Ma questa fronda peneia per me è più probabilmente metaforica. Infatti, l'egregio critico di più sopra, assevera che Dante non avrebbe potuto ottenere il convento con il poema volgare.[207] Se lo sappiamo noi, lo sapeva anche esso. Ora nel paradiso diceva che l'avrebbe preso per il suo poema, il cappello: si tratta dunque d'una simbolica vitta, come la fronda peneia è una simbolica laurea.

Se i dieci vasi di latte sono dieci canti del paradiso, questi sono i primi dieci. È chiaro infatti che Dante si ripromette di far chetare anche quelli che gli rinfacciano comica verba e lo rimproverano di volgersi al volgo. Egli mostrerà loro questa nuova, ineffabile, incredibile parte del suo poema, preceduta da un vero “peana„. Se quella sublime cantica era già, poco o molto, nota altrui, egli certo non poteva aspettarsi nessuna sorpresa e nessun ricredimento. Ne seguita inoltre che dieci canti, quando scriveva la prima ecloga, aveva quasi pronti o pronti del tutto. E poichè tra i fatti ricordati da Giovanni del Virgilio nella sua epistola, sono le vicende marittime dell'assedio di Genova,[208] e queste furono nella prima metà del 1319; così possiamo affermar di certo che nel 1319 erano conosciute le due prime cantiche del poema,[209] e, almeno alla metà di quell'anno, erano pronti o quasi pronti i primi dieci canti della terza. Dante morì tra il 13 e il 14 settembre del 1321; sicchè in due anni egli avrebbe compiuta la terza cantica, componendo ventitrè canti. E che li finisse appena appena, e che negli ultimi tempi della sua vita fosse occupato nel finirli, è confermato dal racconto che lasciò il Boccaccio, del rinvenimento degli ultimi tredici canti, che si credeva non avesse fatti.[210] Nel qual racconto si ha anche la conferma dell'interpretazione per cui i dieci vasi di latte sono dichiarati dieci canti del paradiso; poichè il Boccaccio narra: “Egli era suo costume, qualora sei o otto o più o meno canti fatti n'avea, quelli, prima che alcuno altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane dalla Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo aveva in reverenzia; e poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne voleva„. E l'interpretazione dei decem vascula dà e, a sua volta, riceve gran lume di certezza da questo numero tredici, dei canti ritrovati; chè si capisce come, per quest'ultima cantica almeno, i canti che Dante mandava a messer Cane e ad altri (nel nostro caso, a Giovanni del Virgilio) e che erano “sei o otto o più o meno„, furono appunto dieci e poi dieci; sicchè rimasero tredici non mandati, non trascritti, non conosciuti.

Ora se ventitrè canti, e del paradiso, della cantica cioè, per la quale al Poeta fu necessario entrar nell'aringo con ambedue i gioghi di Parnaso; se ventitrè canti di questa cantica potè, compiere in due anni; i cento dell'intero poema poterono ben essere compiuti in otto. E così noi risaliamo al 1313. In quell'anno avrebbe cominciato il suo poema; a metà di quell'anno; dopo l'annunzio della morte dell'alto Arrigo; dopo il 24 di agosto.

[XX.]
ROMAGNA TUA

Nel Convivio, della Romagna non è, si può dire, menzione. Di personaggi romagnoli non sono nominati che Guido da Montefeltro, uomo di nomea italica, (Co. 4, 28) e Galasso pur da Montefeltro (4, 11). E sì che vi si fa ricordo di Gherardo da Cammino da Treviso (Co. 4, 14), di Asdente, il calzolaio di Parma, (ib. 16) di Guido da Castello, da Reggio (ib.), i quali tutti e tre hanno luogo nella Comedia (Inf. 20, 118; Pur. 16, 124 e 125). Vi sono rammentati Manfredi da Vico, San Nazaro e Piscitelli o Piscicelli, di Viterbo, di Pavia, di Napoli. (ib. 29) Nel libro di eloquenza, si parla come degli altri volgari, anche del romagnolo; si fa una distinzione, a dir vero, esatta, tra il parlare de' Faentini e de' Ravennati; (1, 9) ma non si ragiona al certo di quel vernacolo con la conoscenza più particolare di chi ci vivesse in mezzo, e non ragionasse per sentita dire. Se si vuole, anzi Dante non ne ragiona giusto, trovandolo muliebre... propter vocabulorum et prolationis mollitiem. Per quanto anche oggi i Forlivesi parlino con tal quale mollezza, pure e il loro e quello degli altri romagnoli merita piuttosto gli aggettivi che Dante applica al vernacolo contrario: vócabulis accentibusque hirsutum et hispidum. (1, 14) E in questo medesimo capitolo è una frase che può far sospettare che di coteste cose Dante avesse notizia solo indiretta: horum aliquos a proprio poetando divertisse audivimus, Thomam videlicet et Ugolinum Bucciolam Faventinos. Si può credere che chi gli parlò di questi due poeti Faentini, lo informò anche del divario tra il volgar di Ravenna e quel di Faenza.

“Nella Comedia„ usiamo le parole di Corrado Ricci “la Romagna occupa una parte essenziale, che dimostra quale e quanta conoscenza avesse il poeta di quella regione. Tutte le città e i castelli d'una certa importanza, come Ravenna, Ferrara, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, il Montefeltro, Bagnacavallo, Bertinoro, Castrocaro, Cervia, Cunio, S. Leo, Verrucchio, Marcabò, Medicina ecc. vi si trovano ricordati; così i fiumi principali come il Lamone, il Santerno, il Savio e il Montone; e le famiglie nobili e potenti degli Anastagi, dei Traversari, dei Manfredi, dei Polentani, dei Malatesta, degli Ordelaffi, dei Pagani, degli Onesti ecc., di alcune delle quali designa gli stemmi e le imprese. Vi si trova inoltre il ricordo di Guido del Duca, di Pier Traversaro, di Pier Damiano, di Pier degli Onesti e di Pier da Medicina, di Guido da Prata, di Guido Bonatti e di Guido da Montefeltro; dell'arcivescovo Bonifazio, di Rinier da Calboli, di Giovanna da Montefeltro, di Federigo Tignoso, di Lizio da Valbona, d'Arrigo Mainardi, di Tebaldello, d'Alberico dalle frutta del mal orto; d'Obizzo da Este, di Montagna, d'Ugolino dei Fantoli, di Pagano Mainardi e di tanti altri, in ispecie appartenuti alle famiglie ora nominate.

La Romagna per tal modo offerse, dopo la Toscana, il maggior contributo di nomi e di fatti al divino poeta...„[211]

Da questo fatto, se noi non sapessimo d'altre fonti (da lui non lo sappiamo) che egli visse in Romagna, potremmo arguirlo infallantemente. Ma non basta: da questo fatto messo a confronto con l'altro, la nessuna o scarsissima menzione e conoscenza della Romagna nelle opere anteriori, dobbiamo infallantemente inferire che la Comedia la scrisse, per gran parte, quando viveva in Romagna.

Per gran parte! Quanta? Nel paradiso si trova notata una distinzione e corretto un errore, che difficilmente avrebbe notato e corretto chi non fosse dimorato in Ravenna. Si confondevano due santi, due Pietri, tutti e due di Ravenna: Pier Damiano e Pier degli Onesti, che si dissero ambedue “peccatori„, sebben quest'ultimo più solitamente. Dante al primo di questi fa dire: (Par. XXI 121)

In quel loco fu' io Pier Damiano;
e Pietro peccator fu nella casa
di nostra Donna in sul lito adriano.[212]