Ravenna sta come è stata molti anni:
l'aquila da Polenta la si cova,
si che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
La terra che fe già la lunga prova,
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là, dove soglion, fan de' denti succhio.
La città del Lamone e del Santerno
conduce il leoncel dal nido bianco,
che muta parte dalla state al verno:
e quella a cui il Savio bagna 'l fianco,
così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.
Non si nega che tali notizie potesse aver Dante prima di andare in Romagna; ma quel cominciar da Ravenna! quel nominare, la prima e ultima volta nella Comedia, la famiglia da Polenta! quel nominarla per il suo nobile stemma! quell'accennare al suo incremento di potenza! Ebbene quei versi sono del XXVII dell'Inferno (v. 37). Chi dalle copiose e minute menzioni di cose e persone romagnole, inferisce la lunga dimora di Dante in Romagna,[215] come spiega che le più di queste menzioni sono del tempo in cui, secondo lui e altri e tutti, Dante in Romagna non dimorava ancora? Era forse presciente il Poeta? prevedeva egli forse che si sarebbe ricoverato sotto le ali dell'aquila che covava Ravenna?
Ma qui sorge una grave obbiezione. Dante inveisce contro i Romagnoli in genere, chiamandoli rimbastarditi, contro i suoi signori, chiamandoli tiranni, contro i Polentani, mettendoli tra quei tiranni, contro i congiunti dei Polentani stessi, dicendo
ben fa Bagnacaval che non rifiglia,
e detestando così la progenitura della famiglia Malabocca, di cui era Caterina, moglie di Guido Novello suo ospite. Ella appunto sopravisse alla sua gente; e “le parole del poeta non potevan certo garbarle troppo„.[216] L'obbiezione è grave solo per chi dimentica la natura del poema dantesco e i costumi de' suoi tempi. Il poema dantesco è un poema sacro, molto più affine a una predicazione appassionata, che a un livido libello. La parola è brusca, ma deve lasciare vital nutrimento. (Par. 17, 131) Strana sarebbe la nostra maraviglia, ricordando l'imperversar d'invettive in bocca di alcun predicatore anche di pace, sì in quei tempi e sì nei nostri. A molte, insieme, di tali invettive può essere assomigliato il poema di Dante, il qual Dante, come un fiero domenicano, come un ardente francescano, rimbrottando, in genere e a nome, i lor peccati ai suoi uditori, professa pur d'essere anche lui peccatore, l'ultimo anzi dei peccatori, come quegli che scende nell'inferno, e non ascende al paradiso, se non dopo essersi mondato delle macchie di tutti e sette i peccati capitali. E così egli “apre la bocca„ come piuttosto un paciaro che un giustiziere, dicendo il fatto suo a tutti, a ricchi e poveri, signori e sudditi, chierici e laici, più scagliandosi, come di sì fatti predicatori era costume, contro i ricchi i signori e i chierici, che contro gli altri.
Ma facciamo pure la sua parte anche alla passione d'amore e d'odio. Ebbene nel fatto della Romagna, dei Romaguoli, dei Polentani e dei loro congiunti, ravvisiamo più l'amore che l'odio. Non si chiamano imbastarditi, se non quelli che furono nobili; non si abomina la guerra che è nei cuori anche quando non è palese, se non per affetto alla regione che ne è straziata o minacciata. E tiranni diceva Dante signori che d'essere chiamati tiranni non isdegnavano, essi che prediligevano e assumevano e ritenevano tali nomi come Malatesta, Malabocca, Malvicino, Demonio, e simili. Oh! volevano esser tenuti piuttosto forti che buoni! Quanto ai Polentani, sono sì accomunati agli altri tiranni; ma la loro aquila è posta in altro atteggiamento che le altre bestie, araldiche o no, che sono i mastini e il leoncello, gli uni dai denti così aguzzi e l'altro dalla parte così mutabile. L'aquila cova, e sebbene ella sia predatrice e abbia fatta una preda di Cervia, pur non si dice se non ch'ella ricovra sotto la sua ombra quella terra. Così non è accennato se non il dominio, e magari la protezione, nelle parole con cui si designano gli Ordelaffi, forse ospiti di Dante: