Il Boccaccio, che fu a Ravenna ma non vi dimorò, non riuscì poi a strigarsi tra questi e altri Pietri santi di Ravenna;[213] ma Dante ci riuscì, “vivendo a Ravenna — mentre vi fioriva S. Rainaldo dottissimo nella storia della Chiesa ch'ei resse per quattro lustri — a Ravenna dov'erano ancora i discendenti degli Onesti, custodi gelosi delle glorie di lor casa, e dove poteva vedere e vide certamente lo stesso sepolcro di Pietro Peccatore posto come oggi in luogo eminente proprio nella chiesa di Nostra Donna in sul lido Adriano„.[214]
Se questa diligenza ed esattezza non ci par possibile se non a patto di una grande dimestichezza con cose e luoghi di Ravenna; che diremo della tanta e così intima conoscenza di uomini e famiglie romagnoli, anche a' suoi tempi estinte, che sfoggia per bocca d'un romagnolo?
Però sappi ch'io son Guido del Duca.
Fu 'l sangue mio d'invidia sì riarso...
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Quest'è Rinier: quest'è il pregio e l'onore
della casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno
del ben richiesto al vero ed al trastullo:
chè dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi,
Pier Traversaro e Guido da Carpigna?
O Romagnoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Tosco,
verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, o Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata
Ugolin d'Azzo, che vivette nosco.