirla a un altro.[16] Dunque Beatrice è la speranza, e perciò la sapienza. Giacobbe non può impetrar subito le nozze di Rachele; deve servire sette anni, dopo i quali ha Lia, non Rachele. Lia si interpreta laborans, e ha gli occhi deboli, e significa la tolleranza della fatica, la giustizia laboriosa, e simili. Per aver Rachele, Giacobbe deve servire altri sette anni. Questi ultimi sette anni s'interpretano per i sette precetti inclusi nelle sette beatitudini. Ora Dante giunge alla sua Rachele, dopo esser salito per le sette cornici del purgatorio e aver udita in ognuna di esse una delle sette beatitudini. Le sette beatitudini sono come opposte ai sette peccati. Ma codeste figurano i secondi sette anni del servaggio di Giacobbe a Laban o di Dante a Lucia, la quale porta il suo fedele alla porta delle sette cornici. I primi sette? Quelli di Giacobbe s'interpretano come i sette comandamenti di giustizia: Onora tuo padre etc. Quelli di Dante? Dante nell'inferno ha veduti sette peccati, ai quali Virgilio riduce tutto l'inferno: lussuria, gola, avarizia, peccato di color cui vinse l'ira e che portarono accidioso fummo, malizia con forza o violenza o bestialità, malizia con frode, malizia che trade. Questi tre ultimi appellativi appartengono a una divisione filosofica delle reità infernali, in incontinenza e malizia. Ora come l'incontinenza comprende lussuria, gola, avarizia e quel quarto peccato detto più sopra, così la malizia comprende, io ho dimostrato, i tre ultimi dei peccati capitali: ira, invidia e superbia. E quel di mezzo è l'accidia. Così Dante ha sostituito ai sette precetti di giustizia (che sono, salvo il primo, divieti di peccare, Non... Non...), i sette peccati capitali che sono contro i dieci comandamenti o precetti, i sette peccati che ha opposti nel purgatorio alle sette beatitudini.

Queste coincidenze che non possono essere casuali, tra la dichiarazione Agostiniana e lo schema Dantesco, ci licenziano a ricavare, con le debite cautele critiche, dal passo di Agostino altri lumi per l'interpretazione del poema sacro. E così noi, trovando mirabile concordanza con altre opere del Poeta, Virgilio lo dobbiamo interpretare come studium, cioè studio o amore che con un lungo esercizio morale (per l'inferno e per il purgatorio, per due settennati), movendo dalla fede (egli è mandato da tre donne del cielo), conduce Dante avanti Beatrice, cioè alla sapienza. Così “Dante va con Virgilio a Beatrice„, significa “Dante diviene e poi è filosofo„. Ma prima è addotto a Matelda. Questa significa arte, e andar con Virgilio a Matelda o all'arte, che per Dante è la poesia, significa, diventare e poi essere poeta.

Ne esce ancora limpidamente il concetto generale della divina Comedia, che è l'abbandono della vita attiva, provata invano nella piaggia diserta, e l'adozione della vita contemplativa, le quale consiste prima in un esercizio di vita attiva che disponga all'altra. Così Dante, dopo il suo doppio esercizio settennale, è puro, e perciò disposto alla contemplazione.

E sale con Beatrice.

Il lettore non mi creda mai di leggeri, ma nemmeno mi condanni e mi respinga senza pensarci su, senza rileggere i passi a cui lo rimando, di Dante o di Virgilio, senza dar sulla voce, se è un Dantista, all'irrequieto amor proprio che vuol sempre ragion lui. Pensi alla concordia dei singoli dati con l'intiera costruzione. Sopra tutto rinunzi ai pregiudizi (che spero di mostrare al tutto mal fondati) estetici, e non dica: Ma così Dante non sarebbe bello! ma così Dante sarebbe mero teologo! ma queste sono vere sciarade! questi sono propri indovinelli! Non dica codeste e simili cose. Può darsi, ripeto, che, quando che sia, trovi (e per un uomo d'intelletto non so qual rammarico possa esser maggiore) d'aver fatto un gratuito oltraggio non a me, pover uomo davvero, ma proprio proprio proprio a Dante Alighieri!

LA MIRABILE VISIONE

I.
LA PRIMA VISIONE